Non dirlo più, di Anna Vertua Gentile

Non dirlo più
di Anna Vertua Gentile (1845 - 1926)

La signora Camilla, ricchissima dama, che ha nome d’ingegno elevato, passeggiando un mattino soletta nei dintorni della sua villa si trovò senza avvedersene, di fronte al cancello del Campo santo d’un vicino paesello. In qualunque altro momento si sarebbe affrettata a togliersi da quel luogo sì triste; ma v’hanno giorni in cui anche il cuore del più felice mortale si sente inclinato a mestizia, a quella mestizia che ti rende uggioso il brillante conversare, ti spinge a gustare il diletto d’un’ora di silenzio a compiacerti di tutto che spira tristezza. E Camilla, a cui natura era stata larga di mille doni, che era la regina della famiglia, l’idolo della società, aveva pure i suoi giorni di melanconia. Quel mattino era sgusciata anzi tempo dal letto, e colla lunga chioma d’ebano raccolta in elegante reticella e una bianca vesticciuola succinta, era uscita non vista dalla villa popolata in quella stagione da una quantità di parenti e d’amici, e per i serpeggianti viottoli dei campi via via in dove l’abbiamo trovata, davanti al cancello del Camposanto. Fra le tombe di quell’ultima santa dimora contrassegnate alcune da povere croci di legno o di ferro irruginito, altre da una ghirlanda di semprevivi, altre ancora da una sola pietra, ve n’era una su cui sorgeva un iorito rosaio tutto chiuso all’intorno dalla simbolica pervinca; dal gambo di quel rosaio pendeva una lucernetta accesa, e lì presso inginocchiata se ne stava immobile una bionda giovanetta vestita a bruno colle mani giunte, lo sguardo al Cielo, il sorriso sulle labbra. Strano contrasto! il sorriso colla tomba, la rosa vermiglia col pallido lumicino! Camilla fu colpita a quella vista, stette a contemplarla alcun poco dall’inferriata del cancello; una lagrima inavvertita le spuntò a prima giunta sulla nera pupilla, ma lasciò tosto luogo ad un’espressione d’amarezza e di disprezzo che avrebbe agghiacciato il cuore di chi l’avesse notata. — La fanciulla in quel frattempo si alzò, spiccò un fiore in boccia dal rosaio, l’appressò alle labbra con religiosa tenerezza e s’incamminò per uscire.... Giunta al cancello si incontrò in Camilla che riconobbe tosto per la rinomata signora della villa vicina, di cui il nome al suo paese era pronunciato con grande rispetto, come quello di persona di molto merito, di non comune ingegno. Arrossì nel passarle da vanti e stava per balbettarle il buon giorno, con quella peritanza un po’ schifa proprie delle fanciulle dei villaggi, quando Camilla la interrogò:
— Che facevi tu colà inginocchiata?
— Pregava mio padre; oggi è l’anniversario della sua morte; rispose la fanciulla con modestia.
— Pregavi tuo padre? e dove credi tu ch’egli sia tuo padre?
— In paradiso, signora; così la fanciulla un po’ maravigliata a quella domanda.
— Eh via pazzerella! che parli tu di Paradiso?....
Colla morte tutto finisce. — E s’allontanava lasciando l’orfanella con tanto d’occhi e tutta stupita a quelle parole. Ed ella avea sempre sentito dire che l’uomo quaggiù è un pellegrino che ha per meta del suo viaggio il cielo; aveva sempre sentito dire da tutti e principal mente dal Pievano del suo paese che bisogna essere buoni per meritarsi il premio di una vita di gaudio eterno lassù col Signore e co’ suoi angeli. Suo padre le aveva insegnato fin da bambina ad invocare la benedizione della mamma che non aveva conosciuta, e prima di morire le aveva detto fra le lagrime di non desolarsi ch’egli l’avrebbe guardata dal cielo, le avrebbe sorriso se si fosse sempre mantenuta laboriosa e saggia. E quella signora l’aveva chiamata pazzerella per averle risposto che suo padre era in Paradiso; le aveva detto che colla morte tutto finisce. Ed era così saggia quella donna, ne doveva saper tante di cose! certamente più di lei, più di tutti gli abitanti del suo villaggio!....
Dacchè l’amato genitore l’aveva lasciata, non aveva mai avuto altro conforto da quello in fuori di pensare ch’egli la vedeva e l’amava ancora; quante volte dopo aver durato l’intero giorno sul lavoro, standosene la sera appoggiata al davanzale della sua finestruccia si rallegrava tutta nella certezza ch’egli l’avrebbe benedetta perchè sentiva di non aver deviato per un filo dalla via da lui additatale!....
E quel giorno ritornò a casa col cuore tutto chiuso in sè; per la prima volta in sua vita guardando il cielo dubitò che suo padre non vegliasse su di lei; per la prima volta in sua vita sentì correr le per lo vene un’amarezza indefinita, si sentì sola, troppo sola, infelice, e pianse dirottamente. D’allora in poi l’orfanella fu veduta più pallida del solito, una cupa tristezza si diffuse nel suo volto, su cui già spiccava la serena, la santa rassegnazione; la svogliatezza la prese; trovò la sua vita troppo meschina, vani desideri l’assalsero, lasciò morire il rosaio che aveva piantato sulla tomba di suo padre, che aveva già formato l’oggetto di tutte le sue cure! Tanto male avevano fatto le parole della signora Camilla a quell’anima innocente! e forse avrebbero strascinato la povera orfanella chissà a qual triste passo, se un’ottima donna, che aveva notato in lei quel cambiamento, non l’avesse indotta a versare nel suo la piena del di lei cuore, non le avesse strappato dal seno il crudel dubbio che le avvelenava la vita.
— Colla morte lutto finisce!.... — Colla morte lutto finisce!....
Oh se Iddio non t’ha finora privata de’ tuoi cari, poichè per reggere a tal pensiero non bisogna averne pianta la perdita, se tu sei tanto avventurata da vedere ancora il dolce sguardo di tuo padre e di tua madre posarsi amoroso su di te, da godere la tenerezza d’uno sposo, da bearti nel sorriso di tutti i tuoi figliuoletti, abbi pietà di chi fu provato dalla sventura e non dire più: «colla morte tutto finisce.»
Non dirlo all’orfana che dalla tomba materna solleva al cielo la pupilla lagrimosa e poi l’abbassa con un sorriso; non dirlo alla vedova che stringendo la destra del morente compagno l’udì dir le fra il pianto: «a rivederci lassù»; non dirlo alla giovane sposa che mirando la culla vuota della sua bella creatura si riconforta pensando: «è un angioletto del Paradiso»; non dirlo alla forte veneranda, che conta fra i martiri il figlio valoroso che la lasciava sola per volare alla difesa della patria, per morire per essa; oh, non dirlo, non dirlo più!... il veleno di tal dubbio fatale non lo versare nel cuore dello sventurato, non toglierli il suo unico conforto, la pia, la santa credenza di un migliore avvenire coi cari perduti; non rapirgli colla speranza della benedizione del morto genitore, la forza di sostenere con nobile rassegnazione i mali della vita, la forza forse di preferire, e privazioni e disagi al delitto, all’infamia. Lascia, lascia la fede al misero, e a te cui ora tutto sorride, il cielo conservi sempre le persone del cuore; chè senza la certezza di rivederli lassù come potresti sopportarne la perdita s’è vero che li ami?....