Debora Lambruschini
Ho letto questo libro seduta su uno scoglio di fronte al mare del levante ligure, nel mio piccolo borgo non ancora preso d’assalto dai turisti estivi. C’è una piccola baia, ritrovo di pescatori, che resiste tranquilla, poco frequentata dalle famiglie con bambini che preferiscono altri tratti di costa più sabbiosi. Le gambe penzoloni rinfrescate dalle piccole onde che si infrangono, sono appollaiata appunto su quello scoglio ma non sono più del tutto lì. Jan Brokken, scrittore e viaggiatore olandese classe 1949, ha sempre la strabiliante capacità di estraniarmi dalla realtà che mi circonda per trasportarmi in un altrove da poter toccare. E poi, quando riemergi dalle sue storie, quando sei tornato a casa dal viaggio compiuto insieme a lui, ne inizia un altro, nei luoghi che abiti e conosci e che ora osservi in modo diverso: più attento, più curioso, con tutti i sensi attivi. Il pezzo di mondo in cui Brokken è quello del suo ultimo libro pubblicato da Iperborea, La malinconia del viaggiatore (traduzione di Claudia Cozzi). Quattordici storie e luoghi, ma soprattutto persone, raccontati da Brokken con quel suo caratteristico intreccio tra reportage, spunti personali, voce letteraria, che trascinano dentro il lettore, lo fanno partecipe: non solo per la sensorialità del testo nelle evocazioni liriche e puntuali insieme del pezzo di mondo che prende vita davanti ai nostri occhi, nei personaggi che dal passato sembrano farsi carne e sangue, ma anche per le molteplici riflessioni che si intrecciano alla narrazione e che abbracciano campi e argomenti diversi.
Ci sono i luoghi, naturalmente, ma sono le persone, dicevo, il centro nevralgico delle storie: personaggi celebri o perfetti sconosciuti, Brokken dedica a ognuno di loro lo stesso interesse, la stessa attenzione e curiosità:
Se c’è qualcosa che rende indimenticabile un viaggio, è un incontro inatteso
Penso che ogni lettore di questo libro sarà colpito diversamente ora da un racconto ora dall’altro, affascinato da un certo luogo o da un personaggio, da qualcosa di familiare o del tutto nuovo e inaspettato. Di certo credo che tutti saremo colpiti dai tanti piccoli, curiosi dettagli che Brokken incontra lungo la strada, che svelano mondi e persone e che, come accennavo in apertura, sono l’antidoto all’indifferenza con cui troppe volte ci muoviamo nel mondo: distratti, superficiali, con il rischio di perdere quella innata curiosità che è sempre stata parte dell’essere umano. Quella, per esempio, che spinge Brokken a interrogarsi sul significato di una cassetta della posta nel cimitero di un piccolo paesino sui Pirenei francesi:
A Collioure, nel cimitero, ho visto una cassetta delle lettere. Non un’imitazione, no, era una vera cassetta delle poste francesi, fissata a una lapide, o meglio, incassata per metà nella pietra.
È l’incipit di uno dei racconti più belli di questa raccolta, l’inizio da cui si dispiega la narrazione. Quando prende il via, Brokken trascina il lettore lungo le strade di quel paese, nelle sue case, nella vita di un esule che proprio lì ha trovato riparo dalla guerra civile che stava devastando la Spagna: Antonio Machado. L’illustre poeta, arrivato a Colloure, piccolo villaggio di pescatori, che si è preso cura di lui, fino alla fine. La guerra civile aveva diviso la famiglia Machado in due fazioni ed è qui che alcuni di loro scelgono di stabilirsi, per sottrarsi alla violenza, all’odio che si è insinuato nella famiglia stessa. Antonio è malato, ha attraversato diversi dolori, ma la sua poesia è ancora viva, pulsante. Brokken racconta il luogo, racconta il poeta, ne riporta alcuni versi particolarmente significativi. Il racconto è l’occasione per riflettere su argomenti che spaziano dalla poesia alla condizione di esule, il linguaggio, la patria, l’assenza, il dolore per chi si è perduto per sempre. E, ancora, sulla semplicità della voce di Machado, dell’uomo prima ancora del poeta, con cui l’autore ci mette in ascolto attento, portandoci lì, tra i suoi versi, tra le stanze che ha abitato, tra quello che ha lasciato.
[…] Machado era un uomo che parlava sottovoce, che non si metteva mai in mostra: rimase sempre il riservato insegnante di francese che rifuggiva dalle parole altisonanti e dalla lirica enfatica tipicamente associata alla Spagna. […] Nei suoi versi sembra quasi dialogare con il lettore. Racconta un’impressione, o una riflessione, con le parole più semplici possibili.
Machado, che non è mai voluto diventare un monumento ma solo un uomo, un poeta dalle parole semplici, vere, e che «anche dopo la morte rimase vitale, la sua poesia non invecchiò» (p. 24). La prosa piana e lineare di certe narrazioni brevi, i silenzi, la cura con cui ogni parola è misurata, scelta, il legame strettissimo che intercorre tra poesia e racconto; le distanze che la letteratura sa colmare, i sentimenti che smuove, lo sguardo con cui ci chiama a osservare il mondo. Ma cosa può l’arte di fronte all’orrore? Può esistere, può avere un senso?
C’era posto per la musica, in tutto questo?
Se «tutto questo» è la violenza della guerra, delle persecuzioni, dei campi di prigionia, delle dittature, delle minacce di regimi totalitari, avanti e indietro nella Storia. È il 1941 e il compositore e pianista francese Olivier Messiaen, deportato dai tedeschi, sente che «è giunta la fine del tempo». Il primo fumo esce dai camini dei campi di concentramento. E dunque c’è ancora posto per la musica, per l’arte, in un mondo come questo?
Nel giro di pochi mesi compose gli otto movimenti del Quatuor pour la fin du temps. Alla prima esecuzione, il 15 gennaio 1941, erano presenti quattrocento prigionieri. Faceva un freddo glaciale, i musicisti erano vestiti di stracci.
La musica attraversa moltissimi di questi racconti e Brokken abilmente riesce a coinvolgere anche il lettore non esperto – la sottoscritta, per esempio. La musica prende vita anche attraverso le storie di chi l’ha creata, difesa, vissuta ed è ancora lo spunto per altre riflessioni che dal significato dell’arte arrivano alla dedizione totale che richiede, alla fama, al sacrificio. È su un volo diretto a New York che il violinista Anner Bijlsma si interroga su una vita fatta di note, su quello che ha sacrificato, su quello che ha avuto in cambio, sul senso o meno di continuare.
Aveva vissuto centinaia di momenti belli, emozionanti, sorprendenti, inattesi, miracolosi, ma ne era valsa la pena? Ripagavano delle infinite ore di sospiri, fatiche e prove? Giustificavano un’esistenza? Quando cominci a farti domande del genere la risposta è quasi sempre il dubbio […].
Tra le storie di Brokken ci sono il sacrificio e il dolore, l’esilio necessario per salvarsi, la follia del potere, le delusioni d’amore, i capolavori perduti, ma c’è spazio anche per la leggerezza di certi incontri e storie, luoghi pieni di sole, odore di mare. Tra grandi compositori, musicisti, celebri pittori, suore (che meraviglia il racconto su Matisse e la suora!), fa capolino un nome che forse non tutti subito riconosceranno, Paolo Maria Noseda, ma la cui voce è ben famigliare: è lui che la domenica sera a Che tempo che fa traduce in diretta le parole degli ospiti dall’inglese, dal francese, dallo spagnolo. Fa un certo effetto dare corpo a quella che per anni anche per me era sempre stata solo una voce: ho incontrato Noseda qualche anno fa per un’intervista con la scrittrice premio Pulitzer Jennifer Egan e confesso che se il volto sul momento non lo avevo riconosciuto è stata quella voce lì a rendermi subito noto chi avevo davanti – e sì, confermo quanto dice Brokken nel racconto, è privo di inflessioni e accenti. La storia di Noseda che Brokken ci racconta è un episodio d’infanzia in una Napoli assolata dove è giunto al seguito di uno zio, e fa sorridere per la disavventura a lieto fine che li vede protagonisti, mentre a bordo dell’auto che li porta in viaggio in Italia avvertiamo l’eco di un tempo che non è più.
Non è il solo racconto di ambientazione italiana, ce n’è un altro particolarmente interessante e che lega insieme arte pittorica e musica nella città di Mantova. Qui, nelle sale della Camera degli sposi affrescato da Mantegna nel Palazzo Ducale della città, Brokken fa la conoscenza con uno stravagante signore di una qualche nobile famiglia decaduta; un incontro avvolto di mistero e che, di lì a poco, coinvolge lo scrittore tra le pieghe di uno degli enigmi più noti del mondo musicale, l’Arianna di Monteverdi.
Chi l’ascolta anche solo una volta è condannato: non occorre essere appassionati d’opera, basta avere un briciolo di sensibilità nel petto per lasciarsi sfuggire una lacrima. E sì, anche questo: bisogna essere stati abbandonati almeno una volta nella vita, ma chi non lo è stato?
Ecco dunque che il racconto accoglie la storia della Camera degli sposi, quella di Monteverdi e il dolore al cuore della sua celebre opera, quella del misterioso signore che confessa a Brokken di essere in possesso – o quasi – di quella musica perduta. Ancora una volta la storia è molto più di una semplice cronaca di fatti e persone, ma ci porta tra le pieghe del tempo, ci interroga sulla creazione artistica, sulla disperazione con cui talvolta ci si aggrappa a un mondo che sta andando in frantumi, sul mistero che ogni famiglia rappresenta.
Chilometri percorsi, luoghi, persone incontrate, storie che hanno bisogno di essere raccontate: nelle pagine di La malinconia del viaggiatore ci sono la musica, sempre, l’arte in ogni sua forma, le domande che spesso non vogliamo porci ma a cui stavolta non possiamo scappare e che riguardano tutti noi, uomini e donne di questo tempo feroce.
