I racconti di Paolo Volponi, di Emanuele Zinato

Pubblichiamo un estratto dalla prefazione di Emanuele Zinato alla raccolta di racconti 'I racconti' di Paolo Volponi, per gentile concessione di Einaudi Editore.


I primi racconti che io ho provato a scrivere, disperati, stavano tra Le veglie di Neri,
Le novelle della Pescara
e i film di Duvivier con Louis Jouvet.
Paolo Volponi

Il lettore di queste dodici short stories scritte lungo quasi un cinquantennio ha il privilegio di trovarsi davanti a una sorta di Ur-narrazione, ovvero al nucleo piú elementare che abita ogni romanzo di Paolo Volponi e che coincide con il suo stesso principio primario di affabulazione legato all’oralità e all’esperienza: alle forme di rappresentazione piú semplici ma anche piú profonde e inafferrabili. Ciò è reso possibile innanzitutto dall’occasione e dallo statuto di questi brevi testi. Alcuni («Per me è l’angolo piú tranquillo…», Piragna, «Novembre è il mese…») sono prove giovanili degli anni Quaranta che l’autore aveva dichiarato perdute, e testimoniano dunque i suoi primi esperimenti ideativi e le sue prime creazioni di personaggi destinati a un grande sviluppo nei decenni successivi. Altri (Un re cieco, Tordo balordo) sono pensati come riscritture di fiabe, il genere piú semplice e piú arcaico di narrazione, o come sceneggiature (Annibale Rama), la forma scritta in cui la parola narrativa piú si concentra su se stessa nel confronto con il linguaggio visivo. Altri ancora (La fonte, Una suora, Iride) si configurano come schegge destinate in un primo tempo a diventare parti di romanzi, ma dotate comunque di una loro autonomia per la densità ed esemplarità allegorica che le caratterizza. I primi tre brevi racconti, ritrovati da Caterina Volponi fra le pagelle e i diplomi scolastici del padre, sono tentativi che, seppure molto acerbi, presentano in nuce temi e motivi essenziali di grande interesse: il confine fra interiorità e mondo simbolizzato dalla finestra della cameretta, le vite marginali, il bisogno doloroso, struggente e assoluto di amore e di riconoscimento. 

Per apprezzarli, va tenuto conto che nei primi anni Quaranta la vera educazione di Volponi avviene fuori dalle aule del liceo Raffaello Sanzio, vissute con insofferenza claustrofobica («Ho passato anni di terrore in quel ginnasio, di vero dolore; anche perché non capivo nulla e nulla diventava mio. La professoressa delle materie letterarie mi prendeva in giro e proclamava che i miei temi, anche quelli fatti in classe, erano copiati. Finché alla fine della seconda ginnasiale fui respinto … Per salvarmi quindi come studente ho dovuto trovare un’alternativa alla totalità della scuola e alla sua incombente, assorbente astrazione. Sono stato aiutato dalla fortuna di vivere in una piccola città, di poter stare spesso per la strada e di essere stimolato dalle infinite curiosità che il mio carattere sollecitava per sfuggire al blocco nero della nevrosi e della inferiorità scolastica. Ho potuto cosí fabbricarmi altre scuole e attingere a tante culture reali, fino a poterne assumere gli strumenti e anche i risultati …»): nei vagabondaggi curiosi dentro e fuori le mura di Urbino, presso le campagne, gli orti, le botteghe artigiane, i mercati. Fra le sue primissime letture, oltre ai romanzi di Salgari e di Jack London, vi sono Le veglie di Neri (1884), i quattordici racconti di Renato Fucini ambientati tra la campagna toscana e l’Appennino pistoiese, in cui Volponi intravede una verità riconoscibile. Conta inoltre l’acculturazione visiva che, se nelle generazioni successive al «miracolo» diverrà dominante, negli anni Trenta conosce già una prima penetrazione di massa con i fumetti dell’«Avventuroso» e con il cinema. «Per me è l’angolo piú tranquillo…», rievocazione di un tema in classe, è una precocissima prova di scrittura: una esplorazione autocosciente dello spazio interiore e domestico non accolta né riconosciuta dal «terrore scolastico». Vi si accampano come forze in tensione esterno e interno: l’istituzione, mondo ostile, doloroso e sordo, e la scrittura, espressione attenta di una soggettività inerme, destinata a non trovare ascolto. Chi conosce la narrativa di Volponi non tarderà a intravedere in questo nucleo originario inquietanti situazioni pedagogiche, in seguito trasfuse in personaggi indimenticabili come Albino Saluggia, Damin Possanza o il nano Mamerte.