L’erotismo conoscitivo ne La sirena di Lampedusa


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di Antonio Tedesco

Giuseppe Tomasi di Lampedusa pone se stesso e il suo capolavoro, Il Gattopardo, al confine tra due epoche: un lungo processo di trasformazione durato decenni, ma che nella figura dell’aristocratico scrittore, e nel suo romanzo, trova una perfetta sintesi. Che diviene ancor più evidente se si guarda ad alcune sue opere meno note così come alle sue vicende biografiche.

Nel 1961, circa tre anni dopo la pubblicazione de Il Gattopardo, la casa editrice Feltrinelli, che aveva già pubblicato il romanzo, raccoglie in un volume intitolato I Racconti altri scritti dell’autore, di natura sia narrativa che autobiografica (un testo che avrà nel tempo, fino ad anni recenti, molte riedizioni continuamente riviste e ampliate, man mano che altri frammenti o altre stesure sono venuti alla luce). In essi i segni di questa condizione sospesa tra nostalgia e decadenza già presenti nel romanzo, si evidenziano, forse, con ancor maggior chiarezza. Una condizione per altri versi rintracciabile anche nel film Il manoscritto del Principe, realizzato da Roberto Andò nel 2000, dove si racconta degli ultimi anni di vita di Tomasi di Lampedusa intento nella stesura del suo libro, e del rapporto che in quel periodo intratteneva con due giovani amici - ad uno dei quali teneva con una certa regolarità lezioni di letteratura inglese e francese.

Ci sono collegamenti sottili, seppur non dichiarati, tra la storia narrata nel film e alcuni testi contenuti nel volume I Racconti. In particolare quelli che riguardano certi “non detti”, fatti di ambiguità e zone d’ombra, che alludono al rapporto tra maestro e allievi di cui si parla nel film. Ci riferiamo specificamente al racconto intitolato La sirena, il testo più noto di Lampedusa dopo Il Gattopardo.

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La sirena è un racconto allegorico. Una trasfigurazione, arricchita da riferimenti mitici, di una specie di rito di iniziazione riservato ad una ristretta cerchia aristocratica, intesa qui sia in senso nobiliare che culturale. I riferimenti per decifrare una certa ambiguità di significato non mancano.

Il protagonista del racconto, Rosario La Ciura, vecchio luminare, grande esperto di lettere classiche, ricorda la sua avventura giovanile, l’incontro e il congiungimento con la mitica sirena, avvenuto in un periodo in cui, già laureato e con ottima padronanza del greco antico, si preparava ad affrontare ulteriori esami ancor più impegnativi per l’assegnazione di una cattedra universitaria. La calura estiva e lo studio eccessivo sono causa di un’acuta fase di stress, alleviata dall’offerta, imprevista, ma ben accetta, di potersi recare a trascorrere un periodo di tempo presso la casa di un amico situata in una amena località marina dalle parti di Augusta, sul Mar Ionio (non a caso di fronte alla costa greca). Un posto sufficientemente tranquillo e isolato, da consentirgli di continuare, in condizioni meno critiche che in città, i propri studi. Ed è proprio nel mare antistante la casa, quasi evocata da quei versi in greco antico ossessivamente ripetuti ad alta voce dallo studente, che Lighea, la sirena, fa la sua comparsa. E, suadente, priva di inibizioni, forte della sua immortalità che la pone al di là e al di sopra della morale comune, si unisce al giovane, quasi fosse un discepolo da iniziare, da introdurre ad una nuova realtà, o meglio ad una nuova concezione della realtà.

Ma questo che si può considerare senz’altro il cuore del racconto viene introdotto dall’autore con grande sapienza e perizia letteraria. L’io narrante è un giovane giornalista siciliano trasferitosi per il suo lavoro a Torino. Piantato in meno di ventiquattr’ore dalle due ragazze che frequentava simultaneamente, comincia a passare le sue serate solitarie in un caffè un po’ defilato, per lo più frequentato da vecchi notabili in pensione. Con sottile ironia Lampedusa definisce questo luogo come una specie di limbo, una malinconica terra di mezzo, sospesa tra la vita e la morte (alludendo alla condizione storica e sociale cui apparteneva la sua classe). È qui che il giovane giornalista incontra il professore, nonché ex senatore, Rosario La Ciura, suo conterraneo, che aveva a sua volta abbandonato la Sicilia da vari decenni. Uomo spigoloso e dal carattere poco accomodante, il senatore, però, comincia a poco a poco a nutrire qualche simpatia per il giovane giornalista. Spingendosi perfino ad invitarlo a fargli visita nella sua casa dove possiede una grande biblioteca di testi legati alla cultura classica, e dove però non manca qualche inaspettata sorpresa (le opere di H.G. Wells).  In una di queste occasioni, il vecchio grecista confida al suo giovane conterraneo la sua incredibile avventura giovanile: l’incontro con la mitica sirena che segnerà per sempre la sua vita. Quasi un testamento intellettuale quello che trasmette al giovane perché di lì a poco, durante un viaggio in mare verso il Portogallo, dove avrebbe dovuto essere ospite d’onore di un importante convegno, Rosario La Ciura finirà in mare in un simbolico ricongiungersi a quell’elemento, a quella figura mitologica, il cui richiamo irresistibile aveva continuato a risuonare per tutta la vita nel suo animo.

L’esperienza surreale narrata nel racconto fa riferimento a qualcosa di molto concreto. Lo stato di intorpidimento dei sensi, lo sforzo di concentrazione, il completo stato di isolamento e abbandono, sembrano alludere allo sfondamento di una barriera, all’ingresso traumatico, ma allo stesso tempo gratificante, in una dimensione nuova dell’esistenza in cui il giovane futuro professore viene introdotto.  
Ma qual è realmente quest’esperienza, e a chi, o a cosa, allude la figura della sirena?

C’è un passaggio delicato nel complesso rapporto che sempre si stabilisce tra maestro e allievo. Un sottile diaframma che divide il processo di seduzione intellettuale che l’allievo subisce dal maestro carismatico e la seduzione tout court, a simboleggiare un gesto di infusione dello scibile, un passaggio materiale, una trasmissione di conoscenza che, in maniera quasi fisica, dal maestro passa al discepolo. Un atto rituale dove la pratica intellettuale si imbeve di contenuti e significanze erotiche. E dove l’intelletto e l’erotismo si uniscono e si completano reciprocamente, tendendo all’unità della conoscenza.
Qualcosa che la civiltà classica conosceva bene.
Tutti i discorsi di Rosario La Ciura sul senso più profondo e inafferrabile della civiltà greca, sull’insipienza di certe relazioni con le donne e dei “normali” rapporti amorosi, alludono a questo. Così come nella struttura del racconto stesso, nella dialettica tra “vecchio” e “giovane”, nel passaggio, o meglio nella “trasmissione” d’esperienza, simboleggiata anche da un oggetto che La Ciura regala al giovane giornalista (un “cratere” che raffigura Ulisse legato all’albero della nave che tenta di resistere al richiamo delle sirene), si raffigura tutta una simbologia in cui si possono scorgere riferimenti e allusioni precise.

È bene ribadirlo: il racconto ha tutti i tratti di un’allegoria attraverso la quale Tomasi di Lampedusa ha voluto parlarci di qualcosa che conosceva bene, ma mantenendo il doveroso riserbo che la materia impone, oltre a un’aurea di intrigante mistero di cui il cammino verso la vera conoscenza è spesso imbevuto. Tutto ne La Sirena, al di là del suo esito così marcatamente surreale, allude a qualcosa di ulteriore, a un livello di conoscenza più sofisticato e stratificato, se non addirittura esoterico.   

 

Quelle settimane di grande estate trascorsero rapide come un solo mattino; quando furono passate mi accorsi che in realtà avevo vissuto dei secoli. Quella ragazzina lasciva, quella belvetta crudele era stata anche Madre saggissima che con la sola presenza aveva sradicato fedi, dissipato metafisiche; con le dita fragili, spesso insanguinate, mi aveva mostrato la via verso i veri, eterni riposi, anche verso un ascetismo di vita derivato non dalla rinunzia ma dalla impossibilità di accettare altri piaceri inferiori. (…) non rifiuterò questa specie di Grazia pagana che mi è stata concessa.

 

In maniera solo apparentemente diversa, i due personaggi del citato film di Roberto Andò, Marco (borghese, introverso, ma dotato di grande curiosità e intuito intellettuale) e Guido (di origini aristocratiche, di intelligenza acuta, ma vagamente snob), potrebbero simbolicamente rappresentare le due facce dell’animo di Lampedusa, dove la natura aristocratica e la forte pulsione intellettuale si incontrano ma non riescono mai a fondersi pienamente l’una nell’altra, procurando sempre qualche piccolo scarto, qualche sbilanciamento, seppure, il più delle volte momentaneo o appena percettibile, in un senso o nell’altro (con qualche prevalenza per il connaturato e radicato spirito aristocratico). È come se egli, consapevole dell’impossibilità di riaffermare quella unicità che sentiva sfuggire alla sua stessa persona, avesse inteso dividere la sua eredità spirituale tra i suoi giovani amici e (seppur ognuno a proprio modo) allievi, assecondandone le rispettive vocazioni. Una “trasmissione di conoscenza” complessa e articolata. L’ultima possibilità di perpetrare un’antica tradizione che un aristocratico decadente - sostenuto da una verve intellettuale vivacissima - potesse consentirsi per riaffermare ancora il proprio senso di appartenenza ed esclusività nei crolli fisici e metaforici del suo mondo di origine.

Così l’aristocrazia (intesa come rango sociale) perduta come privilegio di classe, viene recuperata, almeno in parte, come élite intellettuale che riadatta e rinnova le sue maniere e i suoi riti.
Il film di Roberto Andò conferma, tra le righe, questa visione del rapporto fra i tre personaggi. In particolare, nella parte ambientata in epoca contemporanea che, tra l’inizio e la fine, incornicia il lungo flash back, che racconta dell’amicizia tra i due ragazzi e Lampedusa. Una quarantina d’anni sono passati da quei giorni. Ormai sessantenni e affermati nelle rispettive professioni, Guido va a Roma a cercare Marco (divenuto docente universitario), tenta di incontrarlo, ha qualcosa da dirgli. Ma questi gli sfugge, sfugge all’incontro. Il film non ne spiega, almeno apertamente, il  motivo, ma le immagini mostrano, nello stesso Marco, un uomo turbato, che lotta dentro di sé contro qualcosa che forse con molta fatica ha rimosso, e che adesso prepotentemente ritorna.

I termini non sono quelli propriamente di un’amicizia contesa. C’è qualcosa di più. E questo qualcosa è gestito differentemente da Guido e da Marco. Come se il primo, per un’innata disposizione dovuta ad antichissima consuetudine tramandatasi di generazione in generazione, avesse meglio assorbito e metabolizzato ciò che l’altro, con la sua cultura borghese non può, o non sa, elaborare.

I “Ricordi”, che compongono la prima parte del volume I Racconti, esprimono appieno la nostalgia dell’aristocratico per un mondo perduto, tanto più fantastico e desiderabile in quanto coincide, in misura quasi completa, con quello dell’infanzia.
Tale sentimento filtra tra le righe di una scrittura ariosa, fluida, chiara nelle descrizioni di ambienti e personaggi, attraverso i quali si ricostruiscono tasselli di un mondo, forse un universo, perduto per sempre. E che, come il Rosario La Ciura de La Sirena, Lampedusa stesso ambisce a ritrovare in una dimensione ulteriore di assoluto. Si può dire che, per certi versi, lo scrittore resti sempre ben separato dall’ambito aristocratico (“Lei ha scritto un romanzo che non le somiglia”, dice nel film Marco, dopo aver letto il manoscritto che il Principe gli aveva affidato per un parere. Ed è significativo, nel contesto del discorso, che Lampedusa abbia scelto il borghese Marco e non l’aristocratico Guido per “testare” il suo romanzo). La scrittura non tradisce tic o vezzi linguistici e si snoda attraverso un linguaggio quasi gergale, proseguendo, con ammirevole efficacia descrittiva, a ricostruire frammenti di una memoria che abbraccia luoghi, persone e fatti: come a dire che molto peggio dell’aver perduto tutto questo sarebbe perderne la memoria, lasciarla svanire con i testimoni stessi di quell’esperienza.

 

Quando ci si trova sul declino della vita è imperativo cercar di raccogliere il più possibile delle sensazioni che hanno attraversato questo nostro organismo. A pochi riuscirà di fare così un capolavoro (Rousseau, Stendhal, Proust), ma a tutti dovrebbe essere possibile di preservare in tal modo qualcosa che senza questo lieve sforzo andrebbe perduto per sempre. Quello di tenere un diario o di scrivere a una certa età le proprie memorie dovrebbe essere un dovere “imposto dallo stato”: il materiale che si sarebbe accumulato dopo tre o quattro generazioni avrebbe un valore inestimabile: molti problemi psicologici e storici che affliggono l’umanità sarebbero risolti. Non esistono memorie, per quanto scritte da personaggi insignificanti, che non racchiudano valori sociali e pittoreschi di prim’ordine.

 

Così scrive Lampedusa nell’ Introduzione a Ricordi d’infanzia. Le case sono forse l’espressione più vivida di questi Ricordi. Veri, materiali e concreti luoghi della memoria. Perdute tra guerre e tracolli economici. Distrutte, frantumate, disperse. Simboli, nello splendore come nella decadenza.
Palazzi con centinaia di stanze, appartamenti, rimesse, stalle. Servitù e stallieri. Cuoche e giardinieri, governanti francesi o tedesche.
Case da vivere, da esplorare. Case che comprendono sotto lo stesso tetto luoghi noti e confortevoli, ricchi di calore umano, e luoghi sconosciuti, misteriosi, non di rado fonte di sorprese e di esperienze inaspettate.
Case che riflettono l’anima di quella aristocrazia che le popolava, piene di zone d’ombra, o almeno, come nei casi che Lampedusa stesso più apprezzava, di reticenze e di silenzi.
Tutto racchiuso e celato dalla facciata ricca e opulenta, pulita ed elegante, che incute rispetto e riguardo. Una facciata impreziosita da appartamenti di rappresentanza, solenni e maestosi, concepiti per destare l’ammirazione di tutti quelli che, per censo, o per contingenze più o meno occasionali, potevano accedervi.

 I ricordi, secondo lo stesso Gioacchino Lanza Tomasi che nelle introduzioni alle varie edizioni del testo ha ricostruito in maniera mirabile il percorso artistico e umano del principe, sono “il laboratorio de Il Gattopardo”. E in effetti, in questa rievocazione del mondo della sua infanzia, Lampedusa sembra stilare una sorta di catalogo della memoria. Un lavoro che gli sarà utile per alcuni passaggi del romanzo, dove ancora certe cose procedevano in modi molto simili fra il periodo dell’ infanzia dell’autore (primi del ‘900) e l’epoca in cui è ambientata la storia (1860).
Ma se Il Gattopardo, come detto, è il simbolo del passaggio di un’epoca, La Sirena rappresenta, forse con ancora più forza, lo spirito che aleggia nelle profondità dell’animo di chi di quel passaggio si è fatto testimone sublimandolo attraverso la sua grande sapienza letteraria.
Uno “spirito” che, in quanto tale è indomabile e insopprimibile, capace, dunque,  di sopravvivere agli uomini e alle avversità della storia. Fondendosi in essa, come Lighea, nella prima onda della burrasca.   

“(…) Dallo scoglio vedemmo l’avvicinarsi del vento che sconvolgeva le acque lontane, vicino a noi i flutti plumbei si rigonfiavano vasti e pigri. Presto la raffica ci raggiunse, fischiò nelle orecchie, piegò i rosmarini disseccati. Il mare al di sotto di noi si ruppe, la prima ondata avanzò coperta di biancore. ‘Addio, Sasà. Non dimenticherai’. Il cavallone si spezzò sullo scoglio, la Sirena si buttò nello zampillare iridato; non la vidi ricadere; sembrò che si disfacesse nella spuma.”

 Allo stesso modo, nel finale del racconto il giovane narratore ci dice della ricca biblioteca che il professore aveva lasciato in eredità all’Università di Catania, ma i cui volumi stavano marcendo nei sotterranei perché “mancano i fondi per le scaffalature”. Mentre l’elaborato cratere e la stampa che il professore gli aveva lasciato in dono come ricordo, si perdono nella devastazione della casa di Palermo del narratore stesso, bombardata in tempo di guerra. Tutto finisce, si dissolve, si perde. Lampedusa scrive questo racconto negli ultimi mesi della sua vita. E gli imprime il passo, orgoglioso e malinconico, di un lungo addio.

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