di Fabrizia Gagliardi
Come si diventa scrittrici: primo, cerca di diventare qualcos’altro.
Ci sono scrittori ai quali torniamo per il bisogno di cogliere ancora qualcosa – perché forse non eravamo pronti a sapere o forse non ne avevamo le capacità –, e scrittori ai quali torniamo perché, nel frattempo, siamo cambiati noi. Lorrie Moore appartiene a entrambe le categorie.
Nel 2023, scrivendo dell’intera carriera dell’autrice ho provavo a descrivere proprio questo effetto: i racconti di Moore sembrano allenarci a riconoscere i piccoli sommovimenti che precedono i cambiamenti più grandi, quei momenti in cui una relazione, un'abitudine, un'immagine di sé o persino il mondo intorno a noi comincia impercettibilmente a perdere la propria forma. La sua scrittura sa stare dentro quella zona instabile senza pretendere di risolverla. E forse è anche per questo che la sua ironia non ha mai soltanto la funzione di farci ridere: spesso è il modo attraverso cui i personaggi riescono a sopportare ciò che, detto senza quella deviazione, sarebbe troppo doloroso.
A distanza di anni, però, quella prima lettura viene rimessa in discussione grazie alla raccolta completa delle sue storie, appena pubblicata da La Nave di Teseo. Tutti i racconti (con le traduzioni di Marisa Caramella, Alberto Pezzotta,Marcella Matti e Carlo Prosperi) permette di osservare la sua opera non come una semplice successione di libri, ma come un sistema di ritorni, deviazioni, risonanze e collisioni. Non necessariamente una traiettoria di crescita — idea dalla quale la stessa Moore prende le distanze in una nota iniziale — ma qualcosa di forse più interessante: la possibilità di scoprire, a posteriori, quali domande una scrittrice abbia continuato a porre mentre cambiavano il mondo, i personaggi, le forme e persino lei stessa.
È significativo che Moore abbia scelto di sottrarre questa raccolta alla cronologia. L'ordine alfabetico non costruisce un percorso lineare e mette le storie una accanto all'altra come una playlist casuale, permettendo che racconti lontani nel tempo si incontrino, si urtino, producano inattese somiglianze o differenze. Lauren Groff, nella sua introduzione, legge proprio questa scelta come una delle possibilità più fertili del volume: tornare sulle storie, saltare da una all'altra, lasciarle entrare in nuove combinazioni. In questo senso, Tutti i racconti non è soltanto un archivio: è anche un nuovo modo di leggere Moore.
Da qui nasce questa conversazione. Non dalla domanda su come sia cambiata Lorrie Moore nel corso di quarant'anni, ma dalla curiosità per ciò che accade quando una voce così riconoscibile viene ascoltata tutta insieme.
Forse, alla fine, Tutti i racconti ci offre proprio questa possibilità: non tanto vedere Lorrie Moore attraverso il tempo, quanto ascoltare il tempo attraverso la sua voce.
Ha detto che, per scrivere un nuovo libro, deve sentirlo come qualcosa che non ha mai fatto prima, e allo stesso tempo ha parlato di una sorta di “orecchio interiore” che continua ad accompagnarla. Ora che Tutti i racconti permette di ascoltare insieme quasi quarant'anni di lavoro, che cosa riconosce come appartenente a quell'orecchio, prima ancora che alla sua idea di stile?
Suppongo sia soprattutto una questione di ritmo. Ma c’è anche un sommesso ronzio di fondo, un passaggio alle tonalità maggiori o minori, forse un pizzico di giocosità ma anche affermazioni prive di slancio: insomma, semplicemente una voce umana che veicola questi elementi, e quella voce possiede una vita legata a una narrazione destinata a dispiegarsi lentamente.
Lei ha spesso resistito alla tentazione di leggere i suoi racconti come tappe di una progressione: ogni storia, dice, nasce come un progetto distinto. Ma leggendo Tutti i racconti si ha anche la sensazione che alcune domande ritornino, pur cambiando personaggi, età e paesaggi. Le sembra più interessante cercare una continuità nelle domande che nei temi? E, se sì, quale domanda pensa di aver continuato a porre senza necessariamente rendersene conto?
Credo di essere interessata soprattutto a come interpretiamo il nostro cuore spezzato. E a come idealizziamo il matrimonio e la famiglia, quando in realtà non possono reggere tale idealizzazione distruttiva. Mi interessa il linguaggio a cui la nostra mente ricorre o in cui si immerge. Mi interessa anche il modo in cui la vita dà naturalmente forma a delle storie. Almeno per uno scrittore. Così, una vita può essere vista come una loro successione.
Nei suoi racconti tornano spesso piccoli “errori” percettivi: una parola fraintesa, un'identità scambiata, un'interpretazione sbagliata, un'immagine che slitta leggermente rispetto a ciò che dovrebbe rappresentare. Il critico Brad Leithauser ha parlato, a proposito della sua scrittura, di una poetica dei near misses. Pensa che questi scarti siano soltanto una fonte di umorismo, o dicono qualcosa di più radicale sul modo in cui i suoi personaggi conoscono — e fraintendono — il mondo?
Probabilmente entrambe le cose. Una connessione stretta e precisa attraverso il linguaggio è forse insolita e potrebbe non essere molto interessante.
Il suo stile è immediatamente riconoscibile, ma non sembra mai costruito a partire da una “maniera”: nasce dall'incontro fra precisione, ritmo, sorpresa e una particolare attenzione alle parole. Se dovesse oggi isolare alcuni gesti concreti attraverso i quali ha costruito quella voce — cose che ha imparato, abbandonato, rubato ad altri scrittori o semplicemente scoperto scrivendo — quali sarebbero?
Percepisco un personaggio alle prese con un dilemma. E poi cerco di procedere con calma: quali parole usare, che aspetto e che suono dare alle frasi. Direi quindi che si tratta dell'incontro tra un personaggio, le sue circostanze e il linguaggio. Ma procedendo lentamente, all'inizio. Anche il ritmo è fondamentale. A volte il linguaggio corre veloce, mentre il personaggio tende a non farlo.
Lei ha parlato della musicalità della prosa e di quel momento in cui una storia deve trovare il proprio suono. Le è mai capitato, rileggendo un racconto dopo molti anni, di accorgersi che una frase funzionava ancora musicalmente ma non significava più per lei ciò che significava quando l'ha scritta?
Non rileggo spesso le mie storie, quindi non saprei indicare un caso specifico. Quando capita che le rilegga, è più spesso una frase maldestra a saltarmi all'occhio.
Davanti a un libro che riunisce così tanti anni di lavoro, c'è una cosa che mi incuriosisce più dell'idea di “evoluzione”: esiste un suo racconto che oggi le sembra più misterioso di quando lo ha scritto? Non necessariamente il migliore o il più importante, ma quello nel quale sente di non riuscire più a vedere completamente la persona che lo ha scritto.
È una domanda davvero interessante. Perché, in un certo senso, li guardo tutti e mi chiedo: "Come sono stati scritti?". Anche per me, gran parte di tutto ciò rimane un mistero.
Forse è inevitabile che, dopo quarant'anni, i lettori costruiscano connessioni che l'autrice non aveva intenzione di costruire. C'è qualcosa che i suoi lettori hanno visto nei suoi racconti — una continuità, una preoccupazione, persino un modo di guardare il mondo — che lei inizialmente non riconosceva come proprio e che, col tempo, ha finito per riconoscere?
Qualcuno una volta ha detto che tutto è nato da una profonda tristezza. Qualcun altro diceva che si trattava di un pastiche di battute, alcune divertenti e altre no. Qualcun altro ancora ha detto che erano sentimentali, ma in senso positivo e sinfonico. Forse tutte queste affermazioni sono in parte corrette, ma nessuna è vera fino in fondo; ecco perché si può ascoltare il parere dei lettori, ma sempre prendendolo con le pinze.
Se dovesse scegliere alcuni racconti da far leggere a qualcuno che pensa di non amare la short story — non necessariamente racconti suoi — quali metterebbe sul tavolo per convincerlo del contrario? E cosa vorrebbe che quel lettore scoprisse, attraverso quei racconti, che un romanzo non può fare nello stesso modo?
Direi di leggere Il cacciatore ebreo o Gli appunti (pubblicato anche sul New Yorker ndr): non vorrete trascorrere con questi personaggi più tempo di quanto le storie stesse vi offrano. Ciò che offrono è sufficiente. Ma, allo stesso tempo, non vorreste mai non averli incontrati.
