Le rose del ventennio, di Gian Carlo Fusco



di Alice Pisu

Ripubblicare oggi Le rose del ventennio permette di dare nuova luce a una figura eclettica e non convenzionale come Gian Carlo Fusco di cui Sellerio negli anni ha riportato alla luce numerosi titoli (Guerra d'Albania, L'Italia al dente, Gli indesiderabili, La lunga marcia, A Roma con Bubù, Mussolini e le donne e Papa Giovanni). Scrittore e giornalista di «Mondo», «Europeo», «Giorno», «Cronache», si distinse per la capacità di muoversi costantemente tra cronache vivide e artificio, nella scrittura come nel racconto di sé attraverso i suoi tanti volti. Pugile durante il fascismo, ballerino, soldato in Albania, intrattenitore culturale, Gian Carlo Fusco visse di eccessi lambendo miseria e dipendenza dall’alcol, e ne scrisse con sguardo disincantato, celebrando figure ai margini riemerse dalle case chiuse, dagli angoli notturni metropolitani, dagli spettacoli di varietà. Come affermato da Natalia Aspesi nella raccolta postuma di articoli da lei curata per Laterza, Il gusto di vivere, Fusco fu maestro perduto di un mestiere ormai completamente diverso, anche grazie alla sua natura indisciplinata, fantasiosa, originale, ribelle.
Le sue narrazioni sono al contempo documenti d’epoca del secondo Novecento e invenzioni d’autore, ironiche e graffianti, ardite. L’approdo alla scrittura è l’esito di un travagliato succedersi di eventi e di occasioni mancate tra innumerevoli incontri di cui rimane solo una parziale traccia oggi. Affabulatore dissacrante, seppe ridefinire i confini del vero a partire dai continui rimaneggiamenti degli aneddoti che costellarono la sua esistenza.
La sorella Franca ricordò la doppia vita che Gian Carlo conduceva sin da ragazzo, di giorno affettuoso e spensierato, di notte imprevedibile. “Era ragazzino e rincorreva allo stesso modo antifascisti, anarchici, le belle di notte, i marinai litigiosi. Amava certamente un mondo nero; a diciassette anni si era messo in testa di fare il boxeur e si faceva fracassare la faccia da pugili enormi, ben contenti di stenderlo. Gli avevano buttato giù tutti i denti e la mamma lo mandò a Torino da uno specialista, che glieli rifece con un lavoro costoso e dolorosissimo. Poi un giorno scappò di casa, per inseguire una ballerina di varietà e fu in quell’occasione che diventò un impareggiabile ballerino, facendo il boy”.

La sua capacità di incantare con i suoi racconti anche durante gli spettacoli notturni in Versilia, si accompagnò presto a una sorta di sufficienza nei suoi riguardi, senza riconoscere la singolarità di quel “grande clown”, come lo definì Manlio Cancogni, “un buffone d’alta classe, un giovane che aveva già cominciato a crearsi una vita come avrebbe potuto inventarla Georges Simenon, per uno con la faccia di Jean Gabin”.
Grazie a Cancogni pubblicò per «Mondo» un pezzo che ottenne grande rilievo e battezzò una carriera giornalistica folgorante che però anche nel periodo milanese inibì nuove occasioni di affermazione artistica e portò nel tempo molti amici ad allontanarsi da lui. Enzo Biagi, che con lui lavorò alla commedia E vissero felici e contenti, lo definì contemporaneamente un dannunziano e un personaggio di Hemingway.
Memorabili gli articoli di cronaca nera firmati da Fusco; le storie apparse a puntate su «Kent»; gli incipit inconfondibili – “A differenza di quello che succede per i terremoti, i quali, come ormai anche la scienza ammette, sono presentiti dai cani, dal pollame e dagli uccelli perfino un quarto d’ora prima, le inondazioni arrivano senza preavviso sul mondo animale” –; i resoconti dai tribunali, tra cui spicca quello dedicato agli scambi avuti assieme a Camilla Cederna con la ‘saponificatrice’ Leonarda Cianciulli durante il processo d’Assise; le storie di mala – emblematico tra gli altri il contributo intitolato La società delle bocche cucite –; le cronache della mondanità romana con istantanee dei frequentatori del Club 84 (Franca Valeri, Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Vittorio Caprioli, tra gli altri); le pagine dedicate alla chiusura dei bordelli (confluite anche nel libro Quando l’Italia tollerava) con l’accento sulla scelta delle prostitute di ritirarsi a vita privata prima dell’attuazione della legge Merlin – “Le regine della tolleranza, prima di essere detronizzate, abdicarono” (Maîtresse oblige) –.
Come sostenuto da Beppe Benvenuto, Fusco seppe esplorare le “diverse facce di una stagione attraverso alcuni dei suoi protagonisti, ritratti con una pacatezza che sfiora la disinvoltura, quasi si trattasse di una materia oramai decantata.”
Nella sua nutrita produzione letteraria e giornalistica, è significativo il taglio dato alla narrazione della società italiana durante il fascismo. Esplorò i recessi della natura umana con prose vivaci in equilibrio tra satira politica, cronache di costume e racconto sociale, per insinuarsi nelle contraddizioni di un’epoca con quello che Giovanni Arpino definì memorialismo affabulatore e di recupero picaresco di “avventure belliche, sgangherate e quindi quasi felici”. 

La vicenda editoriale di uno dei volumi di maggior successo dell’autore, la raccolta di racconti Le rose del ventennio originò nel 1958 come insieme di contributi apparsi originariamente sul «Mondo», irrompendo nel panorama neorealista definito da voci eterogenee con in comune un’idea di impegno civile attraverso l’arte. In tale scenario la sensibilità espressiva letteraria di Fusco si ricavò uno spazio a parte in una già vasta produzione narrativa – da Italo Calvino a Cesare Pavese e Elio Vittorini – dove a prevalere, come sottolinea Alessandro Robecchi nella prefazione, era ancora il racconto del dramma, della tragedia della guerra, e l’epopea della Resistenza. “Il velo del grottesco era ancora un non-detto, un territorio quasi inesplorato, e da questo punto di vista Fusco è una specie di trait-d’union tra il racconto letterario del dramma e il dramma che ridiventa farsa, superando in qualche modo il lutto, regolando la messa a fuoco su un registro apparentemente più leggero, dove l’ironia sarebbe diventata feroce sarcasmo”.
Le successive pubblicazioni delle Rose del ventennio rivelarono nei decenni successivi un rinnovato interesse per quella voce irriverente e atipica nel panorama letterario capace di dosare il comico per compiere una sferzante analisi della natura umana.
Il racconto eponimo rimanda al ruolo delle donne durante il fascismo, all’influenza crescente e ai condizionamenti subiti con un confronto tra la fase iniziale, con un’adesione femminile di carattere ‘domestico’ al fascismo, e un periodo successivo marcato anche dal ruolo delle intellettuali nel caldeggiare una partecipazione attiva (tra non infrequenti complicazioni sessuali tra squadristi). La narrazione segue un crescendo nelle descrizioni dell’incontro a Palazzo Venezia tra Mussolini e le delegate provinciali nel 1927 con, in controluce, un’osservazione più ampia del fenomeno della radicale trasformazione dei fasci femminili come strumento di penetrazione e di compromesso, favorita dalla riorganizzazione strutturata da Augusto Turati.
Quell’incontro è narrato da Fusco con dovizia di dettagli per immortalare l’eterogeneità di tipi umani attraverso gli ingrandimenti su particolari del vestiario, le pose assunte, il modo di occupare lo spazio che tradisce inquietudine, le movenze incerte, gli sguardi audaci, gli ammiccamenti, che ne definirono il messaggio implicito e rafforzarono il predominio dittatoriale patriarcale reso nell’emblema di un mazzo di rose ricevuto dal Duce, sollevato con mollezza tra le mani e annusato con ardore prima di fissare lo sguardo predatorio sulle fasciste che erano lì per lui.
Il racconto procede nel ripercorrere l’evoluzione degli eventi politici mostrando le contraddizioni rispetto ai proclami iniziali quando, nel 1935,

“gli aratri, le culle e le rose rosse non erano più al centro del programma di Mussolini”

e alle delegate venne chiesto di raccogliere le fedi e propagandare fra le tesserate lo spirito delle ‘donne spartane’.
Pagine di grande impatto rese con immancabile ironia restituiscono un’immagine di Gabriele D’Annunzio lontana da quella ufficiale nel racconto Il quarto ordine del Vittoriale. Al centro la cronaca semiseria del viaggio sul piroscafo privato del poeta con Mussolini in piedi, con le mani sui fianchi, vicino alla “figuretta grigia di Gabriele, che tendeva il braccio a illustrare il paesaggio. Una bandierina coi colori di Fiume sventolava a poppa. Quando il maggiore Pensotti, alla Spezia, lesse sui giornali il resoconto della visita di Mussolini al Vittoriale ripensò alle sei parole di D’Annunzio, confidate sotto vincolo di giuramento, e restò qualche tempo soprappensiero”.
Con un’alternanza di registri e un passaggio da terza a prima persona, il tono beffardo accompagna storie di squadristi e resoconti militari balcanici.
Il continuo equilibrio tra dramma e commedia che domina ogni racconto, raggiunge l’apice in Tomislavo senza regno dedicato alla bizzarra vicenda della designazione (a cui non seguì mai l’incoronazione) di Aimone di Savoia a re di Croazia con il nome di Tomislavo II.
“Aborriva d’essere chiamato col titolo di «altezza». Quando capitava che qualcuno lo interpellasse a quel modo, rispondeva invariabilmente: «Uno e novanta». Una mattina, che era più allegro del solito, tirò improvvisamente una meringa alla panna sulla faccia di un collega. Costui non si perse d’animo e rispose scagliando a sua volta una meringa. Il principe ne tirò un’altra e ne incassò una seconda. La terza centrò l’avversario in un occhio, ma subito dopo anche l’occhio del principe sparì sotto un mucchietto di panna. La battaglia infuriò, a suon di meringhe, per circa dieci minuti. L’ultima tappò un occhio a un maggiore di artiglieria, che se ne stava lì vicino a guardare la scena. Il maggiore si inchinò rispettosamente, mentre il principe, porgendo il fazzoletto, gli faceva le sue scuse. Da quel giorno il caffè Crastan raddoppiò la sua produzione di meringhe, che erano diventate il dolce di moda.”
La nuova valorizzazione letteraria di Gian Carlo Fusco è un’immersione nelle memorie, nell’ironia, nel bizzarro campionario umano, negli aneddoti illimitati, nella prosa vivace e tagliente di un fine osservatore di un’epoca e di un umorista geniale. Attesta la necessità di riscoperta di una voce controcorrente, onesta nel nitore espressivo e capace di tingere di inverosimile la realtà, al pari di un novelliere del Trecento, come lo definisce Benvenuto, “risorto davanti al Golfo dei poeti”.