Le croci in processione, di George Eekhoud

Ortica editore porta in libreria Racconti del patibolo, di George Eekhoud, tradotto da Stefano Serri. Sei racconti che vogliono avvicinare il pubblico italiano allo scrittore belga (pressoché inedito nel nostro paese) che ha messo la propria opera a servizio delle minoranze e di chi non ha voce: carcerati e proletari, anarchici e omosessuali, soldati degradati e ragazzini sfruttati sono i protagonisti dei suoi testi. Racconti di violenta denuncia, di forte realismo che descrivono con penna delicata le sventure che si nascondono nell'oscurità indifferente delle città.


Cattedrale vi propone uno dei testi contenuto nella raccolta, per gentile concessione dell’editore

Le croci in processione
di George Eekhoud


Rotolavamo penosamente lungo i solchi della strada sabbiosa e da un po’ stavamo osservando la massa opprimente del penitenziario, quando il mio compagno di viaggio m’indicò con la punta della frusta alcune croci di legno nero raggruppate in mezzo alla brughiera.
«Il cimitero dei detenuti!» esclamò.
E aggiunse sorridendo: «Ci sono dodici croci. Non ce n’è mai stata, e mai ce ne sarà, una di più… Che bella cosa, la burocrazia.»
Poi, tornando grave e prendendo una scorciatoia: «Solamente lì il vagabondo dorme il suo primo sonno tranquillo. Allora le api cantano per lui le loro dolci nenie e la natura veste di viola – il colore del lutto dei re – la tomba del più infimo dei mendicanti!
Quante salme di pezzenti ingrassano già quel suolo incolto, carcasse fracassate di veterani rinsecchiti insieme alle polpe succulente degli ultimi arrivati... Come la lama della ghigliottina non conta le teste che stacca, quelle dodici croci non contano i tumuli che calcano nel loro migrare. A ogni decesso il becchino strappa la croce del più antico tra i dodici morti e la sistema sopra la nuova tomba anonima.
Sapete meglio di me come il contadino di queste terre sia incline a fantasticare. Così, il movimento di quelle croci nella pianura ha colpito la sua immaginazione. Pretende che lo spirito nomade e ribelle delle canaglie sepolte si sia comunicato, per una diabolica qualità, all’emblema di redenzione che doveva proteggere le loro spoglie mortali. Di propria volontà, decidono di smuoversi a una a una per vagare attraverso la campagna. Croci erranti, croci in pena! Percorrono la landa stregata così come i forzati e i fuorilegge giravano nel cortile, dove ruotavano legati alla macina del mulino. La gente del posto ha dato loro questo nome suggestivo: Le croci in processione.
Anch’io, scorgendole nelle ore confuse, complici di miraggi e allucinazioni, le scambiai molto spesso per un branco di corvi satolli, infreddoliti e stretti l’uno contro l’altro.
Quel paragone mi ossessionò in modo particolare tre anni fa, quando un’epidemia di tifo rischiò di spopolare le campagne. Nell’infermeria, ancora più sinistra delle altre zone del carcere, dato che gli orrori del lazzaretto s’innestavano su quelli della prigione, tutti i teppisti, tanto i vecchi quanto i ragazzi, morivano a camerate intere.
Laggiù, nella terra, quei macabri zappatori non facevano altro che scavare e comprimere la terra, piantare e spiantare i tronchi delle croci. Ma avevano un bel da fare, il flagello continuava a mietere vite e inviava loro carri su carri di concime umano. I miei dodici corvi neri non avevano mai avuto una simile preda.
La carneficina fu tale che per non allarmare gli onesti cittadini dei dintorni il direttore del carcere ordinò di procedere soltanto di notte a quelle inumazioni di massa. Ma, nonostante la saggezza dell’amministrazione, i pastori notturni, isolati nella pianura, assistettero a uno spettacolo spaventoso. Le croci in processione, lente e gravi, si misero, una notte, a correre come dannate. Andavano talmente veloci che c’era appena il tempo di posare i loro bracci neri sulle fosse rivoltate di fresco. Incespicavano contro le salme, battevano i loro bracci, cadevano per risollevarsi subito. E i loro subdoli incensieri, i fuochi fatui, invece di calmarle e radunarle, si divertivano a quel loro sgambare e fare capriole, esasperavano il panico avvolgendole nelle livide spirali dei loro bagliori.
Ancora oggi, quando si menziona questo prodigio, alle veglie, le donne recitano un Pater e un Ave Maria per le anime del purgatorio, mentre i ragazzi più coraggiosi aspirano boccate profonde dalle loro lunghe pipe.
Nel frattempo, dopo che la mortalità è tornata normale, come si scrive nei rapporti ufficiali, le croci hanno ripreso la loro andatura tranquilla, si rimettono a camminare lentamente, rassegnate…» «Sì, mormorai a mia volta, abbracciando con uno sguardo quasi nostalgico la pianura violetta e il groviglio delle croci delle processioni; sì, ricordate i versi di Dante: Tacendo e lagrimando al passo che fanno le letane in questo mondo! * »


*Dante, Inferno, XX, 8-9, in italiano nel testo (N.d.T.)