di Alice Pisu
La letteratura di Anna Maria Ortese è imprendibile. Riscoprirne testi mai finiti in volume rappresenta un’ulteriore via d’accesso a una visione altra, estranea a correnti di sorta, fuori tempo perché già oltre rispetto al sentire comune e alle tendenze a lei contemporanee. Pur tenendo a mente il monito di Proust secondo cui un libro non riflette le abitudini del suo autore ma le supera perché è “il prodotto di un altro io” rispetto a quello mostrato nella società, far riemergere da un oblio lungo ottant’anni le novelle della stagione dei racconti “facili e meravigliati” di Anna Maria Ortese illumina angoli oscuri e fornisce dati nuovi ai suoi studiosi, anche sotto il profilo biografico.
La nuova valorizzazione della letteratura di una delle più grandi scrittrici italiane del secolo scorso – terza donna dopo Elsa Morante e Natalia Ginzburg a vincere il Premio Strega con Poveri e semplici nel 1967 – investe non solo le riedizioni delle opere più note, le poesie scritte tra il 1930 e il 1980, le conversazioni e le riflessioni. L’azione di riscoperta risulta pregevole anche nello studio degli epistolari, veri e propri scrigni di tesori nascosti che contribuiscono a intravedere nella produzione di una scrittrice eclettica e tormentata un disegno unitario, concepito entro un percorso sofferto che negli anni porta Ortese ad acquisire consapevolezze nuove sull’amicizia, sull’amore, sul ruolo della scrittura, sulla fede, sulla responsabilità civile, sul senso del vivere. Una drammatica inscindibilità di arte e vita che oggi è possibile riconoscere considerando la cifra rocambolesca e travagliata della sua esistenza nomade, precaria.
Avida lettrice di Dante, ma anche di Katherine Mansfield, Edgar Allan Poe, Virginia Woolf, Hans Christian Andersen, Robert Louis Stevenson, Anna Maria Ortese affina nel tempo una sensibilità per il fulgore insito nell’ordinario, per le variazioni cromatiche dell’ambiente naturale, per le affascinanti ‘bizzarrie’ del mondo animale, che nelle sue narrazioni scompaginano il noto e portano chi legge a muoversi all’interno di una dimensione di irrealtà propria del suo universo letterario. La scrittura per Ortese è necessità vitale e sofferenza, come emerge anche dagli intensi scambi epistolari avuti tra gli anni Trenta e Quaranta in particolare con amiche intellettuali come Paola Masino, Adriana Capocci Belmonte, Marta Maria Pezzoli (chiamata Mattia), fondamentali nel riaccendere nella scrittrice la fiducia per le relazioni. La purezza e la lealtà di tale sorellanza rappresentano un riparo sicuro per Anna Maria, uno spazio di libertà e di complicità depurato da invidie o gelosie, come rilevato da Monica Farnetti. Scrivere, confessa in una lettera a Mattia, è “uguale al canto raccolto e disperato del mare, nelle insenature segrete. È il rifugio triste, non è la vita”.
La ricerca inesausta di Ortese riguarda lo stile, l’espressività in bilico tra l'inchiesta giornalistica, l'invenzione narrativa e il lirismo visionario. Un processo trasformativo che dall’affinità al realismo magico (Angelici dolori; L'infanta sepolta), guarda al neorealismo (Il mare non bagna Napoli) per approdare a geografie fantastiche dal tono favoloso e allegorico (il cui apice è L'iguana), per ripiegarsi in un cocente intimismo (evidente in particolare in Poveri e semplici).
La particolare postura nel mondo eletta da Ortese è caratterizzata da una sensibilità per la luminosità della grettezza, anche a causa delle dure esperienze attraversate nella sua vita, tra gravi lutti, precarietà economica e professionale, esiti personali dei traumi collettivi generati dalla guerra, difficoltà a emergere come scrittrice in un ambito non esente da stereotipi di genere e spesso incapace di riconoscerne la grandezza e l’alterità.
La tendenza all’esibizione del reale irrita Ortese anche a causa della guerra e stimola in lei un’esigenza di irrealtà espressa nella ricerca di congegni fantastici per allestire ambienti paralleli capaci di riverberarsi per via simbolica sull’esistente. Processi che con esiti di alta valenza letteraria sono irradiati da un pensiero critico edificato da una precisa coscienza civile e politica. L’impegno etico e anticoloniale di Anna Maria Ortese – votato alla denuncia di ogni forma di ingiustizia sociale con l’intento di dare voce al margine – riserva particolare attenzione alla condizione femminile, alla povertà e all’esclusione sociale, con pagine memorabili dedicate anche alla causa ambientalista (evidente in opere diverse, tra cui Il porto di Toledo), e a quella antispecista (resa ad esempio ne Le piccole persone). Alla base del suo sguardo metafisico sta l’orrore per “il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte”, nella percezione drammatica che a circondarla non ci sia altro che vuoto e apparenza.
Ortese attua in chiave fantastica quella capacità di penetrare il reale propria di Mansfield nel cogliere “la vita della vita”. Per Mansfield la scrittura è la lente per compiere continui ingrandimenti e registrare ciò che la circonda attraverso uno studio della forma, della lingua. Nell’autrice de La festa in giardino Ortese trova un motivo ispiratore al punto da sentire un inatteso benessere persino osservandone una foto: in quella sorta di effige mistica riconosce tutta la luce più candida e misteriosa del mondo condensata in uno sguardo, una luce non di questa terra, capace di placare provvisoriamente il suo disordine interiore gravato da un perenne senso di colpa cattolico e da un’esigenza di redenzione.
“Penso a Mansfield come a un dio di pace e di bontà e voglio, voglio ardentemente sperare che questo atteggiamento di pentimento e umiltà trovi il suo compenso:
voglio dire la forza di andare avanti e la luce, la luce”.
E più avanti continua: “Vedi, Mattia, per questo bisogna appartenere alla religione della Mansfield, la religione della purezza e della poesia: per stabilire intorno a noi, perenne, fino all’ultimo giorno di vita, riserva per tutti i momenti orrendi, quel clima di gioia, di estasi. Sentire la nostra qualità di ‘creature’ continuamente; il nostro (nostro perché?) dono di gioia e di poesia”(19 marzo 1941, in Vera gioia è vestita di dolore, Adelphi).
I carteggi restituiscono oggi elementi nuovi per rintracciare prose poetiche inedite, riflessioni sul suo tempo, immagini d’epoca, e in senso più ampio sono tracce di tensioni inesauste che rimandano a un sentimento pervasivo verso il mondo, un ‘amore’ carico di avidità e disprezzo. Desideri semplici e illusori vergano le missive, come quello di avere una casa in cui tornare dove trovare genitori e fratelli insieme, dare rifugio ai suoi pensieri inquieti, e con un letto fresco e un lume accanto, poter indugiare la sera sulle pagine dell’amato Andersen (la cui Sirenetta è l’antenata de L’iguana).
Dalle lettere emerge anche lo sconforto del compromesso – “Nulla si fa senza nausea, che valga la pena d’esser fatto. Alla radice d’ogni cosa bella, non c’è che un profondo disgusto, e difficoltà atroci” – e la percezione di subire una generale incomprensione, manifestata con picchi di odio verso la letteratura e le sue forme di illusione, sentendosi una bussola senza l’ago.
Oltre agli epistolari citati, grazie a Dario Biagi è stato riportato alla luce un prezioso scambio tra Anna Maria Ortese e Helle Busacca (pubblicato nel volume Ama ciò che ti tortura, De Piante) fondamentale per risalire a cinque racconti apparsi originariamente su Grazia e pubblicati oggi per la prima volta (Novelle ritrovate, Argo edizioni, con saggio critico di Donatella La Monaca). Il giornalista e studioso incappa in tale epistolario durante le ricerche su Pasquale Prunas, fondatore della rivista Sud e amico di Ortese. È Prunas in più occasioni a dare sostegno e opportunità professionali a Ortese. Entrambi alloggiano a Milano nel 1948 a casa di Helle Busacca. Dagli studi sui materiali conservati all’Archivio di Stato di Firenze (ultima città di Busacca), Biagi risale all’intenso legame epistolare tra le due donne, iniziato sul finire degli anni Trenta quando Helle invia a Anna Maria alcune sue poesie per avere un suo parere. Anna Maria e Helle sono quasi coetanee e hanno in comune lutti mai elaborati: nel caso di Helle la perdita della madre, l’abbandono del padre e il suicidio del fratello, nel caso di Anna Maria l’incidente fatale subito da un fratello e l’omicidio dell’altro in circostanze mai chiarite. Un’amicizia intensa e turbolenta, segnata anche da dolorose triangolazioni amorose in relazione allo struggimento provato per la stessa persona, Corrado Pavolini, affermato scrittore e critico, sposato con la traduttrice Marcella Hannau e padre di due figli. Attraverso queste lettere Dario Biagi scopre che Pavolini è il primo vero pigmalione di Ortese (prima di Bontempelli, grazie a cui Ortese pubblica con Bompiani il suo esordio Angelici dolori). È Pavolini a farla emergere per la prima volta, tra il 1933 e il 1934, sulle pagine della rivista da lui diretta, L’Italia Letteraria. Pavolini è anche un grande amore inespresso, come emerge dalle lettere in cui Ortese, in risposta alle esternazioni infuocate di Helle, confessa all’amica di averlo amato.
Persino nell’epistolario sono riconoscibili le simbologie sottese, i messaggi affilati, le derive allegoriche, la tensione drammatica di Ortese. Tra le suggestioni, Biagi riconosce l’invito rivolto all’amica, inusuale da parte sua, a cercare su un numero di Grazia il suo racconto Finestra illuminata. Questo scritto, come rileva Biagi, si appropria del topos del pellegrinaggio sentimentale, ma con una variante significativa: l’uomo amato è sposato ed è padre di famiglia. Si tratta secondo Biagi di un altro chiaro rimando a Pavolini. Da quel primo indizio origina la ricerca di Biagi che risale ad altre novelle pubblicate sul periodico tra il gennaio 1942 e il giugno 1943 che in quegli anni annovera altre firme di assoluto rilievo tra cui Alba de Cespedes, Achille Campanile, Ada Negri, Giovanni Mosca.
Secondo quanto ricostruito dal biografo Luca Clerici, sono oltre duecento i racconti pubblicati da Ortese, a cui si aggiungono ora queste recenti scoperte. Il primo racconto del volume, Finestra illuminata, è dominato dall’attesa dell’amato alla finestra, vissuta da una donna che sente di non avere più valore di un’ortica. Affinità evidenti anche in Medina e il mare, in cui risuonano interrogativi sull’impossibilità di compiere un disegno che è frutto di un desiderio intrappolato entro quattro mura. Quella prigionia interiore e fisica acuita da un senso di sospensione, è squarciata dall’irruzione di una figura misteriosa (lo straniero, il ‘sopravvenuto’) usata di frequente da Ortese per indagare la matrice oscura e indecifrabile della natura umana. Notte di maggio assomma lo struggimento dell’attesa, il desiderio di cambiamento reso nella supplica alla luna, l’irruzione dell’inatteso, la beatitudine della terra per indagare la connessione tra memoria e immaginazione, fondamentale nel definire la peculiare lingua letteraria di Anna Maria Ortese.
“Una calma soddisfatta e beata tiene tutte le cose. Era lei che aspettavano, la luna, e ora che lei è apparsa, nel suo migliore abito da sera, eccoli tutti felici. I salici brillano di contentezza, il fiume corre ormai silenzioso. Gl’insetti di fuoco si sono un po’ dispersi. Il vedovo passero rivede in sogno l’amata. I fiori non staccano da lei, dall’immortale, i loro occhietti accesi di dolcezza”.
Ogni racconto rimanda a tappe di una ricerca espressiva e formale aperta che riporta ad alcune tra le cause abbracciate dall’autrice con maggiore convinzione. Emblematico in tal senso il racconto Una piccola viola dove l’antropomorfizzazione dell’inanimato è funzionale alla cronaca di un’inquietudine esistenziale inestinguibile, impersonata dal fiore dotato di un cuore aperto alla meraviglia. La sottile malia di una ricerca vana accompagna l’ultimo racconto della raccolta, Abita qui?, dove l’illusione si scontra con l’assenza. Il pensiero sognante si perde tra i vicoli dalle corrispondenze napoletane e lambisce traumi giovanili mai elaborati dalla scrittrice. Di grande impatto sono le descrizioni del brulicare cittadino, la timida ma tenace ricerca di una ragazza amata dieci anni prima da un giovane alto e forte, vestito di verde, rimpatriato dall’America.
Come sottolineato da Donatella La Monaca, la scrittura di Ortese in questi racconti si piega ad ascoltare i turbamenti, le apprensioni dei suoi soggetti, “in un climax ascendente che coinvolge tutti i fenomeni della natura sui quali i moti interiori si dislocano”.
Nelle novelle ritrovate, l’ebbrezza e l’orrore dello schema favolistico anticipano visioni espresse con più ampio respiro in altre opere e tradiscono la necessità di alimentare un’inquietudine privata, inespugnabile. Tra metafore e allegorie sul filo del tormento, l’espediente finzionale permette alla scrittrice di abitare lo sguardo del giano bifronte per osservare passato e futuro insieme e per immortalare interno e esterno – in senso fisico e interiore –, scorgendo così le sconfinate potenzialità della difformità rispetto a una presunta norma.
La paura e l’euforia del vivere travalicano le mere vicende narrate e il vissuto della sua autrice, per farsi portatrici di storie universali con aperture fantastiche, sovrapposizioni di sogni, incubi, ossessioni e spettri. Ogni testo ritrovato mostra una straordinaria coerenza intellettuale nel perseguire uno studio narrativo, filosofico, mistico e lirico sull’umano. Nell’intricato groviglio di realtà concreta e visionarietà, la letteratura di Anna Maria Ortese solleva ancora oggi interrogativi sul senso del vivere con pagine che riservano a chi legge un invito a riaccordarsi alla propria sofferenza per usarla come prisma per osservare l’oscurità della vita.
