Il bambino, di Delia Benco

Il bambino
di Delia Benco
1926

Certe strade si evitano come certe facce per un’oscura antipatia che ispirano. Certe strade si evitano come certe facce per un’oscura antipatia che ispirano.
Ma quello stretto e ripido viottolo fiancheggiato da una doppia fila di noccioli, con i suoi gradini sgretolati che si alternano a pianerottoli lubrici, io lo odiavo perchè si ergeva implacabile a colmare la misura della mia stanchezza. Per raggiungere la nostra piccola casa di campagna, reduci da scorrerie sui monti, bisognava ci mentarsi a superarlo volendo evitare il giro interminabile della strada maestra. E poichè a metà salita il viottolo interrompeva da un lato le sue siepi per strisciare pieno d’ombra lungo il muro che recingeva il cimitero, non potrei ridire le volte che avevo invidiato il riposo di quei morti ai quali era risparmiata la pena di quella scala maledetta. Ma quello stretto e ripido viottolo fiancheggiato da una doppia fila di noccioli, con i suoi gradini sgretolati che si alternano a pianerottoli lubrici, io lo odiavo perchè si ergeva implacabile a colmare la misura della mia stanchezza. Per raggiungere la nostra piccola casa di campagna, reduci da scorrerie sui monti, bisognava cimentarsi a superarlo volendo evitare il giro interminabile della strada maestra. E poichè a metà salita il viottolo interrompeva da un lato le sue siepi per strisciare pieno d’ombra lungo il muro che recingeva il cimitero, non potrei ridire le volte che avevo invidiato il riposo di quei morti ai quali era risparmiata la pena di quella scala maledetta.
Fu appunto a due passi da quel muro, al calar della notte, che mi trovai sbarrato il passo da una catasta di rami secchi che traboccava da una gerla, sotto cui si intravvedeva accoccolata la solita figura di donna vestita di nero, con il consueto nodo delle mani appesantito sul grembo. Fu appunto a due passi da quel muro, al calar della notte, che mi trovai sbarrato il passo da una catasta di rami secchi che traboccava da una gerla, sotto cui si intravvedeva accoccolata la solita figura di donna vestita di nero, con il consueto nodo delle mani appesantito sul grembo.
— Bona seere.
— Buona sera.
Dopo che la donna ebbe spostato il suo bosco ambulante e canticchiato il suo saluto, stavo per proseguire, quando mi sembrò che un’affrettata pulitura di naso avesse voluto spazzar via un singulto, come già nella voce mi aveva colpito una raucedine di pianto. Ma prima di volgermi e per dare naturalezza alla mia sosta, dissi l’unica cosa ch’ero capace di dire: Non si arriva mai!
— Poverina, è dura troppo molto questa strada per chi non ci ha l’abitudine.
E rapidamente si forbì gli occhi. — Quella gerla deve pesare un quintale! Viene da lontano?
— Da là via, mia signora, sopra Ovedasso. Sono sola, come mi vede, che neanche un cane è più solo e mi tocca andare a comperarmi questi legni per quel tantino di polenta, che poi mi resta in gola. Ma ho pur sempre la speranza che il bambino ritorni.
Senza più ritegno le lagrime scesero a rigare quel viso giallognolo dalla mandibola sporgente: uno squallido viso senza età, con sotto un principio di gozzo che sussultava.
— Ha un bambino lontano, povera donna?
— Il mio unico bambino, signora, di cinque che ne avevo e che son tutti sepolti lì. Ed è a Roma, malato in un ospedale. E quel birbante di mio marito che lavora là via, a non dirmi niente, a non scrivermi una parola, con tutti i telegrammi battuti e le lettere con espressi, che tutti i soldi me li mangia la posta. Un angiolo lui, il bambino, signora. Se non mi scriveva, potevo giurare schietta come la Madonna, che non poteva proprio. Appena arrivato, poverino, mi aveva mandato la sua prima quindicina e mi aveva scritto, che ho qui la sua lettera: «Mamma, fatti coraggio che il lavoro quaggiù finchè si ha sane le braccia non manca. Bada te a non farti man care di nulla, chè sei capace di privarti anche dell’acqua. E poi più altro.
— Ma quanti anni ha questo suo bambino?
— Venti, compiuti la Madonna d’Agosto, signora. Su l’immagine già delineata d’un bimbo, vidi all’improvviso sovrapporsi quella d’un giovanotto giacente in un letto, con gli occhi azzurri, perchè certo aveva quelli della madre, bruciati dalla febbre e dalla nostalgia di quel povero viso che mi stava di fronte, e forse anche di quella corona di alte montagne taciturne.
— Sapevo io ch’era ammalato il bambino, signora; non per niente si fa il sogno. La mattina dopo andai subito a spianarlo dalla Germana, che sta proprio là via. «Siedi qui Dora, mi disse, che si fa i tre mucchi: uno pel bambino, l’altro per la casa, l’ultimo per la sorte, e tu levi la prima carta». Neanche che il Signore Iddio le avesse preparate, venne subito fuori la malattia, signora, con pericolo di morte, e al secondo colpo, luogo chiuso: ospedale! Corsi a casa che non mi reggevano le gambe e scrissi a quel birbante: «Come è vero che mi chiamo Dora e che la morte aspetta te come noi tutti, se non mi mandi spiegazione coll’espresso della malattia del bambino che so all’ospedale, mi fò prestare i denari sulla casa, che per piangere anche il fienile mi basta, e prendo il primo treno che va a Roma.
— E non le ha risposto?
Ha risposto sì, che solo a tenerla in mano quella lettera si vede colare il fiele. Dice: «Tu te ne stai a casa che a venir qui non si rimedia niente. Il bambino è stato molto gravemente malato allo stomaco, ma sta per andare in convalescenza con l’aiuto dei medici. È inutile che tu scriva, perchè il bambino sta dalla parte mia. Morto o guarito fai conto che sia lo stesso. Non è più un pulcino che tenga bisogno delle tue gonnelle, e soldi non ha da mandare».
Birbante maledetto! Birbante maledetto!
— Capisco, povera donna, ma in fine vede che il bambino sta meglio.
— Signora benedetta, ma lei sa meglio di me cosa vuol dire andare in convalescenza! Se me lo fa mangiare e tirar fuori dal letto prima del tempo, non c’è misericordia che lo salvi da una ricaduta. E lui, sangue di Giuda, è capace di assassinarlo..
Cercai di tranquillizzarla spiegandole che dall’ospedale non si esce finchè non si è guariti; che il cibo lo prescrivono i medici; che infermiere buone sorvegliano giorno e notte gli ammalati.
— Che Iddio l’ascolti, benedetta, e mi perdoni la poca creanza di tenerla sulla strada. Ma a quel birbante ha da sapere che così ho risposto: «Soldi non me ne importano, perchè ho più gusto a crepare di fame io, che a mangiare pane avvelenato. Bada te a non fare alzare il bambino e ingozzarlo di roba pesante quando ha ancora lo stomaco indebolito. Che se avesse da mancarmi lui, come questi poverini, e per colpa tua, giuro, birbante, che con queste mie mani che hanno soltanto lavorato da quando sono in terra a tribolare, ti strangolo!».
E risollevato con uno scrollo il suo bosco, che le formò una gobba gigantesca, con la mano protesa sul cimitero rinnovò il giuramento. Poi, lenta, discese verso l’Aupa.

***

Rapide, corte, tagliate in mattini frizzanti, pomeriggi tepidi, notti fredde, le giornate fuggivano e si ammucchiavano tutte eguali pur con vicenda diversa: salite in montagna; perlustrazioni in borghi lontani; soste su praterie costrutte come sale immense. E verde, verde sempre in tutti i toni, interrotto da qualche alto biancore immacolato. Cascate d’acqua a scroscio giù dalla nuda roccia e la canzone continua a perdifiato, di due fiumi. Ad ogni crocicchio una fontana sempre aperta; sicchè a notte, un gran concerto d’acqua e di grilli.
Ma tutto ciò ch’era vivo: uomini e bestie; e le case con la loro sorte ferma, e financo chiese e campanili, sembravano rimpiccioliti quasi sommersi, dalle sagome dei monti disposti a cerchio come una tenaglia. Buffi taluni di quei monti, da non sapere se più andavano a raggiungere il cielo o ad inclinarsi per tuffare il cocuzzolo nel fiume. Altri a pan di zucchero, pieni di sussiego, con scarpate difficili o addirittura impraticabili. E tutta la bellezza concentrata su due soli: il Pismone rosa ogni sera, e il Montasio d’argento. sera, e il Montasio d’argento.
Nel cuore della nostra borgata, una piazza di sapore goldoniano con l’albergo alla insegna del Leon Bianco e due tavoli fuori per i notabili del paese. Il caffè, tre colombi, e l’usciere sui gradini della Loggia. Un paio di negozi. La corriera ferma tra un codazzo di monelli vicino alle vetrate della Banca del Friuli con cortine a punto norvegese. All’altro angolo, un donnone, ritto dinanzi al suo carretto pieno di cianfrusaglie. L’andirivieni continuo e imbambolato del nano: sarto di professione. E nel mezzo, lo scroscio dell’immancabile fontana.
Più la partenza diveniva imminente, più al fresco sa pore che si aveva in bocca di polenta e latte si mischiava un alcunchè di amaro; e gli occhi si posavano già nostalgici su quell’ingenuo aspetto delle cose. Le osterie e le cucine, che si intravvedevano tra la lucentezza dei rami e il chiasso della luce elettrica, nell’ultima settimana si erano popolate per il ritorno de gli emigranti e dei pastori scesi dagli alti pascoli. Un tintinnio di campanacci; un allegro risuonar di canti lungo i vicoli, mentre le donne vestite di nero, sotto il peso immane delle gerle, continuavano a salire e scendere sull’asprezza di quei monti. Tutte eguali, simili ad enormi formiche, dal viso giallognolo, senza età, ben chiuse tra le bende del fazzoletto scuro.
Eppure quella storia del bambino mi pesava sul cuore; e inutilmente avevo cercato più volte la donna su quel viottolo o dirigendomi verso l’Aupa. Mi lusingavo di saperla riconoscere dalla sporgenza della mandibola, da quel principio di gozzo, dalla luminosità degli occhi azzurri. da quel principio di gozzo, dalla luminosità degli occhi azzurri. Fu lei invece a venirmi incontro una mattina: «la mia signora!» su quella strada che va verso Campiolo: lunga, stretta, serpentina, con rocce a picco sul fragore del fiume, seminata di tabernacoli in ricordo degli annegati. Subito le chiesi del bambino. Ella si accoccolò poggiando la gerla sulla roccia, e levò fuori dal seno una carta.
— Non capisco più niente signora. Da un pezzo quel birbante scrive come fosse divenuto un agnello. Parla anche di ritornare, e dice che il bambino ora sta bene, sta in pace. Mi ha mandato anche un pugno di denari come non ha mai fatto, e dice che si governerà la casa e si ricupererà il campo ceduto l’altro anno. Che lui è stanco, dice, di ramingare pel mondo senza una ragione e che non sta bene che io campi più sola. E più gli scrivo, signora, che in nome di Dio, mi dica del bambino, lui continua a mandare queste carte che non concludono niente. Ho domandato notizie del bambino ad un uomo venuto questi giorni da Roma, e pure lui mi disse che è guarito, ma ancora troppo debole per scrivere.
Sopraggiunse nel frattempo una donna con la gerla, e dovemmo spostarci per lasciarla inoltrare; ma non appena ella vide quella lettera aperta, poggiò la mano sulla spalla di Dora dicendole: «Non darti pena, il bambino prima o poi ti ritorna».
Ho il ricordo preciso di quel momento: eravamo, con l’ingombro delle gerle, su quell’angusto passaggio seminato di croci e aperto sull’abisso. Non guardai la madre e sfuggii gli occhi di quella donna.