I racconti delle donne, di Annalena Benini

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È in libreria I racconti delle donne, un libro a cura di Annalena Benini, che celebra non solo l’arte del racconto, ma anche le donne che praticano o hanno praticato questa forma come espressione migliore della loro opera. Il libro è pubblicato da Einaudi, che ha gentilmente concesso la prefazione della curatrice di cui vi proponiamo un estratto.



Una festa bellissima
di Annalena Benini


Dimmi, che altro avrei dovuto fare?
Non è vero che tutto muore prima o poi, fin troppo presto?
Dimmi, che cosa pensi di fare della tua unica vita, selvaggia e preziosa?
Mary Oliver, Giorno d’estate.


«Qualcosa che eccede il confronto con gli uomini, qualcosa di incomparabile», ha scritto la filosofa Luisa Muraro in un saggio sull’indicibile fortuna di essere una donna. Non è una dichiarazione di inimicizia verso i maschi e non è una rivendicazione, è solo la constatazione di una differenza sostanziale fra uomini e donne, su cui si fonda sempre lo sguardo, spesso la vita e a volte l’amore. E la differenza è interessante, viva, e merita di essere raccontata: dalla polvere dei pavimenti al piú inconfessabile dei pensieri. Ho cercato di farlo in questo libro attraverso la letteratura, attraverso le parole e le storie delle scrittrici nel punto esatto in cui illuminano le donne dentro l’esistenza, nella formazione, nella delusione, nella costruzione di sé che passa sempre attraverso l’incontro con l’altro. Volevo mostrare un doppio movimento: quello della scrittura e quello della vita, offrire a chi legge la ricchezza della letteratura e del cambiamento femminile, i mutamenti delle relazioni umane e il moltiplicarsi delle forze e del coraggio. E il divertimento, l’ironia. La folla di possibilità e di speranza, la fatica, il mal di testa, la vampata sottile di calore, il patto dell’amicizia. Una grandezza nella precisione spietata del raccontare che viene incontro anche al banco dei formaggi del supermercato dentro una lite coniugale, e alla fermata dell’autobus quando non sai che autobus prendere. Ho cominciato da lontano, ma non lontanissimo, scegliendo una ragazza nata nei primi anni del Novecento, Lily Everit: va a una festa controvoglia, con la testa piena del suo mondo, e incontra subito la signora Dalloway, che si specchia in Lily e si sente «assurdamente commossa» senza avere idea di quanto quella giovane donna sia già cosí tanto diversa da lei. Da quell’istante, apertura ideale della letteratura e della vita nella modernità, le donne, e le scrittrici, hanno costruito una strada netta, libera, e hanno fatto un patto con la verità: non nasconderemo niente, racconteremo tutto. Ho immaginato anche io una festa, allora, un ricevimento con tutti questi personaggi e le loro creatrici che si muovono insieme, che finalmente possono incontrarsi, ballare, fiammeggiare: una società sovversiva di ragazze che si tengono vive le une con le altre, e indagano, ognuna con il proprio respiro e con la propria ironia, la solitudine, l’amicizia, il tradimento, il tormento per un uomo, l’autonomia interiore, la fatica coniugale, la delusione, l’invidia, i figli, l’amore, il divorzio, la speranza di qualcosa di meglio, la paura, la competizione, la vanità, il sesso, l’irresolutezza, la morte, e l’eterno attaccamento delle une con le altre. Anche il pericolo di cadere ogni tanto nel «gran pozzo oscuro», che ha raccontato Natalia Ginzburg, un abisso doloroso di malinconia. Ma che non significa soltanto: cadere. Come ha scritto Alba de Céspedes, in risposta a Natalia Ginzburg: «Ogni volta che cadiamo nel pozzo noi scendiamo alle piú profonde radici del nostro essere umano e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono di comprendere tutto quello che gli uomini – i quali non cadono mai nel pozzo – non comprenderanno mai». Dal valzer con un imbranato di Dorothy Parker all’incontro di una cinquantenne con un cameriere in pizzeria di Valeria Parrella, all’invidia di Kathryn Chetkovich per il suo fidanzato scrittore, al ricordo del tradimento di Alice Munro, all’ossessione di Edna O’Brien, gli uomini non sono sfuocati o in secondo piano: costituiscono il racconto, permettono di muovere gli occhi, sono oggetto d’amore e di confronto. Vengono svelati, ma anche permettono di rivelare la nudità femminile. Sembra che le donne abbiano una disposizione intima verso il resto del mondo, un continuo tentativo di comprensione degli altri, e anche, però, una tensione verso il rimpicciolimento di sé che chissà da dove arriva, chissà perché gli uomini non ce l’hanno: il risultato è che il dolore entra nella scrittura in un modo sottile, si infila tra le parole anche leggere di un valzer controvoglia, o di un divorzio ormai lontano nel tempo, e queste contaminazioni fra la forza sovrumana e la malinconia interiore, fra l’allegria e la possibilità di una sconfinata sofferenza, costruiscono una letteratura vivida capace di portarci al fondo di noi stessi, e anche di tirarci fuori da lí. La forma del racconto, che è uno scrigno dentro cui tutto avviene e si apre e chiude con una chiave, permette di sentire la compiutezza di un momento, la commozione per quel viaggio sull’accelerato della sera raccontato da Grace Paley, lo sgomento per il segreto della bambina in quell’ultima estate nigeriana nella storia di Chimamanda Ngozi Adichie, e anche la vertigine del suicidio di Saffo, per amore di un uomo indifferente, o per dolore di sé: «Tutte le donne amano una donna: amano perdutamente se stesse, il loro stesso corpo è infatti di solito l’unica forma in cui siano d’accordo di trovare una qualche bellezza», scrive Marguerite Yourcenar. Ho scelto questi racconti, che avrebbero potuto essere molti di piú e che sempre si nutrono di altri racconti, secondo due soli criteri: complessità e bellezza. Racconti che facciano divertire e appassionare uomini e donne, e che illuminino un aspetto dell’esistenza che prima era in ombra, che consolino e incuriosiscano e che accendano di desiderio verso le altre parole di queste scrittrici. Ho scelto le storie non solo delle piú grandi autrici del nostro tempo, che hanno aperto la strada o che stanno percorrendo la loro strada, ma anche delle autrici che hanno fermato un momento importante, si sono poste cioè i problemi nel modo corretto, come sostiene Cechov. Kathryn Chetkovich ha usato nel suo racconto inedito in Italia, Invidia, un’espressione che mi ha turbata, perché è una dichiarazione di verità dolente, ed è qualcosa che, nonostante il secolo trascorso dalle feste della signora Dalloway, continua a muoversi dentro di me, in un modo segreto che cerco per la maggior parte del tempo di ignorare, ma poi esce fuori anche contro la mia stessa volontà: «Io volevo quello che vogliono sempre le donne: sentirmi legittimata». Sentirmi legittimata, come essere nient’affatto relativo, sentirmi legittimata davanti agli uomini ma soprattutto davanti alle donne, che hanno negli occhi quelle vite nascoste, quei pensieri segreti. Sentirmi legittimata nella speranza, che non finisce mai ed è rivelata dal solo fatto di scrivere e riscrivere e dall’atto grandioso di tentare di contenere l’umanità dentro un racconto, per poi ricominciare. Grace Paley diceva: «Scrivere di donne è un atto politico», perché significa prendersi cura di loro. E significa offrire agli uomini molte possibilità di comprensione, di divertimento e vicinanza a questa misteriosa e speciale parte dell’umanità. «Noi sappiamo di essere molto speciali. Eppure continuiamo a sforzarci di capire in che senso: non in questo, non in quello, in quale allora?» Lydia Davis è un genio di ironia e tormento, e la risposta alla sua domanda poetica, emotiva e intellettuale è in questo libro. In questa incomparabile, magnifica disposizione all’intimità, al confronto. Al racconto.

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