Il racconto in Michele Mari, di Marco Mongelli

Il racconto italiano, nella sua ricchezza e varietà, è stato esplorato negli ultimi decenni da scrittori diversi per generazione e formazione. Se non è possibile scrivere una storia lineare della forma breve, si avverte sempre più l’urgenza di ragionare attorno a questa forma e studiarne le innumerevoli declinazioni. Il fascicolo, risultato di una giornata di studi, raccoglie interventi su racconti di autori molto diversi (come Tommaso Landolfi, Anna Maria Ortese, Claudio Magris, Michele Mari, Giulio Mozzi), coprendo mezzo secolo di scritture e abbracciando diverse estensioni (tra cui le raccolte di Walter Spina sulla Libia coloniale e postcoloniale, degli alpinisti che rievocano le loro scalate, fino al fenomeno dell’autoproduzione). 

Estraiamo e pubblichiamo parte del capitolo 'Infanzia e fantasmi, la forma racconto in Michele Mari' di Marco Mongelli.


Michele Mari appare un alieno nella letteratura contemporanea italiana anche se pensiamo ai suoi racconti, così distanti sia dall'esperienza dei Cannibali sia dall'asciutto minimalismo importato dagli americani, ma anche dal nuovo realismo degli anni Zero. Quando si smette di considerare quelle qualità “intrinseche” alla forma-racconto e si approccia un ragionamento più storicistico, il racconto di Mari appare davvero in controtendenza, se non proprio incollocabile. Il racconto degli anni '80 aveva infatti secondo Angelo Guglielmi il fine di distanziarsi da ogni idea di totalità e come caratteristiche peculiari quelle di rappresentare «frammenti di realtà visti per sé e non dentro una ideologia del tutto» in una maniera antiletteraria e che tendeva alla funzionalità della scrittura invece che alla sua espressività. Risulta evidente come la forma breve in Mari abbia caratteristiche del tutto opposte, essendo al massimo grado, e fieramente, letteraria ed espressivista, e soprattutto avendo l'ambizione di dire una totalità assoluta e irrevocabile. Anche se qualcuno ha sostenuto che il racconto sia un genere meno assertivo del romanzo a me sembra vero piuttosto il contrario e che invece rifiuti l'ambiguità, la polivalenza e qualsivoglia sfaccettatura per farsi invece mezzo di una spiegazione assoluta del mondo. Come ha scritto Lodoli, in maniera sorprendentemente calzante all'opera di Mari, il racconto con la sua emblematicità costante si presta a essere scrittura di un destino, alimentato da una «fedeltà ossessiva» dei suoi personaggi.
Nel tracciare l'evoluzione del genere, dagli albori connessi all'oralità, passando per la codificazione della novella e arrivando fino allo sfuggente passaggio al racconto moderno, si tende a definire il racconto novecentesco come qualcosa che si è liberato della tirannia del finale, espressa in drammatizzazioni, costruzioni ascendenti ed effetti di clôture. In Mari, al contrario, notiamo sempre una grande importanza accordata ai finali: anche quando il peso narrativo si sposta più verso il centro, soprattutto nelle prove più lunghe, se non tirannico il finale è comunque sempre decisivo. Uno dei miracoli narrativi dei suoi racconti è proprio la capacità di fondere funzionalità e ricercatezza. Oltre che preciso e concreto il linguaggio non rinuncia a essere ricco e forbito come è nelle pagine dei suoi romanzi e così facendo riesce a essere sempre incisivo. Se «l'esemplarità è l'inconscio letterario del genere racconto» di quale esemplarità sono portatori i racconti di Michele Mari?

Innanzitutto, egli ha sperimentato le possibilità dello scriver breve attraverso i vari generi e le forme del narrare. Ad esempio, nelle giornate del finto diario di Io venìa pien d'angoscia a rimirarti, negli interventi saggistici raccolti ne I demoni e la pasta sfoglia o nelle poesie quasi epigrammatiche di Cento poesie d'amore a Ladyhawke. Nei casi citati il macrotesto che raccoglie queste scritture brevi le inscrive in un progetto generale senza far perdere loro autonomia e consistenza. Alla stessa maniera, dunque, credo dovremmo leggere le raccolte di racconti, che raccolgono e restituiscono le angosce e le febbri del passato infantile. In uno scandaglio progressivo, Mari comincia il suo doloroso movimento all'indietro con un riferimento all'Orfeo che girandosi perde quello che era andato a ritrovare (Euridice aveva un cane); poi addita e apostrofa quel passato (Tu, sanguinosa infanzia), e infine mette a punto una trattazione precisa sulla genesi della scrittura dei fantasmi (Fantasmagonia).
Possiamo ritrovare nella produzione di Mari una molteplicità di lunghezze e di forme: da quella breve o brevissima (apologhi o favole con tutto il peso sul finale – come le poesie “a effetto” diCento poesie), a quelli più lunghi e stratificati, dove c'è una concentrazione narrativa maggiore al centro e dove il finale è sì fondamentale ma non così “improvviso”. Mentre la prima e l'ultima raccolta sono composte da molti racconti di varia lunghezza e natura quella centrale risulta più compatta e per questo estremamente indicativa per capire il valore della forma-racconto nell'opera di Michele Mari. Se il compito di una raccolta è quella di mostrare la logica unitaria che guida ogni racconto, il cui senso si deve dispiegare in modo vario ma coerente, allora appare evidente che in Tu, sanguinosa infanzia ogni pezzo è ben incastrato in un'architettura superiore: si ha cioè quella percezione dell'insieme che auspicava Poe nel suo celebre La filosofia della composizione. Se nella novella ciò che conta è l'effetto centrale, verso il quale debbono tendere tutti i particolari, e il dénouement, che deve spiegare tutto quel che precede, poniamoci ora la domanda: in che modo l'infanzia e le sue presenze fantasmatiche si declinano nei racconti di Mari?

Cercherò di rispondere attraverso riferimenti ai racconti più noti.

Iniziamo dall'infanzia dunque, che è sempre in Mari una fase della vita seria e decisiva per tutto quello che avverrà dopo. L'età adulta è un mero prolungamento temporale in cui ossessioni e compulsioni restano le stesse: «non sarai titolare di un letto se non avrai dormito in un lettino […] non leggerai e non possederai Columella o Malebranche se non avrai letto e posseduto Collodi o Salgari» (“I giornalini”, p. 4). L'infanzia è inoltre l'età della paura, perché popolata da mostri e fantasmi, ma anche perché il sentimento di diversità dalla «disgustosa logica della strada» (“L'orrore dei giardinetti”, p. 39) costringe costantemente il bambino nel terrore. Nell'infanzia si sviluppa già l'atteggiamento fondamentale che ogni protagonista di Mari assume verso la vita, infliggendosi un rigore impensabile, non per motivazioni ascetiche ma per un'estrema fedeltà al proprio mondo mentale. L'irriducibile distanza dagli altri esseri umani e la propria solitudine presa come un destino irrefutabile, sono certezze scolpite dal primo giorno e con cui si deve fare i conti fino alla fine. Questa alterità rispetto ai coetanei e rispetto al mondo è assunta senza piagnistei ma anche senza indulgenza: i giochi e gli amori sono seri e nessuna voce li relativizza mettendoli fra virgolette. Si tratta di esperienze solipsistiche che nel testo ci vengono riferite con una sola voce e un solo sguardo. A volte pare che questa esibita insofferenza abbia qualcosa di stoico, altre di terribile ma che funzioni sempre da esorcismo verso tutte le paure infantili. Così gli oggetti, i giornalini, i puzzle, i fumetti, i palloni, le figurine sono oggetti dal valore assoluto e non negoziabile, marchi di un'appartenenza stabilita una volta per sempre e quindi incancellabile.

Credo che il racconto più bello e rappresentativo della prima raccolta, ancor più di quello omonimo, sia quello iniziale, ovvero “I palloni del signor Kurz”, dove emerge già chiaramente la sublime capacità di Mari di far coincidere il verso alto, eroico, alla materia più comune, senza sfigurare né l'una né l'altra. Un connubio perfetto che nella forma breve rifulge: per la nettezza e la rapidità con cui sono tracciati gli elementi essenziali di un mondo mentale tanto particolare quanto limpido e per la precisione e la secchezza dell'andamento narrativo, che può essere tale solo nella forma breve. Nonostante sia più lungo degli altri racconti della stessa raccolta “I palloni del signor Kurz” presenta il consueto finale netto e sorprendente, che si rivela spesso la conclusione più logica per un racconto di Mari. I bambini di questa raccolta sono iniziati alla vista del sesso femminile (Cicoria matta), impongono ai coetanei un ferreo rigore nei loro giochi (“L'ora di Carrasco”) o vivono una dolorosa e costante alienazione dal mondo circostante (“Euridice aveva un cane”).

Con Tu, sanguinosa infanzia, siamo invece di fronte alla quintessenza della poetica dell'infanzia di Mari. Quei temi e quelle riflessioni prima accennati e ripresi, si presentano qui al massimo grado di precisione e altezza estetica. A partire dal titolo ci accorgiamo di un'altra qualità che ha l'infanzia, quella di essere sanguinosa: una ferita sempre aperta e non rimarginabile. In ogni racconto di questa raccolta l'uomo adulto la fissa e la qualifica, la riconosce e decide di conservarla. Nel primo racconto l'infanzia delle avide letture va salvaguardata da ogni sguardo infedele, persino quello del figlio che sta per nascere. I giornalini sono «monumenti della mia solitudine» (“I giornalini”, p. 6) dice il protagonista, non sono semplici documenti che stanno lì a testimoniare un passato ormai attingibile solo col ricordo, ma la concretizzazione sempre presente di quel passato. In “L'uomo che uccise Liberty Valance” è presente un altro topos di Mari, quello del senso di colpa dell'uomo adulto verso quegli oggetti che mentre cresceva ha fatto scivolare in secondo piano, addirittura perso o scambiato. Tenere tutto ciò che si è amato anche un solo istante non è però un'operazione difensiva che serve ad allontanare il rimpianto, ma la spia di quell'atteggiamento di feticistica conservazione che ogni personaggio di Mari deve avere verso la sua infanzia e le sue manifestazioni tangibili: tutte le copertine di Urania devono essere scrupolosamente archiviate dal lettore e «memoratore», anche a costo di uscirne «sfibrato» (“Le copertine di Urania”, p. 29). Se l'infanzia è il luogo dove tutto è già accaduto – «Non c'è stato molto altro nella vita» «No, è quasi tutto laggiù» (“Laggiù, p. 129) – dopo c'è solo «l'orrenda vita da vivere» (“Le copertine di Urania, p. 31). Solo nella reiterazione sempre più minuziosa di un gioco di emulazione, nella sua descrizione istante per istante «tu bambino angosciato trovavi la pace» (“Mi hanno sparato e sono morto”, p. 35), ci dice Mari. Una parte fondamentale di questa fenomenologia dell'infanzia la ricoprono i libri: in “La freccia nera” il bambino scopre le paradossali epifanie che possono derivare dalla lettura di due edizioni diverse di uno stesso libro; in “Otto scrittori” l'adulto cerca di capire a chi, fra i suoi scrittori preferiti, deve la maggiore devozione. Ma è forse nel racconto intitolato “Certi verdini” che Mari, attraverso lo schermo di un altro oggetto-feticcio, il puzzle, ci dona la più precisa metafisica dell'infanzia. La maniacale, rigorosa iniziazione all'arte della composizione di un puzzle ci dice che per Mari ogni gesto vuol dire principalmente se stesso, perché nella sua gratuità disinteressata c'è tutto il suo valore.
Per questo si dovrebbe intraprendere un puzzle non “per passare del tempo” [...] ma solo per amore di tale cimento in se stesso, così come non sa cosa sia la lettura chi apre un libro per altro che sia il puro piacere di leggere. (p. 94)

In Fantasmagonia, che raccoglie racconti scritti lungo il corso di parecchi anni ed è per questo meno coesa delle raccolte precedenti, notiamo un aumento del carattere breve di molti racconti, che spesso sfruttano una trovata brillante per un finale a effetto. In generale la riflessione sull'atto stesso della scrittura come rielaborazione dei propri fantasmi è molto più esplicito e l'infanzia perde la sua centralità in favore della fase adolescenziale, come in “Iride e madreperla” e “L'ultimo buscadero”, fra i racconti più riusciti della raccolta.

L'altro grande tema di Mari, qui assoluto protagonista, è quello orrorifico dei mostri. Innanzitutto va chiarito che per Mari mostro vuol dire, dall'etimo, prodigio. E prodigiosa, ovvero piena di mostri, è la sua infanzia. Con queste presenze il bambino e poi l'adulto instaurano una lotta che è sempre una lotta contro se stessi: se questi fantasmi sono proiezioni del sé tuttavia non perdono mai il loro carattere corporeo, divenendo presenze che perseguitano ma con le quali instaurare un dialogo. Sono nemici ma anche alleati, spesso coincidono con un io dai desideri indicibili e repressi. Nel testo queste ombre assumono quindi una forma peculiare, quella dei nostri lati oscuri. I racconti di Mari ci dicono l'evidenza dei nostri fantasmi e la loro supremazia su qualsiasi altra realtà: ci sconfiggono sempre perché hanno sempre una concretezza materiale, seppur onirica o immaginosa, che procura dolore oltre che spavento. In definitiva, i fantasmi «non esistono perché essi SONO» (“Fantasmagonia”, p. 150).

Gli spiriti abitano edifici (“In virtù della mostruosa intensità”, “La legnaia”), gli oggetti (“Forse perché”) e le persone: «chissà perché in ogni cosa riesco solo a vedere la morte» (“Forse perché”, p. 127) si chiede il bambino nell'ultimo racconto di Euridice aveva un cane. La risposta chiude il cerchio tra infanzia e fantasmi: perché è proprio il bimbo, in quanto portatore di uno sguardo di morte, a essere il mostro. Sguardo di morte anche inteso come assuefazione all'orrore, allo spavento: «E io, quando da grandicello vidi L'esorcistaLa cosaLa casaLo squalo e Alien, non vidi nulla che non mi fosse familiare, molto familiare da sempre» (p. 124) dice una voce in “Laggiù”, ultimo racconto di Tu, sanguinosa infanzia. Ma le presenze ultraterrene che parlano al bambino ormai cresciuto possono anche prendere le sembianze di un padre giudicante (“L'uomo che uccise Liberty Valance”), di scrittori benevoli (“Otto scrittori”) o una proiezione di una coscienza che considera malevoli dei sentimenti che altrove si chiamerebbero semplicemente infantili. Ma ormai sappiamo che non c'è nulla di innocente in quest'infanzia capace di generare dolori e desideri di spaventosa grandezza. In Fantasmagonia il primo e l'ultimo, omonimo, racconto dicono la parola definitiva sul tema: in “Conversazione notturna con il mostro”, il protagonista scopre il legame indissolubile a cui il proprio mostro è in grado di costringerlo; in “Fantasmagonia”, invece, è questione precisamente della nascita dei fantasmi. «Per fare un fantasma occorrono una vita, un male, un luogo» (p. 142): così comincia questo finto racconto, in realtà una breve trattazione per punti, in cui si enumerano le caratteristiche necessarie al soggetto per essere abitato. Dall'immutabilità al riconoscimento, passando ovviamente per la paura e la commozione, sono diciannove i passi di questo cammino. Se la letteratura è «l'unica scienza esatta in materia» (p. 145) di presenze fantasmatiche è a essa che in ogni pagina tende l'ultima silloge di Mari.

È difficile parlare di un'evoluzione nella narrativa di Mari, proprio a causa di quella coerenza di temi e stili che da ormai un trentennio ne fa un autore riconoscibile da poche righe. Eppure io credo che il meglio, l'apice di questa ricerca letteraria e stilistica sia da ricercarsi negli anni che vanno dal 1997 al 1999 in cui con Tu, sanguinosa infanzia e Rondini sul filo Mari mette a fuoco tutte le tematiche a lui care con una concentrazione narrativa ed espressiva inarrivabili.
Proprio la seconda raccolta è forse il vertice assoluto e i racconti ciò che rimarrà più a lungo della sua produzione, ciò che si leggerà sempre con lo stesso entusiasmo, perché posseggono, ciascuno singolarmente e tutti presi nell'insieme, quell'unità d'effetto che è il primo comandamento di ogni buon racconto. Nettezza e compiutezza espressa nei toni più disparati: dall'assertorio al lirico, passando per l'epico e l'elegiaco, l'effetto è sempre quello di una folgorazione, il riconoscimento di qualcosa che vedevi confusamente e a cui non riuscivi a dare un nome.
In conclusione, se l'infanzia come tempo della vita è un'esperienza condivisa da tutti, non credo sia così universale riconoscersi nell'infanzia per come ce la racconta Michele Mari. Per farlo, infatti, ci vuole uno sguardo preciso e direzionato, in qualche modo sperimentato di persona. L'iniziazione a quella sorta di culto, che sono i libri di Mari, passa secondo me in prima istanza da questo. Da quell'oltranzistica, fanatica, ossessiva volontà di mettere ordine nei propri fantasmi privati unita a un umorismo di struggente tenerezza. È ciò che crea quell'originalissima e inimitabile miscela, che chiamerei, con un ossimoro, il massimalismo privato di Michele Mari.
Il paradosso della scrittura di Mari, in definitiva, è che essa eccelle in tutto ciò che è negletto dalla nostra contemporaneità: lo scrivere breve ma non frammentato, la citazione mascherata o rielaborata, uno stile consapevolmente manierato. Eppure, nemmeno il più ostinato dei detrattori potrà negare che l'originalità e l'altezza di questa operazione sta nel sentimento profondo che anima la letterarietà ricercata ma vivacissima di Mari: una tenace fedeltà, incantata senza essere ingenua, un'immaginazione che non distingue fra alto e basso, ma che rifugge la volgarità ed elegge i propri oggetti d'amore.

La fisiologia del terrore: il racconto in Maupassant

La fisiologia del terrore: “Le Horla” di Maupassant

di Alfredo Zucchi

La follia

Due elementi preliminari per entrare nel cuore della cosa. Scrive Maupassant:

“Lentamente, da vent’anni, il soprannaturale è uscito dalle nostre anime. È evaporato come evapora un profumo una volta stappata la bottiglia. Avvicinando le narici all’orifizio ne ritroviamo, appena, un vago sentore. È finita...”
(“Le Fantastique” in Le Gaulois, ottobre 1883)

E ancora:

“Invece di concludere con queste semplici parole: ‘Non lo capisco perché la causa mi sfugge’, immaginiamo subito misteri spaventosi e potenze soprannaturali.”
(“Le Horla” in Le Horla et autres nouvelles, Gallimard, 1986, p. 50)

Queste due affermazioni constrastanti rivelano il carattere peculiare del racconto di Guy de Maupassant “Le Horla”, la cui versione definitiva risale al 1887: l’ingresso della prospettiva scientifica nel dominio del fantastico – una prospettiva che assume, nell’indagine dell’autore, i tratti clinici della malattia e della follia.
La medicina (nella forma delle discipline imperanti a fine ‘800: ipnotismo, magnetismo, alienismo) spiega il soprannaturale attraverso la figura della nevrosi e della suggestione. Così, nella prima versione de “Le Horla”, del 1886, il personaggio principale è internato presso la clinica del Dottor Marrande, illustre alienista parigino. C’è qualcosa, tuttavia, che sfugge al medico stesso.  

Il mistero dell’invisibile

“Com’è profondo, questo mistero dell’Invisibile! Non possiamo fare altro che sondarlo con i nostri sensi miserabili, con quegli occhi che non possono percepire il microscopico né il macroscopicopo, né gli abitanti delle stelle né quelli di una goccia d’acqua... con le orecchie che ci ingannano trasformando le vibrazioni in note sonore [...] col palato, che riesce appena a discernere l’età di un vino...”
(“Le Horla”, p. 38)

Questa tesi, sostenuta anche dal fisico Carlo Rovelli ne La realtà non è come ci appare (Milano, Raffaello Cortina Editore, 2014), indica per prima cosa che il fantastico risiede in ciò che ancora non riusciamo a vedere – per questo si può dire che, più che essere gradualmente tramontato col progredire del sapere scientifico, il dominio del fantastico abbia affinato e approfondito i suoi orizzonti.

“Le Horla” è la storia di una possessione. Non si tratta, tuttavia, di uno spirito o di un demonio – il narratore è esplicito al riguardo: si tratta piuttosto di un alieno, di un altro essere, successivo all’uomo sulla scala evolutiva:

“Ah! L’avvoltoio ha mangiato la colomba; il lupo l’agnello; il leone ha divorato il bufalo dalle corna appuntite; l’uomo ha ucciso il leone con la freccia, la spada, la polvere; ma l’Horla farà dell’uomo ciò che noi abbiamo fatto del cavallo e della mucca: il suo servitore, il suo cibo, la sua cosa, con la sola forza della sua volontà.”

Da dove viene questo essere che l’uomo non riesce a vedere col suo senso dominante – la vista – ma di cui percepisce precisamente la presenza, l’oppressione, il dominio?

Dopo l’uomo, l’Horla

L’alterità ci invade fin dal titolo: Horla, tradotto in italiano anche come L’altro o Lo straniero, è neologismo, per alcuni legato al termine dialettale normanno “horsain” (straniero), per altri nome composto (“hors là”, “fuori” e nel contempo “qui”).  L’Horla è il nuovo venuto – solo in questo senso mostro.

La “Revue du monde scientifique” (p. 69) riporta nuove inquietanti da Rio de Janeiro: una strana epidemia che costringe la popolazione locale ad abbandonare le proprie case, i terreni coltivati; la gente nella regione di San Paolo si dice “posseduta, governata come bestiame umano da esseri invisibili che si nutrono della loro vita come vampiri, nel sonno, che bevono acqua e latte e non sembrano toccare altro alimento” (p. 70).

È tutto chiaro: quelle imbarcazioni brasiliane, che il narratore ha visto navigare sulla Senna poco prima che la sua possessione cominciasse, hanno trasportato il mostro in Europa – un mostro che beve il suo latte di notte ma non il suo vino; che gli succhia la vita di notte e dirige le sue azioni come un burattinaio. Non c’è scelta: ucciderlo, con qualunque mezzo. E ancora:

“Morto, forse? Il suo corpo? Quel corpo che attraversa la luce del giorno, non potrebbe forse essere immune alle ferite con cui il corpo degli uomini muore? [...] E se non fosse morto?” (p. 79)

Se l’Horla non è morto allora l’uomo deve finire, in favore di una specie più perfetta, più forte. È in questa prefigurazione della fine – una prefigurazione che sostituisce la fine del mondo con la fine di specie – che, fecondato dalla scienza, l’orizzonte fantastico viene a installarsi. 

Il luogo perfetto (del racconto), di Alfredo Zucchi

Il luogo perfetto (del racconto) è il mistero

di Alfredo Zucchi

I nove racconti di Un luogo perfetto di Carlos Dámaso Martinez (Arcoiris, 2013, traduzione di Loris Tassi e Lorenza Di Lella) si muovono nella zona di confine tra poliziesco e fantastico. Questo solco si nutre della figura del mistero: il nodo che non si scioglie, che apre invece di chiudere – e potremmo essere dall’una o dall’altra parte, indifferentemente. Dove siamo?, si chiedono spesso i personaggi del libro.

Questo luogo di confine è stato canonizzato da Borges come letteratura speculativa e si nutre, tra le altre cose, dell’interferenza tra realtà e finzione: così, in racconti come “L’amore cambia”, “La nebbia”, “Kadmon” e “Taxi” sono le storie raccontate da personaggi secondari, o le relazioni dirette con opere precedenti e citate nel testo (è il caso del racconto di Onetti “Il volto della disgrazia” in “L’amore cambia” e de “L’aleph” di Borges in “Kadmon”) a mettere in moto la biforcazione propria del mistero. Queste storie, che i personaggi di Un luogo perfetto ascoltano o hanno letto, generano aspettative, le quali a loro volta sembrano puntare a una direzione, uno scioglimento del nodo – scioglimento che, puntualmente, non si verifica. Accade invece un ribaltamento della figura dell’ironia tragica: se nel teatro greco classico lo spettatore è coinvolto e purificato per il fatto di rivivere eventi traumatici di cui conosce già la chiusa, nei racconti di Dámaso Martinez il lettore, spinto a sodalizzare con i personaggi principali, si ritrova depistato da ciò che sa o pensa di sapere.

“Fui invaso dalla stessa sensazione di paura e sorpresa che stavano provando tutti gli altri. Ma forse con un’aggravante, ero uno dei pochi ad aver ascoltato il racconto del Dottor Foster e mi era impossibile non pensare che in un modo o nell’altro quell’uomo c’entrasse con quanto stava succedendo. Lo cercai dappertutto e non lo trovai. [...] Capii subito – con una certezza che nasceva dal fondo del mio petto – che il Dottor Foster e la signora Bermúdez erano scomparsi come l’acqua del fiume nella nebbia e nella notte.”
(“La nebbia”, il corsivo è mio)

Il dubbio che invade i personaggi non ha, a differenza di Borges, natura principalmente intellettuale. I personaggi di Dámaso Martinez si trovano in situazioni non ordinarie: in vacanza su una spiaggia deserta o lungo la costa di un fiume in inverno, sono in viaggio, si nascondono per consumare relazioni clandestine. In queste condizioni eccezionali o esotiche – il caldo e l’eros dirompente, il freddo e un albergo stranamente deserto, il dormiveglia in un autobus ammutinato, una stazione ferroviaria di provincia in un paese straniero – è il corpo stesso, le sue reti di agenti sensoriali che informano il cervello sullo stato dell’arte della realtà lì fuori, ad andare in cortocircuito, a fornire dati ambigui, dubbi. È la realtà stessa, in quelle condizioni, a depistare i personaggi.

“Quando arrivarono agli ultimi gradini, Marisa si aggrappò al braccio di Alfredo e si preparò a gridare e mettersi a correre, qualora quei tre li avessero aggrediti. Ma non accadde nulla, uno degli uomini si scostò e loro passarono rapidamente.”
(“Saint-Denis”)

Il grande pregio di Dámaso Martinez è di abitare quel luogo perfetto che è il mistero con naturalezza: una prosa elegante e misurata, un’atmosfera narrativa complice e confortevole – per il lettore e per i personaggi – come un inganno.

Il teatro grottesco di Thomas Ligotti, di Marco Montanaro

Teatro Grottesco
per la foto ringraziamo 

di Marco Montanaro

Abbiamo tutti una serie di incubi-feticcio che ci portiamo appresso da quando eravamo bambini: l’ombra notturna originata dal disordinato ammassarsi di vestiti nella nostra stanza; il pupazzo di neve o latte, in ogni caso gigante, di un vecchio cartone animato; e perché no, l’imbattibile villain di fine livello di un ormai dimenticato videogioco.

Non tutti, però, continuiamo da adulti a dar forma a questi spaventi, a coltivarli. Cosa che fa invece con caparbia e scientifica accuratezza uno scrittore come Thomas Ligotti nel suo Teatro grottesco, raccolta di tredici racconti pubblicata in Italia da Il Saggiatore (e tradotta da Luca Fusari).

Diviso in tre parti, il libro si presenta subito come un graduale sprofondamento in una palude di «ciarpame e insensatezza»; la voce che racconta è quella tipica di un autore che sta dall’altra parte e da lì trasfigura ciò che vede in una materia che, pur apparendo inizialmente prossima e familiare, pian piano si fa ostile, «guasta e deforme». Ma andiamo con ordine.

«Spiegagli che l’entrata dall’incubo è l’uscita.»

Va detto subito che l’opera di Ligotti può essere presa da due differenti prospettive: una più narrativa, l’altra più filosofica. Noi proveremo a porci nel mezzo di queste due angolazioni senza comunque illuderci di riuscire a far poi troppa luce attorno alle storie di questo schivo scrittore americano: perché – e qui siamo alla direttrice narrativa – Teatro grottesco appartiene a quell’ordine segreto di costruzioni difficilmente scomponibili in moduli o funzioni atte a farne valida teoria di scrittura creativa: opere tanto intense quanto difficilmente avvicinabili secondo canoni o nessi razionali.

Viene dunque naturale associare il nome di Ligotti a quello di Franz Kafka o David Lynch e, perché no, di artisti come Thomas Ott o il più giovane Joan Cornellà (senza dimenticare lo stesso Oliver De Sagazan in copertina sull’edizione italiana del Teatro).

Da un altro lato, come detto, le visioni di brivido-terrore-raccapriccio di Ligotti, per dirla col celebre slogan del Cattivik di Bonvi e Silver, hanno un che di filosofico: siamo cioè in presenza di un autore che in più punti sembra voler affidare il suo pensiero al racconto, motivo per cui è tutt’altro che raro, in Teatro grottesco, imbattersi in lunghe riflessioni di strani personaggi scivolati da un momento all’altro in un singolare imbuto di non-esistenza – un po’ come succede quando si è alle prese con il Rustin Cohle della prima stagione del serial True Detective, tanto per intenderci.

(A dirla tutta, la questione del rapporto tra narrativa ligottiana e filosofia – in particolare, nichilismo e realismo speculativo – è molto più complesso, come si spiega in questo articolo. Qui basti aggiungere che nell’ultimo racconto di Teatro grottesco c’è uno strano personaggio scheletrico che ha non-scritto un certo saggio intitolato Indagine sulla cospirazione contro la razza umana. Nel 2010 lo stesso Ligotti ha dato alle stampe un testo di non-fiction intitolato The Conspiracy Against the Human Race: A Contrivance of Horror, con prefazione del filosofo Ray Brassier. La stessa Quine Organization che infesta – è il caso di dire – ben due racconti del Teatropotrebbe essere un omaggio al celebre filosofo Willard Van Orman Quine.)

«Forse è meglio che torni a letto e dimentichi tutto.»

Ma – lo abbiamo anticipato – neppure questo punto mediano tra narrativa e filosofia sembra tornare utile: nelle inospitali città dei racconti di Ligotti la nebbia resta densa e l’acquitrino che annuncia la palude sembra non aver mai fine. Neppure ci vengono in soccorso i nomi propri dei personaggi che popolano questi luoghi, che al più rimandano ad altre cosmogonie narrative (Pyk, Glimm, Severini), mentre in generale i riferimenti al nostro mondo sono scarsissimi (niente più che un accenno al dollaro come valuta corrente, un altro alle Filippine e un altro ancora a certi barbiturici).

Del resto anche il Teatro grottesco che dà il titolo alla raccolta si presenta come una non-struttura informe e cangiante, manifestandosi ora come un’avvisaglia di pazzia che arriva in città senza preavviso, ora invece come un’opera di super-arte che indaga il fondale metafisico di quella stessa gelida città, ora, infine, come un’assurda gabbia senza tetto portata in parata da uomini in catene.

Lo stesso Ligotti, a livello formale, agisce in modo ambiguo. Scrittore forse non particolarmente brillante, offre uno stile e una sintassi abbastanza piani e regolari, fatta eccezione per alcuni picchi lirici (nell’accostamento inconsueto di aggettivi piuttosto ricercati e circostanze horror), in cui soprattutto la lingua sembra impennarsi di colpo come un vampiro nell’improvviso volo notturno. Se la forma sembra dunque essere al servizio del racconto e della trama, la struttura delle storie del Teatro, fortemente asimmetrica e irregolare, accentua invece il senso di smarrimento, in questo del tutto simile a un’alta torre su cui si aggiungono piani su piani rischiando di far crollare tutto l’ambaradan da un momento all’altro.

Se non bastasse, Ligotti, pur senza farsi sperimentale, abbonda comunque nelle effrazioni del canone della forma breve (ammesso che ne esista uno): e così le trame delle tredici storie, peraltro alquanto invisibili in superficie, svicolano dalle consuete concatenazioni di causa-effetto, disinteressandosi dell’efficacia dell’intreccio; allo stesso modo i personaggi appaiono e scompaiono in maniera imprevedibile e raramente la conclusione di una storia coincide col suo scioglimento o con la decrittazione di un mistero; al contrario, molto spesso assistiamo alla messinscena di veri e propri spiegoni che, quando non inseguono uno spunto filosofico, finiscono comunque per assumere il tono di una sorta di lucido reportage del terrore, nell’inutile speranza di render chiaro questo o quell’altro abominio (obiettivo, si sarà capito, che non viene mai raggiunto).

Ma mentre accade tutto questo, dentro di noi qualcosa è oramai ben più che scivolato nel vasto maesltrom d’insensatezza orchestrato dal Ligotti narratore.

«Primo: non c’è alcun posto dove andare; secondo: non c’è niente da fare; terzo: non c’è nessuno da conoscere.»

A questo punto, proprio il già citato True Detective può rappresentare un indizio; più che per il presunto plagio ai danni di Teatro grottesco(ma sarebbe più opportuno parlare di omaggio, soprattutto nei già citati monologhi del nichilista Cohle) per il tributo a una certa atmosfera che peraltro – e siamo al punto – lega sia la serie tv scritta da Nic Pizzolatto che i racconti di Ligotti a una matrice comune chiaramente più ampia, si potrebbe dire la stessa cesta di vimini in cui giacciono le teste mozzate di autori come Lovecraft, Poe, Cormac McCarthy, Ambrose Bierce e Robert W. Chambers; un luogo notturno in cui si agitano pure i fantasmi di vecchi videogiochi come Alone in the dark o Myst, quest’ultimo evidente prolungamento degli stessi incubi di un’altra serie tv comeLost – e dunque, per tornare in letteratura, eccoci alla mitica Invenzione di Morel di Bioy Casares (come si può notare, è un vortice anche quello in cui affondano le influenze e le radici del Teatro).

Addentriamoci allora in questo genere di atmosfera, e dunque in questo plastico mondo in cui l’orrore viene instillato piano, per incessante accumulazione di «ciarpame e insensatezza», questi due elementi che sembrano percorrere il libro come quelle blatte che sono state in grado di riprodursi persino nello spazio; uno spazio fisico di misteriosi ermafroditi, virus gastrointestinali che portano a singolari e disperanti epifanie, artisti squattrinati che discutono di imprecisate «guarigioni metafisiche».

A questo punto sarà abbastanza chiaro che la spina dorsale del libro è costituita proprio da questo procedere per visioni incoerenti, che appaiono legate l’una con l’altra come le sequenze di un B-movie assemblato con scarti di pellicole acquistate a basso costo da più ricche produzioni; un denso stratificarsi di circostanze allegoriche che disertano quella che supponiamo essere la nostra realtà per indagarne un’altra più profonda – in una delle tredici storie c’è anche un’incredibile street parade chiamata Lezione di metafisica –, invitando dunque il lettore a percepire con altri occhi questo scivolamento nell’altrove di incubi-feticci ligottiani e stabilire da sé qualsivoglia parallelo con le proprie angosce quotidiane. Noi qui ci limitiamo a fare qualche esempio: nella già citata azienda-stato Quine Organization, dalla quale è pressoché impossibile fuggire, si potrà forse scorgere l’agire di un colosso digitale sullo stile di Facebook o di Google; nella Torre Rossa specializzata nella produzione e soprattutto nella capillare e irrazionale distribuzione di ciarpame di qualsiasi tipo c’è forse qualcosa della sordida ubiquità di Amazon; tutto questo, ovviamente, col rischio di spararla grossa.

Ma non la spariamo affatto grossa se proviamo invece ad attenerci alle osservazioni che lo stesso Ligotti dissemina qui e lì per Teatro grottesco, lasciandole incubare nelle parole di questo o quell’altro personaggio. Che siano mere dichiarazioni di poetica o riflessioni di stampo più filosofico, ne traiamo comunque una sensazione simile a quella che proveremmo se fossimo un pennello immacolato appena immerso in un barattolo di vernice nerissima come il Vantablack: una volta inzuppati a dovere, sapremo che in Teatro grottesco si mette in dubbio che il male sia nell’atto (ammazzare o meno, in certi casi, non fa neppure differenza), identificandolo invece nell’essere stesso e soprattutto nel non voler vedere, nel non voler strappare il velo che pure ci fa vivi, benché guasti e deformi. È perciò desiderabile, in queste tredici storie, addirittura l’increazione (e qui c’è l’incredibile richiamo ad Antonio Moresco), l’involvere nella non-vita una volta che si è realizzata l’ineffabile insensatezza che ci tiene apparentemente vivi; e se ciò non è possibile, sia chiaro, è comunque preferibile un più classico farla finita.

«Ci sono soltanto questo corpo, quest’ombra, quest’oscurità.»

A questo punto, e per concludere, è utile specificare un paio di questioni ancora. Quella di Thomas Ligotti, per quanto possa apparire il contrario, non è letteratura per lettori disperati: non c’è il sostrato psicologico necessario a renderla tale. Certo, Ligotti ha la caratura dell’autore nero, che è stato dall’altra parte, nel suo personale inframondo farsesco, ed è tornato di qua per raccontarci cos’ha visto, invitandoci pure a sfondare la quarta parete per salire sul palco e seguirlo infine dietro le quinte – dove, com’è noto, non c’è assolutamente niente. Ma la sua è, in ogni caso, una letteratura divertente, fatta di visione e immaginazione, comunque fisica, sostenuta dall’azione nonostante gli atti dei suoi personaggi siano continuamente frustrati dall’ectoplasma di una feroce inutilità.

Per chi ha un certo gusto, soprattutto, in Teatro grottesco si potranno avvertire gli echi del Manganelli di Dall’inferno (non certo per questioni di stile, quanto di infernale assurdità) o intravedere le stesse luci del meriggiare in crepuscolo di certe opere di De Chirico e, perché no, Buzzati. I racconti di Ligotti prendono vita come incredibili fantocci nella bottega di un sarto matto, animati cioè dalla stessa fantasia smaniosa e irriducibile che fa della letteratura un’esperienza con un proprio linguaggio specifico; una natura che paradossalmente il mercato editoriale le perdona sempre meno (eccetto, forse, quando si manifesta proprio nella forma-racconto) e che spesso rivive, con la stessa potenza fantasmagorica, in altri medium come il videoclip o i videogiochi. Ultimi due esempi in proposito, in qualche modo affini alla follia visionaria di Ligotti: si pensi al video di Quand c’est? di Stromae, oppure si giochi anche solo alla versione demo diThe Stanley parable per calarsi ancora nelle paludi del terribile Teatro grottesco.

Carver e Dostoevskij, d Antonio Tedesco

CARVER E DOSTOEVSKIJ – LA SCENEGGIATURA COME AUTOBIOGRAFIA


di Antonio Tedesco

Incontro con Tess: un’introduzione

Sulle pagine del trimestrale Nuovi Argomenti, per la precisione il n° 3 del 1982, trovai, nella sezione scritture, un racconto che si intitolava Cattedrale. L'autore era un americano ancora sconosciuto in Italia. Si chiamava Raymond Carver. Seppi poi che un suo libro, che aveva lo stesso titolo del racconto, era stato pubblicato da Mondadori, ma era passato pressoché inosservato.

Lessi qualche riga come si fa con un autore sconosciuto per vedere se "prende". Mi prese. Più di quanto mi aspettassi. Lasciandomi un senso di sconcerto e di stupore che mi spinse a rileggereil racconto da capo immediatamente.

Verso la metà degli anni ottanta arrivò l'ondata dei minimalisti americani, e Carver, a cui a torto o a ragione fu attribuita una sorta di paternità letteraria di questi giovani autori, divenne famoso anche da noi. Da quel momento venne pubblicato tutto ciò che scriveva, saggi, racconti, poesie. E io leggevo tutto, accanitamente. Affascinato da quel realismo schiacciante e, ancora di più, da quella inquietante vena surreale che pareva serpeggiare sotto la superficie della sua scrittura.

Come dire tutto questo a Tess Gallagher quando l'abbiamo incontrata in un giorno di settembre del 1999 a Villa Bruno, S. Giorgio a Cremano, in occasione della presentazione di un libro dove raccontava proprio del suo decennale rapporto con il grande scrittore americano? Il libro si intitolava Io e Carver – letteratura di una relazione ed era pubblicato in Italia da minimumfax, che, insieme al Circolo Letterario I Vesuviani, di cui ero tra i soci fondatori, aveva organizzato la presentazione.  Insomma, come esprimere a lei, e a Carver (che da più di dieci anni, ormai, non c’era più)  per tramite suo, tutta la nostra riconoscenza?

Una maniera si presentò. Inaspettata, per la verità. E fu più di quanto nelle mie più rosee speranze mi sarei potuto attendere. Addirittura un contributo ad arricchire la memoria di Carver custodita da Tess. Solo un piccolo cimelio, una piccola testimonianza ma che, incredibilmente, io avevo e a lei mancava.

Si trattava della sceneggiatura cinematografica scritta a quattro mani da Tess Gallagher e Raymond Carver sulla vita di Dostoevskij. Un lavoro commissionato loro da Michael Cimino per un film mai realizzato.

Il volumetto che contiene la sceneggiatura e una nota di Carver su come si fosse svolto il lavoro tra lui e Tess, fu pubblicato in Italia da Mondadori nel 1987. A suo tempo mi ero precipitato a comprarlo appena avutane notizia, visto che uno dei miei scrittori preferiti si occupava di cinema, mia grande passione, e per di più c'era di mezzo Cimino, regista che stimo moltissimo. Fu una fortuna perché ben presto quella pubblicazione fu ritirata dal commercio per una complicata storia giudiziarialegata forse a questioni relative ai diritti d'autore. (Il libro si è potuto ripubblicare, poi, solo molti anni dopo, col titolo Dostoevskji, una sceneggiatura, sempre ad opera di minimumfax, ma in una nuova traduzione).

All'incontro con Tess mi ero portato quel libricino sperando che lei, essendone coautrice, me lo firmasse. Quando lo vide si illuminò di gioia e di stupore. Disse che alla sua raccolta di libri di Carver, pubblicati anche in edizioni straniere, quello, in particolare, che aveva avuto una storia così tribolata, le mancava. Mi parve naturale, a quel punto, dirle che le avrei ceduto volentieri la mia copia. Tess ne fu felice. Quel piccolo libro, oltretutto, era una delle poche testimonianze che rimanevano del suo primo lavoro con Ray. Disse addirittura che lo avrebbe incorniciato e messo in bella evidenza all'ingresso della sua casa.

Un libro che per tanti anni era rimasto nella mia libreria adesso sarebbe finito nella casa che lei aveva condiviso con Carver. Ma ancora più incredibile è stato il fatto che fu Tess a chiedere a me di firmarglielo. E di scriverle una dedica.  
 

La regia come intuizione e creazione

Questa piccola reminiscenza personale, oltre ad evocare un episodio che rimane per me, ancora oggi, molto gratificante, serve soprattutto a introdurre il discorso su un aspetto insolito, quasi anomalo e sicuramente poco approfondito dell’attività letteraria di Carver.

Sembrerebbe difficile, a prima vista, dire perché Cimino abbia pensato proprio a lui per la sceneggiatura di un film ispirato alla vita di Dostoevskij. Forse aveva amato i suoi racconti. Ma è anche possibile che, con la sensibilità propria degli artisti, avesse colto delle affinità tra i due scrittori. In fin dei conti, non è proprio del “regista” (e di un regista che ha firmato film come Il cacciatore e I cancelli del cielo) creare delle relazioni, connettere degli elementi, stimolare azioni che producano, a prescindere anche dalle loro stesse finalità ultime, un senso?

E, allo stesso modo, perché Carver, che per sua stessa ammissione non aveva alcuna idea di come si scrivesse una sceneggiatura (particolari schematismi, terminologie tecniche ecc.) aveva accettato? Tanto più che, come lui stesso dice nella nota introduttiva al testo del lavoro pubblicato, si trovava in un momento che lo vedeva già particolarmente occupato, tra impegni alla Università di Syracuse, dove insegnava scrittura creativa, e pubblicazione di alcuni libri che stava mettendo a punto. Mentre Tess Gallagher, della quale aveva chiesto e ottenuto la collaborazione, era in quel periodo a Port Angels, impegnata, a sua volta, ad assistere il padre gravemente malato e in fin di vita.

Corrispondenze. Lo scrittore allo specchio

Ma partiamo dall’inizio. Come lo stesso scrittore racconta, Cimino lo contattò essenzialmente per una riscrittura. Aveva già un copione che era passato per varie mani ma lo reputava insoddisfacente. Lo stesso Carver concluse che da lì si poteva ricavare ben poco e optò per riscrivere la sceneggiatura di sana pianta. Si mise a lavoro con Tess scrivendo, rivedendo, modificando e rispedendosi il copione da una città all'altra (tra Syracuse e Port Angels) innumerevoli volte,  e discutendo lungamente a telefono delle scene che andavano di giorno in giorno concependo ed elaborando. Nonostante le difficoltà operative il lavoro fu portato a termine in pochi mesi e fu consegnata al regista una sceneggiatura di ragguardevoli dimensioni che Cimino apprezzò molto. Ma che, per la caduta di interesse del produttore che pur l’aveva commissionata, rimase irrealizzata. Trattandosi di un lavoro che aveva strettamente condiviso con Tess, Carver pensò di utilizzarlo, tempo dopo, quando gli fu chiesto un contributo per la Back-to-back series, per la quale furono selezionate e assemblate, in maniera coerente, parti della sceneggiatura originariamente scritta, facendo in modo, però,  di preservare e conservare tutto l’impatto drammatico che il testo originale conteneva. Ed è in quest’ultima forma, così rielaborata, che il testo è stato pubblicato prima negli Stati Uniti e poi in Italia, attraversando anche le vicissitudini giudiziarie cui abbiamo accennato.

Ma quale molla può aver fatto scattare in Raymond Carver la proposta di Cimino? Da una parte il lavoro su questa sceneggiatura potrebbe evocare o adombrare il romanzo che lo stesso Carver non ha mai scritto. E farlo, ripercorrendo la parabola esistenziale di uno dei più grandi scrittori di sempre, può essergli sembrato particolarmente gratificante (“Dostoevskij. Lo stiamo facendorivivere”, gli disse una volta Tess entusiasta). Considerato anche che, da un punto di vista tematico, sia Dostoevskij che Carver hanno messo l'uomo, o meglio, quel senso fragile e sfuggente di umanità, al centro della loro opera. Così, se quando scrive racconti o poesie lo scrittore americano deve, giocoforza, condensare, concentrarsi sul dettaglio per il tutto, qui, invece, (anche in onore al soggetto trattato) può spaziare in una narrazione più ariosa e articolata. Raccontare attraverso sbalzi temporali e ambientazioni differenziate, dando sfogo a quella esuberanza narrativa che nei racconti rimane necessariamente compressa. In uncerto senso è come se, con l'aiuto di Dostoevskij, Carver provasse a superare certi limiti, si spingesse oltre, cercasse di volare più in alto.

E qui potrebbe esserci un altro dei motivi della sua scelta.

C’è nella sceneggiatura un episodio emblematico che si potrebbe facilmente ricondurre alla biografia di entrambi gli scrittori. E’ ambientato in Siberia, nel periodo in cui Dostoevskijsconta la sua condanna ai lavori forzati. Qui raccoglie, insieme ad altri detenuti, un’aquila dall’ala ferita e se ne prende cura aiutandola a guarire e restituendole, infine, la libertà.

Tutta la sceneggiatura, infatti, pone come momento centrale proprio il Dostoevskij “dall’ala ferita” che gli impedisce di “volare”, l’uomo combattuto e contrastato sia nell’animo che dalle circostanze esterne.  A partire dal suo arresto per attività eversive, alla finta esecuzione, sulla cui descrizione la sceneggiatura si sofferma dettagliatamente scavando molto a fondo sui sentimenti che un uomopuò provare in una simile circostanza. E poi il trasferimento in Siberia la notte di Natale, i lavori forzati, la vita da detenuto, i lunghi anni di confino. Esperienze che segneranno per sempre la sua esistenza. Ma spazio viene dato anche alle sue contrastate relazioni amorose e al vizio del gioco, un “demone” che si manifesta soprattutto come bisogno morboso di “perdere” e lasciarsi risucchiare in un vortici di difficoltà e disperazione che ha il potere, per altri versi, di stimolare e mettere in moto il processo creativo. E di fargli rivivere, allo stesso tempo, come fosse una necessità interiore, risvegliata dall’episodio del finto plotone di esecuzione, l'esperienza di morire e rinascere continuamente. Un’esistenza tormentata che solo verso la fine, cioè dopo l’incontro con Anna Grigor'evna, assunta come stenografa e poi divenuta sua moglie, sembra riuscire a trovare un nuovo equilibrio. Carver conclude così la sua nota di presentazione al testo pubblicato: “Anna si mise a lavorare per Dostoevskij come stenografa, se ne innamorò e lo sposò. Grazie a lei gli ultimi anni di Dostoevskij, il periodo dei Demoni e dei Fratelli Karamazov, furono anni di pace e di tranquillità”.

Carver sa di che parla quando racconta le dure esperienze della vita di Dostoevskij. Anche lui è stato “un’aquila dall’ala ferita”. Ha conosciuto la disperazione ed ha guardato in faccia la morte che, nel suo caso, non aveva le sembianze di un plotone di esecuzione, ma quelle di un alcolismo all’ultimo stadio in cui per anni si è dibattuto e che, a un certo punto, tra ricoveri e falliti tentativi di disintossicazione, ha messo in pericolo più che serio la sua vita. Anche per Carver, come è stato per Dostoevskij con Anna, l’incontro con Tess ha significato una vera rinascita, un capovolgimento totale, segnando un periodo di creatività e di stabilità artistica molto proficuo. Un rapporto, quello con la poetessa americana, che gli aveva restituito forza e fiducia e gli aveva assicurato quei dieci anni “di pace e tranquillità” durante i quali aveva potuto dedicarsi completamente alla sua attività di scrittore. Qualcosa che lui stesso, in una toccante poesia scritta quando il male che lo ha ucciso era già in fase avanzata, aveva definito “una pacchia”. Anche lui come Dostoevskij aveva conosciuto questa linea di demarcazione che aveva diviso in due la sua esistenza. Il Carver “cattivo”, mosso da un violento impulso autodistruttivo e consumato dall’alcol, e il Carver “buono” che, nel rapporto con Tess, trova la serenità e la forza di contrastare e vincere il suo lato oscuro che aveva prepotentemente preso il sopravvento. Una metamorfosi, o meglio una presa di coscienza, attraverso cui lo scrittore americano sviluppa un sincero e profondo sentimento di compassione per sé stesso e per l’umanità intera. Come, con felice evidenza, traspare dai racconti del suo ultimo periodo.

Tradimento di Kafka, di Luca Mignola

Un medico di campagna: tradimento di F. Kafka


di Luca Mignola

Una questione di carattere più generale
Scrive Antonio Moresco in Lettere a nessuno  (Einaudi), pag. 417:

Perché sono state elaborate delle teorie e delle ideologie e dei luoghi comuni per spingere altre persone (in questo caso gli scrittori) a doversi porre nella condizione di chi si deve giustificare e quindi deve vivere la propria condizione come qualcosa che assomiglia a una colpa?

Posta in queste termini, la domanda è kafkiana. Il problema, che Moresco inquadra, riguarda la posizione dello scrittore e la sua funzione nel mondo tecnologico (non a caso il brano si intitola “Perché scrivi?”). Inoltre viene evocato anche il rapporto che intercorre tra la tradizione – teorie e ideologie – e l’innovazione, che Moresco sottolinea con una parola estremamente caratterizzante dell’opera di Kafka, ossia colpa. A questo punto, perché la questione risulti kafkiana per eccellenza, bisogna restringere il campo visuale dall’universo di Moresco a Kafka (allo scrittore Kafka) e sostituire il mondo tecnologico con quello della famiglia, in particolare del padre. Il senso di colpa è, da sempre e per esplicita ammissione dall’autore boemo, una delle chiavi di lettura della sua opera. Nella Lettera al padre più volte Kafka fa notare la differenza, lo scarto di posizione tra sé e il padre, ma pure sempre cosciente che al senso di colpa, che lo scarto comporta, egli può opporre soltanto la sua letteratura come giustificazione. Il campo quindi si allarga di nuovo – Kafka lo richiede! – e viene da interrogarsi sul motivo per il quale quella cosa cristallizzata, la tradizione, richieda allo scrittore delle giustifiche o, anche solo tecnicamente, dei motivi. La risposta in fondo non è neanche tanto difficile, anzi piuttosto immediata, e si può racchiudere in una sola parola: tradimento. Uno scrittore che cerchi un’altra via che lo porti alla superficie del mondo, al di là di ogni senso ulteriore cui la parola può alludere, è sempre un traditore – e questo fu anche Kafka.

Un passo di Jorge L. Borges, da Altre inquisizioni (Feltrinelli), dal saggio “Kafka e i suoi precursori”, rimanda in modo analogo al tradimento – con una sottile sfumatura di distanza (tipica di Borges):

Nel vocabolario critico, la parola precursore è indispensabile, ma bisognerebbe purificarla da ogni significato di polemica o di rivalità. Il fatto si è che ogni scrittore crea i suoi precursori. La sua opera modifica la nostra concezione del passato, come modificherà il futuro.

In questo stralcio (che è a sua volta un rimando da T. S. Eliot) anche Borges, grazie al suo metodo consolidato in cui lo scrittore si confonde spesso al lettore, ci parla in un modo più ambiguo di Moresco, del tradimento. Con un capovolgimento temporale – absurdum logico di cui i libri di Borges traboccano e, più in generale, la letteratura sudamericana – lo scrittore argentino insinua l’idea fortissima che lo scrittore, perché si possa definire tale, necessariamente modificherà la tradizione, attuerà quel tradimento, senza il quale non può esserci né autore né lettore, né opera né senso.
 

Un medico di campagna: un testamento letterario

Nel 1919, tra Monaco di Baviera e Lipsia, Franz Kafka raccolse 14 racconti brevi, scritti nel periodo che va dal 1914 al 1917. La raccolta si intitola Un medico di campagna (inI racconti a cura di Giulio Schiavoni, BUR. Tutte le citazioni dai racconti sono estratte da questa edizione) ed è siglata dalla dedica “A mio padre”, sulla quale tornerò più avanti.
Il tradimento, dicevo prima. Per comprenderne la forza bisogna restringere di nuovo il campo fino alla tradizione letteraria del racconto. Ricardo Piglia, in Tesi sul racconto sostiene che “un racconto narra sempre due storie”, tesi a sua volta riassunta e dedotta da un aneddoto di Cechov, che dice:

Un uomo, a Montecarlo, va al Casinò, vince un milione, torna a casa, si suicida.

Il doppio riferimento a Piglia e Cechov consente di aprire una finestra sul ‘metodo di Kafka’. Dai Diari emerge fortissimamente un particolare della scrittura kafkiana: l’estenuazione. Kafka scrive e riscrive, modifica, allunga, accorcia, cambia uno stesso passo, anche solo un paragrafo, due righe – infine ripete tutto, come in un esercizio, sebbene quel ripetere sia qualcosa di più simile a uno scavo pesante, un lavoro stancante cui bisogna dedicarsi con tuto il proprio corpo, e che alla fine non lascia energie per nient’altro. La scrittura per Kafka ha come conseguenza fisiologica l’ossessione – e il racconto breve o brevissimo, la forma asciutta che sfiora l’aforisma, è probabilmente il suo canale di sfogo meglio riuscito.

Come può, dunque, questo metodo fondato sull’estenuazione relazionarsi alla tesi di Piglia e tradirla? Per rispondere, bisogna ricordare ciò che lo scrittore argentino dice riguardo ai racconti di Kafka. La sua attenzione si concentra sul rapporto tra le due storie, quindi scrive:

Kafka racconta con chiarezza e semplicità la storia segreta, e narra invece la storia visibile con discrezione e cautela, fino a convertirla in una cosa enigmatica e oscura. Questa stessa inversione fonda ciò che si dice «kafkiano».

L’analisi di Piglia è calzante, ma in gran parte si può applicare ai racconti lunghi (La metamorfosiLa condanna etc.), mentre ritengo che sia fondamentale distinguere nell’opera di Kafka tra racconti lunghi, in cui il processo tra le due storie è quello descritto da Piglia, e racconti brevi, come nel caso di Un medico di campagna, dove accade che le due storie si condensino in una sola, e la condensazione comporta uno slittamento tanto forte, che ogni altra probabilità del lettore di districarsi tra i significati, i casi, le parole, è abortita, tagliata fuori. Non ci sono altre interpretazioni, come nel caso dell’origine e del significato del nome Odradek, esserino che sfugge alla parola stessa che lo definisce, nel racconto Gli affanni del padre di famiglia:

Nell’incertezza di fronte alle due interpretazioni è comunque possibile concludere, con fondatezza, che nessuna delle due coglie nel segno, tanto più che nessuna di esse permette di trovare un significato di tale parola.

In effetti, Odradek rappresenta chiaramente la parola che non si fa restringere nelle interpretazioni, che sfugge alla ragione. Non a caso nella raccolta sono presenti alcuni racconti che parlano a favore di questa ricerca di chiarezza, di affermatività e che ci danno la misura di un altro aspetto del ‘metodo kafkiano’. Uno di questi racconti è Davanti alla Legge, estrapolato (ma sarebbe meglio dire sfrondato delle sue giustificazioni) direttamente da Il processo. Il racconto brevissimo, che ha la forma di una parabola, si trova in questa raccolta privo dei dubbi e delle domande che lo avevano evocato nel romanzo, qui non è più l’intreccio di due storie come intendono Cechov o Borges e Piglia sulla scia di quest’ultimo, ossia quella del guardiano della legge e del contadino che si presenta alla sua porta, quanto il suo contrario, il suo tradimento. Il guardiano e il contadino sono inconciliabili, le loro voci contrastano. Le due storie, che nei racconti più lunghi si intrecciano fino a sciogliere la trama, in quelli brevi o brevissimi raggiungono un’unità formale e di senso che altrove è difficile riscontrare, se solo si pensa a racconti come Giuseppina o il popolo dei topi oppure a Un digiunatore. Inoltre un tratto evidente è che, se in Borges l’incrocio di due storie è spesso il culmine del racconto, momento di intersecazione tra reale e finto, in Kafka questo incrocio, qualora avviene, è un punto di rottura: le due storie non collimano mai, anzi tendono a respingersi, escludendosi a vicenda.

Si arriva così a un punto fermo di questo tradimento: Davanti alla Legge, che ne Il processo è uno snodo necessario per complicare ancora di più le vicende di Joseph K., assume ora, sfrondato di tutte le interpretazioni teologiche, la funzione di indice della scrittura breve di Kafka, fatta quindi di chiarezza e nitore, priva di fughe dimostrative – anzi tutto quell’apparato atto a sondare il terreno della dimostrazione o, per dirla con Moresco, della giustificazione della colpa, così fitto nei romanzi, qui viene abbandonato. La brevità, pare volerci dire Kafka, è fatta di passi misurati, di scelte inequivocabili, di limiti visibili – basti pensare a Un medico di campagna o al più cechoviano dei racconti Un fratricidio.

La dedica

Come ho ricordato prima, Un medico di campagna è siglato dalla dedica al padre, fatto che dà un altro indizio fondamentale su questa raccolta, così unica all’interno della vasta produzione dello scrittore boemo. Per capire meglio quanto la dedica sia funzionale al testo, e in qualche modo lo renda circolare, bisogna porsi la stessa domanda che Moresco, nel passo citato, pone a sé stesso: perché scrivi? Perché uno scrittore deve trovare delle giustifiche al suo ruolo nella società? Non è difficile immaginare che queste domande se le sia poste anche Kafka, anzi ce n’è testimonianza nella Lettera al padre, che si dimostra un testamento di specie, cioè di appartenenza a una determinata famiglia, e è in questa appartenenza che va ricercato il senso di colpa. Non rispettare la legge paterna (legge biologica innanzitutto) significa essere fuori del mondo, portare il peso della propria scelta come Sisifo con il suo masso.
La dedica, in ultima analisi, offre la più profonda chiave di lettura e di senso del tradimento messo in atto da Franz Kafka: Un medico di campagna è il testamento letterario di Kafka, delle sue manie ossessive, dei suoi timori metodologici. È il tentativo disperato di giustificare la propria colpa di fronte al padre, la più tremenda di tutte le colpe: essere uno scrittore.

Lo scrittore microscopico, di Alfredo Zucchi

Lo scrittore microscopico
 

di Alfredo Zucchi

Nello show televisivo ‘Borges por Piglia’, Ricardo Piglia racconta il suo primo incontro con Jorge Luis Borges: in occasione di un’intervista per un giornale universitario, l’autore di Finzionilo accoglie nel suo appartamento di Buenos Aires. Spinto dall’affabilità del vecchio, Ricardo Piglia – allora fervente carveriano – si arrischia a fargli notare che l’ultimo paragrafo del racconto ‘La forma della spada’ (Finzioni, Einaudi, 1955) andrebbe tagliato: il commento del narratore alla fine, dice il giovane Piglia, non fa che sottolineare e ripetere un evento decisivo nella chiusa del racconto, evento i cui elementi fondamentali sono già insinuati nei due paragrafi precedenti. L’ultimo paragrafo del racconto sarebbe, secondo una logica che risale alla teoria dell’iceberg di Hemingway, un pleonasmo nocivo: “Ciò che più conta non va mai detto".

Proprio in questa ridondanza informativa, invece – in quest’attitudine al commento dei narratori borgesiani – si trova uno degli elementi essenziali della maniera con cui Borges costruisce i propri racconti. Ricardo Piglia dice, con un’iperbole, che nel ventesimo secolo ci sono principalmente Borges e Kafka: con questo, più che sminuire gli altri grandi autori novecenteschi, intende sottolineare come Borges e Kafka siano gli inventori (i formalizzatori o perfezionatori) dei due unici metodi di finzione letteraria prodotti nel Novecento. La frase di Piglia dovrebbe dunque suonare così: di nuovo, di originale, riconoscibile e paradigmatico nel ventesimo secolo ci sono solo ‘il metodo kafkiano’ e il ‘metodo borgesiano’ – in particolare per quanto riguarda il racconto.  
Cos’è il metodo borgesiano? La questione della ridondanza informativa, dell’attitudine al pleonasmo e al commento, rivela il primo elemento: il racconto borgesiano nasce dall’unione della finzione narrativa con il saggio. La mescolanza dell’elemento narrativo con quello saggistico caratterizza la tendenza del narratore borgesiano a sottolineare e spiegare, a speculare precisamente su ciò che, secondo Hemingway, non va mai detto.
Qui sta la chiave. Borges definisce la sua opera come letteratura fantastica; Ricardo Piglia, suo grande lettore, corregge ed espande la portata della definizione: letteratura concettuale o non empirica, finzione speculativa. Come Marcel Duchamp, come il Mr. Teste di Paul Valéry, aggiunge Piglia: nei racconti di Borges si riflette su cosa sia una finzione – di più, su come si costruisca una finzione. Ecco il secondo elemento: la mescolanza tra saggio e racconto racchiude e feconda la tensione tra finzione e realtà.
La differenza tra le dimensioni della finzione e della realtà in Borges è netta: le forze fittizie (le illusioni, le idee e ogni altro oggetto ideale) hanno natura ambigua, non sono né vere né false, diversamente da quelle reali. Da questa differenza fondamentale viene fuori la tensione tra le due dimensioni.
E cos’è una finzione? È un testo scritto, un’opera letteraria. Il metodo borgesiano si costruisce intorno alla relazione, all’interferenza tra un testo scritto, un’opera letteraria, e la realtà. Il racconto diventa quel campo di gioco o laboratorio in cui le due dimensioni sono messe a reagire chimicamente. (Non è irrilevante, in questo senso, che i personaggi dei racconti spesso portino nomi anagrafici reali: lo stesso Borges o il suo amico scrittore Bioy Casares). 
È il caso di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, racconto che apre Finzioni e che rappresenta in modo esemplare il metodo borgesiano.
Una notte Bioy Casares, discorrendo di un suo progetto di romanzo, cita il detto di uno degli eresiarchi di Uqbar:

“Gli specchi e la copula sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini.”

La fonte della citazione, tuttavia, risulta difficilmente verificabile. Borges, dopo lunghe ricerche, per caso, riesce a risalire alla fonte. Si tratta di un’enciclopedia redatta da una società segreta, il cui oggetto è il pianeta fittizio di Tlön: la sua storia, la geografia, le sue lingue, la sua letteratura e filosofia. Tlön è la finzione suprema, nella misura in cui, a differenza della terra, è il prodotto dell’immaginazione e dell’ingegno umani. La sua influenza sul mondo degli uomini diventa così forte da impossessarsene, progressivamente, per intero.

“Dieci anni fa, bastava una qualunque simmetria con l’apparenza di ordine – il materialismo dialettico, l’antisemitismo, il nazismo – per mandare in estasi la gente. Come, allora, non sottomettersi a Tlön, alla vasta e minuziosa evidenza di un pianeta ordinato?”

L’intrusione della finzione nella realtà, si diceva. In Tlön, Uqbar, Orbis Tertius l’oggetto vettore di tale movimento è un testo scritto, o meglio: un’opera letteraria il cui oggetto è fittizio. Il movimento è dunque dalla finzione alla realtà. Questo è, in effetti, il caso più ricorrente nei racconti di Borges, in particolare nei suoi due libri più importanti, Finzioni e L’aleph: “L’accostamento ad Almotasim” è la recensione reale di un poema fittizio; nel noir “La morte e la bussola” l’elemento chiave è il libro fittizio Storia della setta degli Hassidim.

Eppure ci sono esempi, nell’opera borgesiana, del movimento inverso. Il caso estremo è quello di ‘Pierre Menard, autore del Chisciotte’. In uno dei momenti parodici più intensi della letteratura moderna, Pierre Menard riscrive, alla lettera, i capitoli IX, XXII (in parte) e XXXVII della prima parte del Don Chisciotte di Cervantes. In questo caso, l’oggetto vettore dell’intrusione tra le due dimensioni è un’opera letteraria reale, e il movimento è opposto e più complesso: dalla realtà alla finzione.

“Ciò che più conta non va mai detto”, dice Hemingway. “Ciò che più conta va detto, ripetuto, contraddetto, sdoppiato” direbbe Borges.

Chiudiamo allora con un esercizio ipotetico, un gioco. Alla luce delle differenze rilevate, come scriverebbe Hemingway il ‘Pierre Menard’?

La risposta è più semplice del previsto: il ‘Pierre Menard’ di Hemingway sarebbe nient’altro che il Don Chisciotte di Cervantes. In altre parole, non lo scriverebbe, o semplicemente lo copierebbe. Quello scarto o slittamento che si produce tra finzione e realtà, slittamento di cui ‘Pierre Menard, autore del Chisciotte’ è forse l’esempio più clamoroso, è il succo del metodo borgesiano – metodo che ha aperto strade prima di allora precluse alla narrativa. In questo senso, mi pare, Piglia dice che ci sono principalmente Borges e Kafka nel ventesimo secolo.

C’è tuttavia un altro distinguo da fare. A differenza di scrittori come Hemingway e Kafka – i quali hanno maneggiato il racconto come il romanzo, usando poetiche differenti nelle due forme, poetiche la cui differenza è fondamentale da un punto di vista narratologico: un racconto non solo non dice le cose alla stessa maniera di un romanzo, ma dice cose diverse – Borges ha scritto unicamente forme brevi: poesie, saggi e racconti. La brevità, la densità, la precisione sono elementi vitali per l’argentino: Borges è, in questo senso, uno scrittore microscopico. Ha senso allora richiamare una sentenza che l’autore di Finzioni ha ripetuto spesso:

“È uno scrittore realista, non dà ordine al mondo.”

Il referente di questa frase, lo scrittore realista, nell’ottica borgesiana, non è Hemingway ma Joyce, in particolare il Joyce del flusso di coscienza (anche, dunque, quel caraibico di Faulkner). Questa frase racchiude una dichiarazione identitaria, un manifesto per opposizione: sul vertice opposto di Borges ci sono, da un lato, la forma narrativa estesa in sé, il romanzo; dall’altro quella tecnica narrativa che fa del caos la sua misura, quello stream of consciousnessche “non dà ordine al mondo”.
In questo, tuttavia, Borges è ingiusto nei confronti di Joyce: il monologo di Molly Bloom nell’ultimo capitolo dell’Ulisse non è meno misurato dell’ ‘enumerazione di un congiunto infinito’ che chiude L’aleph (El aleph, Alianza Editorial, Madrid, 1971).

Tesi sul racconto, di Ricardo Piglia

Tesi sul racconto

Tratto da Formas breves di Ricardo Piglia
Traduzione di Alfredo Zucchi

I

In uno dei suoi quaderni, Anton Čechov annota quest’aneddoto: «Un uomo, a Montecarlo, va al Casinò, vince un milione, torna a casa, si suicida». La forma classica del racconto è condensata nel nucleo di questa narrazione futura e mai scritta.

In opposizione a una struttura prevedibile e convenzionale (giocare-perdere-suicidarsi), la trama qui si pone come un paradosso. L’aneddoto, infatti, tende a svincolare la storia del gioco da quella del suicidio. Questa scissione è un elemento chiave per definire il carattere duplice della forma-racconto.

Prima tesi: un racconto narra sempre due storie.
 

II

Il racconto classico (PoeQuiroga) pone in primo piano la storia 1 (la narrazione del gioco) e costruisce in segreto la storia 2 (la narrazione del suicidio). L’arte del cuentista consiste nel saper cifrare (introdurre nascondendo) la storia 2 negli interstizi della storia 1. Una narrazione visibile nasconde una narrazione segreta, raccontata in modo ellittico e frammentario.

La sorpresa si produce quando la storia segreta viene in superficie.

 

III

Le due storie si raccontano in modo diverso. Lavorare con due storie vuol dire avere a che fare con due distinti sistemi di causalità. Uno stesso evento entra simultaneamente in due logiche narrative antagoniste. Gli elementi essenziali di un racconto hanno una funzione duplice e sono usati in modo diverso nelle due storie. I punti di contatto – gli incroci – sono il fondamento della costruzione del racconto.

 

IV

In «La morte e la bussola», all’inizio del racconto, il proprietario di un negozio si decide a pubblicare un libro. Tale libro si trova là perché è indispensabile alla manovra della storia segreta. Come fare in modo che un delinquente come Red Scharlach sia al corrente delle complicate tradizioni ebraiche e sia capace di ingannare Lönrot con una trappola mistica e filosofica? J.L.Borges gli fornisce questo libro perché si istruisca. Allo stesso tempo, usa la storia 1 per dissimulare questa funzione: il libro sembra trovarsi là per contiguità con l’omicidio di Yarmolinsky e risponde a una causalità ironica. «Uno di questi negozianti che hanno scoperto che qualunque uomo si rassegna a comprare qualunque libro, pubblicò un’edizione popolare della Storia segreta degli Hasidim». Ciò che è superfluo in una storia, è fondamentale nell’altra. Il libro del negoziante è un esempio (come il volume de Le mille e una notte in «El Sur»; come la cicatrice in «La forma della spada») della materia ambigua che causa il movimento della microscopica macchina narrativa che è un racconto.
 

V

Il racconto è una narrazione che racchiude una narrazione segreta.

Non si tratta, qui, di un significato occulto che dipende dall’interpretazione: l’enigma non è altro che una storia che si racconta in modo enigmatico. La strategia del racconto è al servizio di tale narrazione cifrata. Come raccontare una storia mentre se ne racconta un’altra? Tale domanda sintetizza i problemi tecnici del racconto.

Seconda tesi: la storia segreta è la chiave della forma del racconto e delle sue varianti.

 

VI

La versione moderna del racconto che viene da Anton Čechov, Katherine MansfieldSherwood Anderson, e dal James Joyce di Gente di Dublino, abbandona il finale a sorpresa e la struttura chiusa; maneggia la tensione tra le due storie senza mai risolverla. La storia segreta si racconta in un modo sempre più elusivo. Il racconto classico alla Poe narrava una storia annunciando il fatto che ve n’era un’altra; il racconto moderno narra due storie come se fossero una sola.

La teoria dell’iceberg di Ernest Hemingway è la prima sintesi di questo processo di trasformazione: ciò che più conta non va mai detto. La storia segreta si costruisce con ciò che non si dice, col sottinteso e l’allusione.

 

VII

«Grande fiume dai due cuori», una delle narrazioni fondamentali di Hemingway, nasconde e cifra a tal punto la storia 2 (gli effetti della guerra su Nick Adams) che il racconto sembra la mera descrizione di una escursione di pesca. Hemingway mette mano a tutta la sua perizia nella narrazione ermetica della storia segreta. Usa con tale maestria l’ellissi da conseguire che si noti l’assenza dell’altra narrazione.

Che avrebbe fatto Hemingway con l’aneddoto di Čechov? Raccontare con ogni dettaglio la partita, l’ambiente in cui questa si svolge, la tecnica usata dal giocatore per le sue puntate e il tipo di bibita che beve. Non dire mai che quest’uomo si suiciderà, ma scrivere il racconto come se il lettore già lo sapesse.

 

VIII

Franz Kafka racconta con chiarezza e semplicità la storia segreta, e narra invece la storia visibile con discrezione e cautela, fino a convertirla in una cosa enigmatica e oscura. Questa stessa inversione fonda ciò che si dice «kafkiano».

Kafka racconterebbe la storia del suicidio nell’aneddoto di Čechov in primo piano e con tutta naturalezza. L’elemento terribile sarebbe concentrato nella partita, raccontata in modo ellittico e minaccioso.

IX

Per Borges, la storia 1 è un genere, mentre la storia 2 è sempre la stessa. Per attenuare o dissimulare l’essenziale monotonia di tale storia segreta, Borges ricorre alle varianti narrative che gli offrono i diversi generi. Tutti i racconti di Borges sono costruiti con questo metodo.

La storia visibile, il gioco nell’aneddoto di Čechov, Borges lo racconterebbe usando gli stereotipi (lievemente parodiati) di una tradizione o di un genere. Una partita di carte tra gauchos in fuga, ad esempio, nel retro di un bar della pampa, raccontata da un vecchio soldato della cavalleria di Urquiza, amico di Ilario Ascasubi. La narrazione del suicidio sarebbe invece una storia costruita con la duplicità e la condensazione della vita di un uomo in una scena o in un atto unico che definisce per intero il suo destino.

 

X
La variante fondamentale che ha introdotto Borges nella storia del racconto, consiste nel fare della costruzione cifrata della storia 2 il tema stesso della narrazione.

Borges racconta le manovre di qualcuno che costruisce perversamente una trama segreta con i fili della storia visibile. In «La morte e la bussola», la storia 2 è una costruzione deliberata di Scharlach. La stessa cosa accade con Acevedo Bandeira in «Il morto»; con Nolan in «Tema del traditore e dell’eroe.

Borges (come Poe, come Kafka) ha saputo trasformare in aneddoti i problemi narratologici.

 

XI

Il racconto si costruisce per far apparire artificialmente qualcosa che fino ad allora era nascosta. Riproduce la ricerca sempre nuova di un’esperienza unica che ci permetta di vedere, attraverso la superficie opaca delle cose, una verità segreta. «La visione istantanea che ci fa scoprire ciò che è sconosciuto, non è una lontana terra incognita, ma il cuore stesso dell’immediatezza», così Arthur Rimbaud.

Questa illuminazione profana è diventata la forma stessa del racconto.

 

 


 

(Si ringrazia CrapulaClub e la rivista  Ô Metis.

La traduzione di “Tesis sobre el cuento” è apparsa nel quarto numero di Ô Metis, rivista letteraria del gruppo CrapulaClub).

Il racconto secondo Yates, di Francesca de Lena

Dove sono le finestre? La costruzione del racconto secondo Richard Yates

 

di Francesca de Lena

“Costruttori” di Richard Yates ha tutte le cose che non sopporto trovare in un racconto. Ha una 'voce fuori campo' che introduce la storia. Ha uno scrittore sfortunato e senza soldi per protagonista. Si chiude con una domanda. Eppure.

Eppure, “Costruttori” - uno dei racconti di Undici solitudini pubblicato in Italia da minimum fax - è per me il padre e la madre di qualsiasi cosa c’entri con la letteratura, con la bellezza di leggere, con la bellezza di scrivere, con la perfezione della forma racconto, con le mie idee sulla vita e con il mio lavoro. Conoscevo Carver, conoscevo Cheever e, naturalmente, conoscevo Hemingway e Flannery ‘O Connor, e li amavo. Ma Yates. Avete mai letto un racconto come “Costruttori” di Richard Yates?
La voce fuori campo è la voce di Yates che non riesce a restarsene fuori e lasciar parlare la storia per sé, e che non riesce a far esordire un protagonista scomodo senza avvisare: “guardate che questo protagonista è scomodo”. La maggior parte delle storie non ha bisogno del proprio autore che si metta in mezzo e le rovini e infatti anche “Costruttori” non è che ne avesse proprio bisogno, narrativamente parlando. Però Yates lo fa lo stesso. In sedici righe scrive un'analisi intima e lucidissima sul mal di scrivere di scrittori e aspiranti scrittori, e così facendo vivacizza tutto il racconto, che si trasforma in una visione ironica e malinconica di queste due categorie di persone che a vicenda non si sopportano e che però continuano a vivere insieme, a cercarsi e a farsi compagnia nella speranza che il mal di vivere passi.
 

Lo scrittore sfortunato e senza soldi si chiama Bob Prentice, un ventiduenne che nel 1948 è già stato in guerra, ha già una moglie di nome Joan e deve già sbarcare il lunario scrivendo nella redazione finanziaria della United Press, cose di cui non capisce niente per cinquantaquattro dollari la settimana. La sera Bob torna a casa e si rintana dietro un paravento con l'idea di scrivere finalmente le sue cose. Invece perde tempo, si guarda intorno, legge il giornale, e una di queste sere trova l’annuncio di Bernard Silver. Bernie non è uno scrittore e neanche un aspirante scrittore, è solo un tassista che cerca qualcuno che gli scriva un libro in cui lui è il protagonista delle storie da tassista che ci sono scritte dentro. E questa strana aspirazione di Bernie rientra nell'insofferenza del mal di scrivere come molte altre cose del racconto, cose che si potrebbero definire 'elementi sulla narrazione' oppure la 'visione poetica' dell’autore o anche 'le cose che Richard Yates vuole dire sulla questione dello scrivere', e di cui si potrebbe fare una lista in 9 punti:

  1. l'incipit: “Gli scrittori che scrivono di scrittori possono produrre facilmente il peggior genere di aborti letterari”
  2. l'adesione all’onestà nello scegliere le parole: un cappello è cincischiato, non consunto dall’uso
  3. il parallelo che ogni scrittore cerca con Hemingway e la cosa importante di scrivere che è:cominciare
  4. la consapevolezza che non devi perdere: quando tua moglie definisce il tuo racconto meraviglioso e tu sai che non vale niente
  5. il disprezzo degli scrittori per quelli che di scrivere non ne capiscono niente ma vogliono per forza parlarne
  6. il fatto che dietro a ogni storia non vera ci sia almeno un granello di verità
  7. la consuetudine di tutti i tempi a non retribuire la scrittura: «Ah, ma non mi fraintenda Bob. Non ho mai chiesto a nessuno scrittore di scrivermi una sola parola solo sulla base di ipotetici guadagni futuri».
  8. la celebre citazione da Pascal: «Supponga che qualcuno le scriva una lettera dicendo: “Bob, oggi non ho avuto tempo di scriverti una lettera breve, perciò ho dovuto scrivertene una lunga”».
  9. l'inclusione dello storytelling nelle forme di narrazione: «Ma Bernie, non vedo come potrà funzionare. Non si può scrivere un “racconto” spiegando perché qualcuno è l’uomo di cui abbiamo bisogno al Congresso». «Chi dice che non si può?»

E poi c'è il punto 10. Ed è il dialogo con cui Yates costruisce l’immagine più universale che sia mai stata pensata per definire la forma racconto:

Una casa, cioè, bisogna che abbia il tetto. Ma ci troveremmo nei pasticci se cominciassimo a costruirla dal tetto, no? Prima del tetto si devono costruire le mura, no? E prima delle mura si devono gettare le fondamenta, no? E così via. Prima delle fondamenta si deve scavare nel terreno una bella fossa, vero? Ho ragione?» […] E allora? Qual è la prima domanda che deve porsi a opera compiuta?

E qui arriva la perla, che Yates regala a Bernie (il non scrittore) piuttosto che a Bob (lo scrittore) e che per questo diventa ancora più lucente:

Dove sono le finestre?
 

La domanda a cui Bob non sa rispondere alla fine del racconto è dove siano le finestre nella storia che ha appena finito di costruire e che riguarda l'illuminazione nella sua vita, ed è la stessa che noi lettori di racconti ci poniamo ogni volta che apriamo un libro, e che noi esseri umani ci poniamo ogni volta che ci svegliamo al mattino: da dove entra la luce? Perché se il mal di scrivere colpisce scrittori e aspiranti tali, e anche persone come Bernie che con la scrittura c'entrano poco, il mal di vivere colpisce davvero chiunque e chiunque lo comprende, ed è in quella universalità che s'annida la letteratura.
L'idea che ha Yates della letteratura prende sempre la forma di racconto. Anche quando scrive romanzi, e anche nel suo romanzo migliore e più conosciuto, “Revolutionary Road”, resta un autore di forme brevi, che chiude su scene casalinghe e prive di enfasi, su elementi che, fino a un attimo prima, parevano di secondo piano. Perché? Perché Yates non vuole solo raccontare una storia, e non vuole solo dire la sua, e non vuole neanche oggettivare un'idea, un'ossessione. Lui vuole fare una cosa difficilissima ma che gli è indispensabile e questa cosa è: dire la verità. La verità che è, certo, quella e solo quella per una specifica storia e per i suoi personaggi, ed è innanzitutto la sua verità. Ma è anche – lo diventa:deve diventarlo – la verità per chi legge. Il lettore di racconti non vuole solo capire cosa narra la storia che ha di fronte, e non gl'interessa più di tanto commuoversi o arrabbiarsi o parteggiare per qualcuno. Il lettore di racconti vuole assolutamente credere in qualcosa: vuole credere che quella che sta leggendo sia la verità – e che sia tutta lì, e che non ci sia nient'altro da dire.
La parte migliore di “Costruttori” non sta nella trama o nelle perle sulla narrazione. Non sta neanche nella lucida ricostruzione della propria biografia, con l’esperienza di guerra, il matrimonio fallito, la costante ricerca di un lavoro che gli consenta di scrivere. La sua illuminazione sta in un punto che con la scrittura e l’essere scrittori non c’entra proprio nulla. In quel punto c’è solo la fotografia di un trombettiere, un giovanissimo e fiero Bernie sull'attenti che si preme contro la bocca la sua semplice ed eloquente tromba. Un'immagine da copertina alla quale Bob stenta a credere, lui che in guerra ci è stato proprio come ci è stato Bernie, come ci è stato Hemingway e come, in un modo o nell'altro, ci siamo stati tutti noi. Un'immagine che gli fa venire in mente: come si può vivere così? E alla quale, per fortuna, e per una volta, Yates risponde con una verità che tenta di salvarci: “Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi”.