L'equilibrio è una lotta continua, nei racconti di A. Igoni Barrett

 di A. Igoni  Barrett Edizioni 66ThA2nd Traduzione di Michele Martino pp. 256  Euro 16

di A. Igoni  Barrett
Edizioni 66ThA2nd
Traduzione di Michele Martino
pp. 256  Euro 16

 

di Alfredo Zucchi

I nove racconti di L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto (66thand2nd, 2018, traduzione dall’inglese di Michele Martino) dello scrittore nigeriano A. Igoni Barrett, si muovono in un quadro in cui l’ordine è sempre a un passo dal crollo, in cui la violenza e la barbarie covano sottotraccia, come humus, e basta poco, un accidente minimo, perché si scatenino in superficie. L’equilibrio è una lotta costante, e l’unica forza in grado di sostenere e nutrire questa lotta è l’amore – quella forza, quel legame che prescinde dalle strategie e dalle soluzioni razionali, che si dà, che unisce e basta.

È il caso del racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui il personaggio principale, il poliziotto Eghobamien Adrawus, dopo una serie di eventi brutali si ritrova, in casa, di notte, a tu per tu con la moglie, con cui pure aveva avuto una lite furiosa poche ore prima. Il contatto che si ristabilisce tra loro prescinde dalla parola e la supera, è fatto di gesti e di sguardi prima di tutto.

«Che c’è?» disse lei.
«Niente» rispose, e cominciò a parlare. Le parlò della rabbia che l’aveva portato a colpire un uomo in faccia con una zampa di mucca. Le parlò degli stivali troppo piccoli e del male che aveva ai piedi, della puzza della prigione che lo svegliava al mattino, della paura sul viso di una donna che ha capito che sarebbe stata violentata.
Le parlò dell’uomo in bianco che profumava come un vaso di fiori ed elargiva denaro come se comprasse favori per il diavolo.

Parlò così in fretta che spruzzò saliva dalle labbra, poi così lento, e a voce così bassa, che la moglie dovette piegarsi in avanti per afferrare le sue parole. Stava ancora parlando quando lei lo prese per un braccio e lo condusse alla poltrona reclinabile, quando si chinò su di lui per sbottonargli la camicia, quando gli tolse tutto tranne le mutande, con le mani che lavoravano con la destrezza dell’abitudine. Parlò finché la sua voce non divenne un bisbiglio in fondo alla gola. Parlò finché non cadde addormentato. E a quel punto lei gli intrecciò le mani sulla pancia e si tirò su per guardarlo. Non disse niente. Non aveva niente da dire. Eppure il suo sguardo era così intenso che quando lei, alla fine, si voltò, lui sorrise nel sonno, si accoccolò meglio sulla poltrona e sussurrò: «Bene».
(“L’amore è potere, o gli somiglia molto”, p.109-110)

Gran parte dei racconti sono ambientati nella città immaginaria di Poteko, in Nigeria. I contrasti – tra lusso e miseria, vita e morte, verità e menzogna – sono vividi e sono resi dall’autore in modo asciutto, ironico e ellittico. L’unico testo a uscire da questo registro, tendendo al comico, è “Il mio problema dell’alito cattivo”: in questo caso l’autore fa parodia di quegli stessi contrasti e l’equilibrio fra gli opposti, che è la forza principale della raccolta, viene meno.

Il lavoro di Igoni Barrett intorno alle sequenze narrative – la disposizione delle scene, i tagli e le ellissi, e, in ultimo, le chiuse – merita un’analisi a parte. In linea con una tradizione molto radicata nel racconto moderno, soprattutto nella letteratura nordamericana, i tagli, i salti da una scena all’altra, svolgono una funzione dinamica fondamentale e parlano da soli (“show don’t tell” diventa qui “hide don’t tell”: nell’ambigua relazione tra “show” e “hide” si trova, probabilmente, il segreto del metodo Hemingway). Questa maniera ellittica di raccontare, che evita quasi sempre il giudizio e il commento da parte del narratore (con l’eccezione di “Il mio problema dell’alito cattivo”, in cui però l’intrusione del narratore ha funzione parodica), è funzionale all’equilibrio tra i contrasti e tra gli opposti, ed è la cifra stilistica saliente della raccolta. Questo stesso approccio informa il modo in cui l’autore conduce i finali: sempre aperti e sospesi; a volte molto riusciti : “Trophy”, “Una storia di tira e molla a Nairobi”; altre volte meno: “Godspeed e Perpetua” e “La ragazzina con i seni in boccio e la risata di gomma da masticare”, in cui la sospensione finale è più un’espediente per venire fuori da un’impasse che non un finale vero e proprio.