Tutti i racconti, di Javier Marías




di Giordana Restifo

Il tempo è l’unica risorsa che abbiamo per poterci dire vivi, questi ultimi anni ce ne hanno dato conferma. Ad alcuni è sembrato che ci sia stato sottratto, ad altri che si sia cristallizzato. Per alcuni la locuzione hic et nunc ha perso di significato o ne ha acquistato uno nuovo: hereafter (da adesso in avanti, più avanti, in seguito, in futuro, nell’aldilà –tratto dal dizionario il Ragazzini 2021 Zanichelli). Javier Marías ci aveva indotto a una riflessione sul valore del tempo già dieci anni fa con il suo Gli innamoramenti (Einaudi, 2012), utilizzando proprio l’avverbio inglese hereafter.

È tornato a farcelo presente con Tutti i racconti (con le traduzioni di Valerio Nardoni, Glauco Felici, Maria Nicola, Paola Tomasinelli), una raccolta pubblicata dalla casa editrice Einaudi nel 2020, della quale è appena uscita la versione tascabile. Sono trenta i racconti che compongono il volume, suddivisi secondo il personale giudizio dell’autore madrileno in “accettati” («quelli di cui ancora non mi vergogno») e “accettabili” («quelli per i quali un po’ di vergogna la provo, anche se non troppa»); ventisei erano stati pubblicati in precedenza in Mentre le donne dormono (uscito in Spagna nel 1990, poi ampliato nel 2000, e in Italia nel 2014) e in Quand’ero mortale (uscito in Spagna nel 1996 e in Italia nel 2001), gli altri quattro, pubblicati anch’essi tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, diventati difficili da reperire, appaiono qui riveduti e, in certi casi, ampliati rispetto agli originali. Rimane fuori dalla raccolta una terza categoria, gli “inaccettabili” («si tratta per lo più di lavori preistorici, ovvero scritti o pubblicati intorno al 1968»), con la certezza, da parte dell’autore, che «è meglio, ve lo assicuro, che nessuno di questi testi riveda mai la luce (non tutti la videro)».

La sua cifra è inconfondibile anche nella forma breve: enigmi, tradimenti, trame e situazioni oscure, inganni e menzogne, richiami al passato e alla nera storia della Spagna.
Leggendo le sue opere aleggia sempre una sensazione plumbea, come se da un momento all’altro la situazione potesse ulteriormente peggiorare; non sempre, però, il lettore scoprirà cosa succederà, perché, come spesso accade anche nei suoi romanzi, il finale non è chiaro, definitivo, la storia non si conclude (si vedano, tra gli altri, i racconti La canzone di Lord Rendall, Una notte d’amore, Un immenso favore e In viaggio di nozze, anche se, per quanto riguarda quest’ultimo, una soluzione potrebbe trovarsi nelle pagine del romanzo Un cuore così bianco – Einaudi, 1999).


Eros e Thanatos

 

«Wise men say only fools rush in
But I can’t help falling in love with you
Shall I say Would it be a sin?
If I can’t help falling in love with you

Like a river flows surely to the sea
Darling so it goes
Some things are meant to be
Take my hand, take my whole life too
For I can’t help falling in love with you
».


Prendi la mia mano, prendi anche la mia vita intera
recita una delle canzoni d’amore più famose e cult, che ha fatto battere il cuore di donne e di uomini a tutte le latitudini. L’amore è davvero quel sentimento tenero, da sogno, che cantava il Re del rock? Non poter fare a meno della persona amata e, quindi, donarvisi completamente?
Lungi dal voler essere questo un trattato psicologico, sociologico o filosofico sull’amore, d’altronde di romanticismo analizzato, sviscerato, studiato, ne è piena la storia della letteratura e della musica. Anche Erich Fromm, per citarne uno, ha provato a indirizzarci. Con il suo L’arte di amare (Il Saggiatore, 1975), l’autore tedesco instilla più di un dubbio sull’innamoramento e sugli innamorati che «scambiano l’intensità dell’infatuazione, il folle amore che li lega, per la prova dell’intensità del loro sentimento, mentre potrebbe solo provare l’intensità della loro solitudine». Ben prima di Fromm, un poeta mondano che risponde al nome di Ovidio, ci ha lasciato un prontuario di tattiche di corteggiamento e seduzione (L’arte di amare, BUR, 2004), dal quale emergono, oltre a un certo maschilismo segno dei tempi (passati o presenti?), velati consigli erotici, attitudini e propensioni alla promiscuità (per le quali venne additato come peccatore e maestro di peccato e, successivamente, mandato in esilio). Nulla a che vedere con gli amori di Javier Marías, anche se qualche punto in comune con il poeta dal sesso in testa non v’è dubbio che ci sia: le loro opere sono pregne di una certa dose di cinismo (un esempio nella raccolta di racconti sono Meno scrupoli o Un senso di cameratismo); riconoscono che la sensualità dovrebbe essere allusiva, utilizzare il linguaggio dei gesti, degli sguardi (il romanzo Così ha inizio il male, Einaudi, 2015), invece di essere esplicita; infine, entrambi hanno intuito che in amore, talvolta, è il sadismo a farla da padrone e, così, ci si ritrova a provare piacere per il dolore dell’amante.
Si potrebbero definire degli acuti interpreti delle debolezze umane.
I personaggi dell’autore spagnolo, come nei romanzi anche nei racconti, sono mossi sovente da passioni disdicevoli, da invidie e vendette (persino autolesioniste come in Gualta), da un erotismo che facilmente sconfina nel feticismo, da tradimenti e labili lealtà (Alla corte del re Jorges), da ossessioni e manie (L’eredità italiana). Amori più umani, quindi, più verosimili rispetto a quelli romantici di Elvis Presley (il paragone è sorto leggendo il racconto Malanimo – un omaggio da parte di Marías per il cantante – comparso per la prima volta nel 1996, successivamente in edizione limitata nel 1998 per i tipi di Plaza y Janés, diventato da parecchi anni introvabile e ora riproposto nella raccolta). Anche se, a dire il vero, la melodia di Can’t help falling in love è basata su un’antica romanza del XVIII secolo intitolata Plaisir d’amour, il cui testo originale ripete senza tregua per gli amanti: «Plaisir d’amour ne dure qu’un moment, chagrin d’amour dure toute la vie» (La gioia dell’amore non dura che un momento, la pena d’amore dura tutta la vita – poiché l’ingrate Sylvie ha lasciato l’innamorato per un altro uomo).
 L’altro grande macro tema ricorrente nelle opere di Marías è quello della morte che convive con quello dell’amore - vanno di pari passo più che in contrasto. Oltre che per morte naturale (come nel triste racconto Quello che disse il maggiordomo o nel romanzo Domani nella battaglia pensa a me), i personaggi muoiono uccisi da un amore estremo (nel racconto Sangue di lancia) o talmente interessato da superare il limite tra pensare di compiere un omicidio e compierlo (nei racconti Quand’ero mortale e Il medico di notte o nel romanzo Gli innamoramenti). C’è anche la morte ordita da personaggi insospettabili e che pensano di poter «sapere nientemeno che l’ordine della morte» (Mentre le donne dormono). Un evergreen che si accompagna a quello dell’esistenza di fantasmi. Presenze che tornano dal passato per sconvolgere la vita di chi li percepisce (Le dimissioni di Santiesteban, Non più amori o Saranno nostalgie – questi ultimi due sono essenzialmente lo stesso racconto riadattato), che si sentono vive pur essendo riconosciute come morte:

 

Pensavo, vedevo, sentivo, dunque esistevo, dunque vivevo, e il giorno dopo mi avrebbero sepolto. Lottai per muovermi, ma non potei. Allora mi resi conto che ero morto, che dopo la morte non c’era nulla, e l’unica cosa che mi restava era di restare chiuso nella mia tomba per sempre, senza respirare, però vivendo; senza occhi,
però vedendo; senza orecchie, però sentendo
.
(da La vita e la morte di Marcelino Iturriaga, scritto dall’autore a quattordici anni, nel 1965).

 

 

Tutto torna (a Shakespeare)

In molti di questi racconti tornano (che non siano mai andati via?) i personaggi conosciuti nei romanzi di Javier Marías. Amati, detestati, o non considerati, sono presenti e ci dimostrano come nulla sia cambiato nel corso del tempo. C’è Luisa, colei che resta viva, c’è quel matto di Custardoy, che vive di eccessi e di arte (quella di arrangiarsi), e poi c’è lui, lo sfacciato Ruibérriz de Torres, intrallazzino di professione con una volontà da truffatore. Tutti loro, certo insieme ad altri, prendono parte alla piece di Marías e, come nelle opere di Shakespeare, tanto caro all’autore spagnolo, si muovono districandosi tra amori incompresi, non corrisposti, attenuati, sesso che «è il posto più sicuro» perché «si controlla l’altro, lo si tiene immobile e in salvo» (dal racconto Meno scrupoli), suicidi, morti violente, imbrogli e scoperte.
In Shakespeare e in Marías, Eros, dio dell’amore fisico e del desiderio, e Thanatos, figlio della Notte e dell’Erebo e fratello del Sonno, si mescolano fino a creare un tutt’uno, nel quale sono imprescindibili il dolore, l’inquietudine, le perplessità, le apparizioni in forma di presenze spettrali, le convinzioni del passato. Da questo amalgama scaturisce un senso di turbamento che costringe il lettore, o lo spettatore, a interrogarsi sulle primordiali questioni esistenziali. E quando, se non ora?
Non è un caso se nell’incipit di questo articolo è presente quell’avverbio usato da Shakespeare in una delle sue tragedie più note per indicare la reazione che provò Macbeth all’annuncio della morte di sua moglie, poi ripreso dall’autore spagnolo.
Ci interrogheremo, rifletteremo, ci struggeremo. E quando, se non ora? Hereafter.