Antirazzismo e umanità nei racconti di James Purdy

                                 di James Purdy                                 Traduzione di Floriana Bossi                                 pp. 228  Euro  17,00

di James Purdy
Traduzione di Floriana Bossi
pp. 228 Euro 17,00

di Marina Bisogno

Di che cosa parliamo se parliamo di James Purdy? Di narrativa, certo, di short story, ma anche di jazz, di night club, di antirazzismo, di umanità. Il pretesto per ricordare questo scrittore troppo poco conosciuto viene da Non chiamarmi col mio nome, raccolta di racconti pubblicata da Racconti edizioni (traduzione di Floriana Bossi), che riporta all’attenzione dei lettori e del mercato editoriale un autore che ha fatto del non detto la sua cifra stilistica, a prescindere dai personaggi che tratteggia. Ricorda un certo minimalismo di Hemingway e l’ironia di Toni Cade Bambara, James Purdy descrive scene popolari: relazioni di coppia sfrangiate o minate da un segreto, abitudini e chiacchiericci nei quartieri afro, partenze e separazioni, passioni pulsanti e incontenibili. Per Purdy la vita è una scarica di energia: egli vi si immerge, e ne insegue i lampi nelle esistenze altrui. L’abilità con la quale descrive particolari dei corpi e degli ambienti, spostando il punto di vista dall’emotività dei suoi protagonisti verso il circostante, fa parte di quell’eredità che gli consegna l’amicizia con Gertrude Abercrombie, pittrice surrealista, regina degli artisti bohemienne, organizzatrice di jam session a cui prevendevano parte i più grandi jazzisti di tutti i tempi, da Dizzie Gillespie a Charlie Parker. La Abercrombie è il fulcro dell’esperienziale di Purdy: è frequentando la casa di lei che amplia le sue conoscenze, che viene a contatto con una cultura altra, che si mescola con linguaggi artistici ed espressivi. Una contaminazione vincetene, decisiva per la sua sensibilità e il suo sguardo. Sono i primi anni Quaranta in America, James Purdy non è riuscito ancora ad affermarsi come scrittore. Per mantenersi insegna lingue, viaggia molto, arriva in Messico e a Cuba. Legge Shakespeare ma anche l’Antico Testamento. La curiosità, la benevolenza verso i suoi personaggi affondano le radici nel suo background. Lo vediamo con Lafe che, nel racconto Marito e moglie, non riesce a comunicare alla donna che ha sposato la sua omosessualità o con Maud, la signora che in Una donna buona, discetta con la sua amica Mamie di una giovinezza sfiorita e del senso della vita (“Maud, sei felice? sospirò Mamie. Maud non rispose. Non aveva mai pensato molto alla felicità, era Mamie che le ricordava sempre quella parola”). La nostalgia per il tempo che scorre, le aspettative verso una vita di coppia scintillante - poi mutate in pazienza e silenzio - sono come ossessioni per Purdy. In Non chiamarmi col mio nome, il racconto che dà il titolo alla raccolta, la trama è incentrata sul complesso di Mrs Klein, che, nel bel mezzo di un party, con drink alla mano, vaneggia sul cognome del marito, che non sente adatto a sé. Questa fissazione è la spia di un’insofferenza più profonda, che il subconscio restituisce in un’occasione festosa. Un racconto magistrale, che, come altri nella raccolta, manifesta una rara padronanza del dialogo (quasi tutte le storie si evolvono in un botta e risposta). Non chiamarmi col mio nome è anche il racconto che favorisce la carriera letteraria di Purdy: sul finire degli anni Cinquanta, Andreas Osborn, uomo d’affari e impresario, ne resta folgorato. Inizia così a sovvenzionare Purdy e a spingerlo nel perseverare con gli editori, nonostante i rifiuti. Anche Edith Sitwell, poetessa inglese, intanto, si convince che James Purdy sia un ottimo scrittore. È a questo punto che Purdy tenta il tutto per tutto, dedicandosi a tempo pieno alla scrittura. Si trasferisce a New York, tessendo altre amicizie determinanti, come quella con Paul Bowles e Dorothy Parker. In questo tempo di soddisfazione, Purdy scrive il racconto Color of Darkness tradotto in Italia con il titolo di 63: Palazzo del Sogno, in chiusura della raccolta targata Racconti edizioni. È la storia di un’amicizia, ma soprattutto di Fenton Riddleway, che di colpo è attratto da un uomo. Dentro ci sono la smania di successo, l’impazienza giovanile, l’impetuosità dei sentimenti. Non chiamarmi col mio nome è un lavoro editoriale considerevole: assembla i racconti di un autore che si sentiva l’urgenza, anche sociale, di rispolverare. La capacità di Purdy di scandagliare le relazioni, di aprire parentesi sulla condizione della popolazione americana ai margini, di calarsi, all’occorrenza, tra i fantasmi che agitano la mente umana lo rendono uno scrittore di riferimento oltre il tempo. Lo sforzo dei tipi di Racconti edizioni è pregevole ed arricchisce i lettori curiosi, a caccia di racconti di razza.

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