Statue viventi, di Günter Grass

La Nave di Teseo porta in libreria Statue viventi di Günter Grass, tradotto da Nicoletta Giacon e con i disegni originali dell’autore.
Un racconto lungo inedito del Premio Nobel per la Letteratura, con i disegni originali dell’autore. Inizialmente concepito come un capitolo della sua autobiografia, questo testo inedito è stato scoperto solo recentemente negli archivi dell’autore dalla sua storica collaboratrice, Hilke Ohsoling. Statue viventi è una storia conturbante di come un’opera d’arte può lavorare nella mente di uno scrittore, ossessionarlo, fino a prendere vita in modo imprevedibile.

Cattedrale vi propone l’incipit del racconto per gentile concessione dell’editore.

Oggi, i resti non sono che pezzi da museo duri come il cemento armato. Quando il Muro, alla cui presenza ci si era ormai abituati, esisteva ancora, nonostante le potenze da entrambi i lati della sua ombra continuassero – se pure in toni moderati – ad abbaiarsi addosso, ricevetti per posta un invito che accettai senza farmi troppe illusioni. I nomi di antiche città – Magdeburgo, Halle an der Saale, Jena ed Erfurt – lasciavano presagire un viaggio che avevo già fatto molti anni addietro. Mi si chiedeva di pazientare, le domande di ingresso erano già state spedite per posta. Mentre aspettavamo l’autorizzazione ad attraversare il confine con il prestigioso Stato degli operai e dei contadini, iniziai a passare in rassegna, con una certa esita zione, i miei ricordi sul medioevo, immaginando tavolate con commensali sempre diversi, piatti di carne fortemente speziati, salumi di ogni tipo che accompagnavano la zuppa di grano saraceno e di miglio addolcito con il miele. Quando, dopo i soliti ritardi – l’autorizzazione era stata rifiutata due volte – i documenti arrivarono con tanto di timbro, l’itinerario era rigorosamente stabilito, ma offriva la possibilità di una breve visita a Quedlinburg e a Naumburg, luoghi il cui passato giaceva sepolto nei libri di scuola della mia giovinezza.
Mi era già capitato di invitare a tavola dei personaggi storici. Una volta mi ero trovato in compagnia di un boia e della sua “clientela” a mangiare la trippa, e prima ancora a un lungo tavolo con dei commendatori. Dorothea von Montau portò in tavola l’aringa della Scania, un piatto del venerdì. Dopo il pasto a base di aringhe, Dorothea, che era un personaggio alquanto stravagante, recitò dei versi in alto-tedesco medio che noi, profondi conoscitori di letteratura, scoprimmo essere influenzati, pur mantenendo la loro peculiarità, dalla poesia del Minnesänger Wizlaw von Rügen. L’aringa della Scania ha dato il titolo al capitolo di un mio romanzo.
La nostra prima tappa fu Magdeburgo. Dopo una lunga e paziente corrispondenza, scritta e orale, con i vari uffici ecclesiastici e non, un pastore luterano di nome Tschiche, i cui figli – avendo rifiutato il servizio militare nell’Armata popolare nazionale – dovevano prestare servizio civile come soldati edili, aveva finalmente ottenuto una risposta positiva: avevamo il permesso di entrare nella Repubblica Democratica Tedesca, dove avrei potuto leggere, nelle chiese e nei centri parrocchiali, alcuni passaggi dal mio ultimo libro, che parlava di uomini e ratti. Mi è sempre piaciuto leggere ad alta voce. Se necessario, in luoghi sacri, la cui acustica è collaudata da tempo. Il medioevo – continuavo a ripetermi – è per noi più lontano di quanto non lo sia l’impero romano. A est dello Harz, per esempio a Quedlinburg, c’è molto di più da scoprire che nelle catacombe paleocristiane sulla via Appia. Trovammo alloggio in case parrocchiali che avrebbero avuto urgente bisogno di ristrutturazioni, e nelle quali i pasti erano preceduti d una breve preghiera. Le assi del pavimento scricchiolanti. La muffa nelle fondamenta. Le energiche mogli dei parroci. Durante il nostro viaggio, la sorveglianza da parte dello Stato rimase, tutto sommato, contenuta, persino la volta in cui fummo costretti ad abbandonare la sala parrocchiale di Halle, perché troppo affollata, e riparare in una vicina chiesa cattolica, dotata di un sistema di altoparlanti, che si riempì spontaneamente fino all’ultimo posto. Pagina dopo pagina, descrivevo nei minimi dettagli come i ratti sopravvissuti si esercitavano a camminare in posizione eretta. Ogni volta leggevo per un’ora buona. Dopodiché il pubblico, seduto stretto sui banchi della chiesa, faceva delle domande, in un primo momento esitanti, poi sempre più esplicite: “Dobbiamo restare? Dobbiamo fare domanda di espatrio?” E io rispondevo: “Anche dall’altra parte è solo un’altra parte.” Ma quelli che ponevano le domande non lo avevano ancora sperimentato.
Il passaggio da un secolo all’altro non era poi così grande. A Erfurt, dove Lutero – ai tempi in cui era monaco agostiniano – aveva imparato a conoscere il dubbio, il mio incontro con il pubblico si tenne in mezzo ad antiche mura. All’inizio, un gruppo di punk dell’Est fece di tutto per interrompere la lettura, ma poi iniziò ad appassionarsi alla mia storia sui ratti. Si svolgeva al tempo dei flagellanti, quando gli ebrei – a quanto si diceva – avevano subdolamente portato nel paese la peste. Al momento, lo Stato e i suoi organismi sembravano indeboliti. Il pastore di Jena, la moglie e i figli avevano un cavallo che, come nelle favole, si affacciava dalla porta della stalla. Eretici perseguitati da tempo immemorabile. E poi le guerre, datate e archiviate. Si diceva che in Turingia ci fossero dei valdesi fuggiti dalla Boemia. La canonica si ergeva, sbilenca, in una zona invasa dalla vegetazione, vicino agli storici campi di battaglia di Jena e Auerstedt. Un cartello indicava la strada. Ovunque, il medioevo gotico e tardo gotico si stava sgretolando. E anche il presente, nonostante la sua pretesa di stabilità politica e sociale, cominciava – iniziando dai margini della società – a diventare superato.
Ma chi avrei dovuto invitare a tavola?

© Steidl Verlag, Göttingen 2022
© Günter und Ute Grass Stiftung, Lübeck
Published by arrangement with Berla & Griffini Rights Agency
© 2024 La nave di Teseo editore, Milano

Il rapporto di Ogata Ryōsai, di Ryūnosuke Akutagawa

Il rapporto di Ogata Ryōsai
di Ryūnosuke Akutagawa

Di recente, nel mio villaggio, i seguaci del cristianesimo stanno confondendo le menti delle persone con la loro dottrina dannosa e malvagia. Ecco perché ho deciso di denunciare quanto ho visto e sentito, con la speranza che le autorità possano presto adottare i provvedimenti del caso.
Allora, il VII giorno del III mese di quest’anno Shino, la vedova di un contadino di nome Yosaku, è venuta da me supplicandomi di visitare sua figlia Sato, una bambina di nove anni gravemente malata. Shino, la terzogenita del contadino Sōbei, si è sposata dieci anni fa, rimanendo vedova poco dopo la nascita della figlia. In seguito alla morte del marito non ha voluto legarsi a nessun altro, riuscendo comunque a sopravvivere tessendo e facendo altri piccoli lavori che poteva svolgere in casa. Sennonché, abbagliata chissà da cosa, dopo il trapasso del marito si è convertita al cristianesimo e ha iniziato a frequentare con assiduità un certo padre Rodrigo, un prete che abita nel villaggio accanto al nostro. Per questo è incorsa nel biasimo generale, e qualcuno ha cominciato a denigrarla lasciando intendere che fosse diventata l’amante del prete. Suo padre, Sōbei, e i suoi fratelli hanno cercato in tutti i modi di farla rinsavire ma lei, sostenendo che nessuno è più degno di venerazione del dio cristiano, si è rifiutata di ascoltarli e, dimenticando perfino di visitare la tomba del suo defunto marito, ha continuato insieme alla figlia ad adorare mattina e sera un amuleto a forma di piccola croce che lei chiama «crocefisso». Ecco perché i suoi familiari hanno smesso di frequentarla, e perché in paese si è iniziato a vagliare la possibilità di bandirla.
Trattandosi di una persona del genere, quando è venuta da me per chiedermi di visitare la figlia, io le ho risposto che non potevo assolutamente farlo. Quel giorno lei se ne è andata in lacrime, ma il giorno seguente è tornata a trovarmi per dirmi che se avessi acconsentito a visitare la figlia, lei mi sarebbe stata riconoscente per tutta la vita. Io ho continuato a rifiutare, e allora lei, non accettando la mia decisione, si è prostrata in lacrime nell’ingresso della mia abitazione e, con una voce carica di rancore, mi si è così rivolta: «Le condizioni di mia figlia sono gravi. Perché non volete visitarla? Non capisco. Non è forse compito di un medico curare chi è malato?».
«Ciò che dite è vero, − ho risposto. − Tuttavia la mia decisione di non aiutarvi non è infondata. Se posso essere sincero, non mi piacciono i vostri modi, soprattutto quando accusate me e gli altri abitanti del villaggio di essere posseduti dal demonio solo perché veneriamo kami e buddha. Se la vostra fede è quella giusta e voi siete così pura, perché chiedete a un uomo succube del diavolo come me di curare vostra figlia? Non dovreste forse rivolgervi alla divinità in cui adesso credete? Se davvero desiderate che io visiti vostra figlia, prima dovete rinunciare alla fede cristiana. In caso contrario, continuerò a negarvi la mia assistenza, anche perché, per quanto la mia professione mi imponga di essere compassionevole, anch’io temo la punizione che le mie divinità potrebbero infliggermi»
Shino è rimasta ad ascoltarmi in silenzio dopodiché, incapace di ribattere, è tornata a casa triste e sfiduciata.
All’alba del giorno seguente, il IX del III mese, è iniziato a piovere con una tale intensità che per le strade del villaggio non si vedeva anima viva. Verso l’ora del coniglio Shino si è presentata di nuovo alla mia porta per rivolgermi la medesima supplica del giorno precedente. Non avendo l’ombrello, era bagnata come un pulcino.
«Anche se sono un semplice medico, sono un uomo di parola −, ho ribadito. − È una decisione difficile, lo so, ma dovete scegliere: o rinunciate al vostro dio o alla vita di vostra figlia!».
Udendo quelle parole Shino ha iniziato a sragionare e, prostratasi più volte davanti a me a mani giunte, con la voce rotta dal pianto mi ha implorato: «Avete perfettamente ragione, ma se abbandono la fede cristiana, il mio corpo e la mia anima saranno dannati per l’eternità. Vi prego, abbiate pietà di me. Acconsentite, almeno per questa volta, a visitare mia figlia».
Nonostante pratichi una confessione eretica, il suo amore per la figlia era così sincero che ho provato pietà per lei. Non potevo però permettere ai sentimenti di ottenebrare il buon senso, quindi ho ribadito con assoluta fermezza che non avrei visitato la figlia fino a quando lei non avesse abiurato. Shino mi ha fissato per alcuni attimi con un’espressione indescrivibile, dopodiché è scoppiata in lacrime e si è gettata ai miei piedi a mani giunte, per supplicarmi. A quel punto con un filo di voce ha pronunciato qualcosa che, a causa del rumore della pioggia, non sono stato in grado di comprendere. Per tre volte l’ho pregata di ripetere quanto aveva detto, e alla fine ho capito che, pur a malincuore, avrebbe acconsentito ad abiurare. Quando poi le ho detto che avevo bisogno di una prova che lo dimostrasse, lei, senza dire una parola, ha estratto dallo scollo del kimono la croce, l’ha posata sulle assi di legno che rivestono l’ingresso e in silenzio l’ha calpestata tre volte. Non sembrava particolarmente turbata, e aveva anche smesso di piangere; ciononostante fissava la croce che aveva sotto i piedi con lo sguardo di chi ha la febbre molto alta, la qual cosa ha fatto rabbrividire sia me sia il mio aiutante.
A quel punto, essendo riuscito a farle accettare le mie condizioni, il mio aiutante si è messo in spalla la cassetta dei medicinali e tutti insieme ci siamo incamminati sotto una pioggia torrenziale verso la casa di Shino. Sato era coricata in una stanzetta molto angusta, con il cuscino rivolto verso sud. Era sola, e delirava a causa della febbre alta. Con le sue piccole e graziose manine non faceva che tracciare in aria il segno della croce, ripetendo senza sosta la parola «Alleluia»: sembrava farneticare, ma era felice e radiosa. Shino, seduta in lacrime accanto al giaciglio della figlia, mi ha spiegato che «Alleluia» è un’invocazione simile al nenbutsu che i cristiani usano per rendere omaggio al compassionevole amore del loro dio. Ho visitato immediatamente la bambina, e non mi ci è voluto molto per capire che era affetta da una forma molto grave di febbre tifoide. La malattia era in uno stadio così avanzato da indurmi a pensare che la bambina non sarebbe arrivata al giorno seguente. Quando l’ho detto alla madre, questa ha perso il lume della ragione e, prostrandosi a mani giunte ai miei piedi e a quelli del mio aiutante, ha ripetuto più volte:
«Se ho abiurato è stato solo perché ero certa che in questo modo avrei salvato la vita di mia figlia. Ma se morirà sarà stato tutto inutile. Se riuscite a capire la sofferenza che mi dilania per aver voltato le spalle a Dio, fate in modo di salvarla!».
Quello che mi chiedeva travalicava le mie capacità. Per fortuna aveva smesso di piovere; così, dopo averla rassicurata che aveva preso la decisione giusta, le ho dato tre bustine di decotto. Mentre stavo per tornare a casa, Shino si è aggrappata a una manica della mia veste per impedirmi di andarmene. Le sue labbra si muovevano come se cercasse di dire qualcosa, ma senza riuscirci. Pochi istanti dopo è impallidita e ha perso i sensi. Trasecolato, con l’aiuto del mio aiutante ho provato a farla rinvenire. E difatti poco dopo si è ripresa, ma era troppo debole per alzarsi e, in un mare di lacrime, ha detto:
«A causa della mia superficialità, ho perso mia figlia e il mio dio!». Ho cercato in tutti i modi di consolarla, ma visto che le mie parole non sortivano l’effetto sperato e che non avrei potuto fare nulla per salvare la figlia, accompagnato dal mio aiutante mi sono incamminato verso casa. Quello stesso giorno, poco dopo l’ora del montone , sono andato a visitare la madre del capo villaggio Tsukagoshi Yazaemon, da cui ho appreso che la bambina era morta e che la madre, per il dolore, era uscita di senno. Secondo le parole del capo villaggio, sembra che Sato fosse deceduta un’ora dopo che l’avevo visitata e che Shino, già verso il primo quarto dell’ora del serpente , andasse in giro come una pazza stringendo tra le braccia il corpo senza vita della figlia salmodiando a voce alta una incomprensibile preghiera occidentale. Tutto era avvenuto sotto gli occhi di Yazaemon e di tre contadini del posto, Kaemon, Tōgo e Jihei, per cui i fatti dovevano essersi realmente svolti nel modo in cui mi erano stati riportati.
Dalle prime ore del giorno successivo, il X del III mese, ha iniziato a cadere una leggera pioggia, ma nella seconda parte dell’ora del drago i tuoni della primavera hanno lasciato spazio al bel tempo. Yanase Kinjūrō, un samurai del villaggio, mi ha inviato un cavallo affinché lo potessi raggiungere nella sua abitazione per un consulto medico. Io sono salito subito in groppa, ma quando sono giunto davanti alla casa di Shino sono stato costretto a fermarmi perché un gran numero di persone bloccava la strada e inveiva contro preti e cristiani. Senza smontare da cavallo ho guardato allora verso l’abitazione della donna vedendo, di fronte alla porta d’ingresso spalancata, un occidentale e tre giapponesi. Indossavano tutti una tonaca nera e, mentre stringevano in una mano il crocifisso e nell’altra un oggetto che sembrava un incensiere, acclamavano il loro dio intonando all’unisono la parola «Alleluia». Ma non solo: Shino era riversa in terra, come svenuta, davanti ai piedi dell’occidentale: aveva i capelli in disordine e tra le braccia stringeva la figlia. La cosa che più mi ha colpito è stato vedere che Sato, le mani strette attorno al collo della madre, intonava con la sua voce infantile una volta il nome della madre e l’altra l’esclamazione «Alleluia». Non posso affermarlo con certezza, visto che mi trovavo a una certa distanza, ma ho avuto l’impressione che Sato avesse un bel colorito e che ogni tanto staccasse le mani dal collo della madre per cercare di afferrare il fumo che fuoriusciva da quella specie di incensieri.
Sono smontato da cavallo e ho chiesto alle persone lì presenti di raccontarmi i particolari della sua resurrezione. Sono venuto così a sapere che quella mattina padre Rodrigo, insieme a tre diaconi, aveva lasciato il proprio villaggio per presentarsi a casa di Shino. Dopo aver ascoltato la confessione della donna, hanno iniziato a pregare, hanno acceso uno strano incenso e hanno spruzzato su madre e bambina dell’acqua consacrata. Poco dopo la donna si è tranquillizzata e Sato è tornata in vita, mi hanno riferito tutti con evidente sgomento.
Nel corso della storia, non sono state poche le persone tornate in vita dopo la morte. Nella maggior parte dei casi, però, si è trattato di morti causate da malattie febbrili e da etilismo. Non è mai accaduto che una persona malata di tifo, come Sato, sia tornata in vita. Ormai è chiaro che il cristianesimo è una dottrina diabolica, e credo che i tuoni primaverili che hanno iniziato a rimbombare quando padre Rodrigo è arrivato nel villaggio possano essere interpretati come un segnale di quanto il Cielo disdegni questo prete.
Quel giorno Shino e sua figlia hanno abbandonato il villaggio per trasferirsi in quello di padre Rodrigo. Subito dopo, Nikkan, l’abate del tempio Jigen, ha ordinato che la loro casa fosse data alle fiamme. Ma di questo vi avrà di certo informato il capovillaggio Tsukagoshi Yazaemon, per cui non mi dilungherò oltre. Se in futuro dovessi rammentare particolari che ora mi sono sfuggiti, sarà mia premura comunicarveli con un secondo rapporto. Non ho altro da aggiungere.

Il XXVI giorno del III mese dell’anno della scimmia
Villaggio di Uwa della provincia di Iyo
Il medico locale: Ogata Ryōsai

Anna ha le ali, di Stefano Serri

Ortica editore porta in libreria Bradipismi, di Stefano Serri. Dieci racconti, manifesti di una rivoluzione lenta, in cui si evincono inviti e occasioni: inviti a ripensare il nostro agire e le nostre relazioni, occasioni per decidere, adesso, che ritmo dare alla nostra esistenza.

Cattedrale vi propone uno dei racconti della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Anna ha le ali
di Stefano Serri

Un giorno Anna prese le ali.
Prima, il corpo le si gonfiava e sgonfiava più regolare delle maree, per colpa del suo appetito anomalo, di quello stomaco dotato di anima. I capelli si fecero lisci; gli occhiali sparivano a intermittenza; infine comparve quello di cui parlo: le ali. Non erano come pensate, là dietro, sulla schiena, bianche e piumate, appuntite e veloci. Le ali erano nel petto, due rosee e morbide ali gonfie di latte e serene da lotte: perché le ali migliori sono nascoste, le ali migliori sono nelle costole.

Forse è perché suo padre è un animale, ma Anna, fin dall’inizio, ha voluto volare. Una cosa che suo padre aveva detto quando era bambina, due parole appena, una frasetta che l’aveva toccata troppo, uscita come una mano dalla bocca, lui col viso pesante e i pugni sul mento: Sono triste, aveva detto. E lei non aveva mai pianto.
Nel suo cappotto di velluto e spettinata, nonostante tutti e tutto, ha continuato la scuola; s’è dovuta fermare, un anno, perché non riusciva a studiare, ma poi è ripartita e si è laureata. È diventata infermiera. Perché ha scelto proprio questo lavoro, questo starsene sempre tra sangue e lamenti? Forse è perché, un brutto giorno, ha dovuto portare suo padre al macello, come un bue marezzato di angoscia; forse per quello capisce i malati, che si ritrovano di colpo in discarica senza poterne uscire da soli. Ma lo stesso, vuole volare, e impara, Anna, impara che le ali non sono tutta la libertà. E che non servono ali agli umani, perché per volare camminano in verticale.

Anna un giorno incontrò l’uomo suo, che era suo perché un po’ diverso dagli altri: un elettricista, si chiamava Giulio, anche lui con il viso un po’ triste.
A volte deve vivere lei per tutti e due; deve arrampicarsi, ma non come in Romeo e Giulietta: ha da scalare molto più di un balcone, scala il gran monte della depressione, anzi, non lo scavalca, e attende con pazienza che Giulio si affacci. In quel momento, lo acciuffa, rimette le ali e porta via tutti e due.
Senza inseguire castelli e principesse, senza Capuleti e Montecchi, con Giulio torna a credere che le case, anche la sua, sono scatole di felicità, forse un po’ bucate, e le porte, ereditate dai genitori, enormi per le nostre piccole chiavi.

Non l’ho ancora detto? Il tuo migliore amico, Anna, è un barattolo di vetro, vuoto, con l’etichetta infeltrita; un barattolo di cioccolata tenuto nell’armadio, dietro i vestiti: le vestaglie l’accarezzano, una sciarpa gli fa le fusa, riposa lì, ben custodito. Un barattolo vuoto dove infili quel che non va e poi lo conservi (chiamalo: vomito, o chiamalo: no!), e vedi come diventa quello che dentro era brutto, o se cambia colore al contatto con l’aria. Duro, tirare fuori il cibo dell’ora prima; esistono trucchi perché lo stomaco si redima, esistono dita violente e respiri in ostaggio, esistono in commercio estintori per l’ansia, ma anche pompe per decomprimere l’anima che, in un angolo, avanza. Oltre l’orlo di ceramica del cesso dove vomiti, ecco il tuo barattolo, il tuo abisso portatile. Alcune, da ragazze, credono che basti vomitare per non diventare madre. Il tuo barattolo di vetro, il tuo trofeo di anoressica, lo conservi, anche oggi che sei guarita, tra le scarpe, come monito: come il vetro, la verità che ti faceva male scivola e, se passa troppo tempo, fa la ruggine e non si svita più.

Questo, però, è un racconto, e i racconti non finiscono come un romanzo: non sono un lungo spettacolo di fuochi d’artificio, un racconto è un unico razzo sparato a suon di spinte e sputi d’esistenza, più su che riusciamo con la nostra speranza. E, se vuoi essere razzo fino in fondo, devi scoppiare. Serve fiducia per schiantarsi nel cielo: devi credere che i tuoi pezzi, passando davanti agli occhi della gente a naso in su, lascino tracce. Forse ti scorderanno, ma almeno con quel botto avrai sollevato su da terra la loro faccia.
La nostra storia, Anna, finisce così: in una metamorfosi, con la marea del tuo fisico instabile che non so più dipingere, pelle bianca, ali, letto. Finisce che sei incinta: sparisci un bel giorno, scivolata in una fessura, scomparsa in ostetricia. Esci con una figlia e le racconti che aveva un padre, un animale triste, poi le mostri le ali, le tue, le sue: le ali, non ingrassano né dimagriscono, ma mangiano il tempo, te l’assicuro, mangiano vita, di continuo la vita.

Madre nel cassetto, di Sergio La Chiusa

Nella collana L’Invisibile di Industra&Letteratura troviamo, tra gli altri, Madre nel cassetto, di Sergio La Chiusa. Una novella di irresistibile affabulazione intrisa di humor nero e gustosissima letterarietà.

Cattedrale vi propone l’incipit del racconto per gentile concessione dell’editore.

Madre nel cassetto
di Sergio La chiusa

Mamma tentava di suicidarsi tutte le settimane. Le domeniche, di preferenza. Forse perché papà era a casa e poteva intervenire, per evitare il peggio. «Te ne pentirai», ammoniva lungimirante tagliandosi le unghie davanti al televisore mentre mamma rovistava tra i coltelli minacciando di tagliarsi le vene. «Mi rimpiangerai, non lo troverai un altro che sopporti le tue scenate», ribadiva papà, immaginando che la matta confidasse in qualche martire con cui sistemarsi nell’altro mondo. Dopo di che, riposto in tasca il tagliaunghie, si schiodava sospirando dal divano e si sfilava solennemente la cintura. Poi andava in cucina e la batteva per bene. Fino a che mamma smetteva di gridare e dibattersi sotto i colpi rieducativi di papà e si placava, definitivamente domata.
Non che mamma tentasse sul serio di suicidarsi, in verità. Faceva la scena, la protagonista. Almeno una volta la settimana voleva uscire dalle ombre della cucina in cui l’aveva confinata papà, sottrarsi al suo ergastolo di padelle, teglie e tegami e salire sul palcoscenico, sentirsi importante, darsi arie da diva tragica sotto le luci della ribalta domestica. Io li spiavo disgustato dal basso dei miei sette anni, nascosto sotto il tavolo, e mi dicevo mai, mai sarò come lui. Adesso che ho la stessa età di mio padre, e anzi l’ho addirittura superato, posso vantarmi d’aver tenuto fede ai miei propositi d’allora. Non ho preso nulla del suo temperamento. Non porto pesi sulla coscienza, io… Arianna, per esempio, non ha mai minacciato il suicidio. Nemmeno nei periodi più bui della nostra convivenza. E nemmeno dopo la separazione, che io sappia, sebbene fosse stata proprio lei a lasciarmi, e il rimorso avrebbe potuto ragionevolmente scombussolarle il cervello e spingerla verso l’irreparabile. E invece nulla, mai una scenata, mai che scrutasse meditabonda la strada dall’alto del nostro sesto piano per studiare il punto d’impatto, la soluzione di tutti i conflitti. Anche se negli ultimi tempi avevo a volte l’impressione che certe ombre scure, vagamente sinistre, le passassero sugli occhi e Arianna pareva perdersi in fantasticherie equivoche mentre fissava le forbici insanguinate con cui aveva appena sventrato la spigola. La spigola. Aveva preso anche lei la riprovevole abitudine di preparare tutte le domeniche il pesce, e in particolare la spigola, che io detestavo; esattamente come mamma, che aveva una specie di venerazione per il pesce, che faceva bene al cervello, diceva, benché fosse lecito dubitarne viste le condizioni di perenne squilibrio in cui versavano lei e papà; e così Arianna, che però s’era fissata con le virtù degli omega-3 solo dopo la morte di mamma, e soprattutto durante gli ultimi mesi di convivenza, tanto che inclino a credere che la sua più che una vera convinzione scientifica fosse una forma di ritorsione subliminale, dato che sapeva che il pesce era stato al centro di aspri dibattiti tra me e mamma, e in particolare la spigola, che io vedevo con sospetto, e non senza ragioni, credo, altrimenti perché in certe regioni la chiamerebbero lupo? e in altre, più illuminate, ragno, tessitore di trappole? A ogni modo, la vedevo eviscerare con una rabbia primitiva e meticolosa, da rito vudù, che mi nauseava e mi dava da pensare. «Perché non li prendi già puliti», suggerivo, ma lei niente, pareva provarci gusto a trafficare con le interiora. A volte pensavo che con quelle sue unghie minuziose volesse stuzzicarmi l’anima, e perfino estirparla, e che l’anima mia – e l’anima di tutti – fosse viscida e sanguinolenta, come i visceri dei pesci, e che in definitiva un corpo spinato e svuotato d’anima fosse un corpo più pulito, più commestibile, più adatto alla compravendita.
Ma non divaghiamo. Non è di anime che intendo parlare. E nemmeno di compravendite. E tantomeno di Arianna. La parassita. Figuriamoci. Le passavo la maggior parte dello stipendio eppure si lamentava, le pareva poco, m’infilava perfino le mani in tasca per controllare se mi trattenessi qualcosa. Le mani. Le stesse con cui trafficava nei ventri dei pesci e che poi ricopriva di profumi costosi perché evidentemente non sopportava l’odore del vizio. Profumi comprati con il mio stipendio, che svaporava in essenze promiscue, e massaggi, trattamenti estetici, ristoranti con le amiche. D’altronde le spese erano tante, per la manutenzione del corpo e dello spirito, e io invece le proponevo una vita da lombrichi. A saperlo, si sarebbe messa con Nardi, s’era lasciata sfuggire una volta... Nardi! Attilio Nardi! Vi rendete conto? L’imbecille che la corteggiava fin dai tempi della scuola, e con cui in effetti si è messa dopo la separazione… «Una pausa di riflessione», aveva detto, in verità. Perché aveva bisogno di stare un po’ da sola. Perciò aveva lasciato passare una settimana prima di traslocare nell’appartamento di Nardi, in centro.
D’altra parte Attilio possedeva una casa al mare e una in montagna, e una appunto in centro, arredata in stile moderno, proprio come piaceva a lei, e una decapottabile sportiva con cui spostarsi rapidamente di casa in casa, mentre io possedevo solo questo trilocale al sesto piano d’un palazzo senza ascensore, trilocale che peraltro era stipato di mobili antiquati che gli davano un’aria da casa di riposo, senza contare che le pareti, su cui comparivano misteriose muffe, erano rivestite d’una carta da parati a fiorami del secolo scorso e decorate da vecchie stampe in bianco e nero ereditate dai nonni, simili a quelle che si trovavano negli scompartimenti dei treni di seconda classe. Roba da vergognarsi. Inoltre Attilio le faceva sempre dei regali, perfino una borsetta Louis Vuitton in vera pelle di vacca una volta, e non per calcolo, perché lei non gli aveva mai dato speranze, mai… E mentre mi presentava l’immagine del corteggiatore perfetto, pieno d’iniziative filantropiche e proprietà immobiliari, non ricordava più la faccia da ritardato con cui nella realtà Attilio le investigava le tette ai tempi della scuola, gli occhiali da masturbatore imbranato e volenteroso che gli davano un’aria da scorfano in agonia, dagli occhi lessi, stolidamente dilatati dalle lenti, la bocca sempre socchiusa per via della sinusite e d’un ritardo congenito di comprendonio, la pelle deturpata dalla foruncolosi dell’adolescenza, che non aveva mai davvero superato, nemmeno dopo la laurea in giurisprudenza e la tesi in diritto fallimentare, il tirocinio nello studio del padre, l’apertura di uno studio tutto suo in centro, nei pressi del Tribunale, dove riceveva in effetti clienti altolocati, nonostante i foruncoli.

Come il capitano celebrò il Natale, di Thomas Nelson Page

Mattioli porta in libreria ‘Natale nella vecchia Virginia’ di Thomas Nelson Page, tradotto da Livio Crescenzi e Ursula Miotto. Thomas Nelson Page – autore finora inedito in Italia – era convinto che i vittoriosi Nordisti avessero dato una rappresentazione distorta della storia e della gente del Sud, e con la sua opera mira a restituire dignità e verosimiglianza storica alla cultura del Vecchio Sud. Questa l’ispirazione per alcuni dei suoi racconti natalizi, in cui si parla dell’importanza dei propri luoghi d’origine. Atmosfere e scene della ‘Ole Virginia’ (la Vecchia Virginia), intrise di un’intensa nostalgia.

Cattedrale vi propone l’estratto del primo racconto del libro, per gentile concessione dell’editore.

Come il capitano celebrò il Natale
di Thomas Nelson Page

Mancavano solo pochi giorni a Natale e, com’era naturale, intorno al grande caminetto del circolo gli uomini avevano iniziato a parlarne. Erano tutti uomini nel fiore degli anni, e tutti, o quasi, provenivano da altre parti del paese: uomini giunti nella grande città per farsi strada nella vita e che, tutto sommato, in un modo o nell’altro ce l’avevano fatta, riuscendo in diversi campi in modo così brillante da poter essere definiti uomini di successo. Tuttavia, man mano che procedeva, la conversazione aveva assunto un tono rievocativo. Quando era iniziata, avevano partecipato solo in tre, due dei quali, McPheeters e Lesponts, stavano seduti in poltrona, con i piedi protesi verso il caminetto, mentre il terzo, Newton, dava le spalle al grande focolare, con le falde della redingote ben aperte. Gli altri uomini erano sparpagliati per la sala, un paio intenti a scrivere ai tavoli, tre o quattro che leggevano i giornali della sera, e i restanti che chiacchieravano sorseggiando whisky e acqua; tra questi, alcuni chiacchieravano e basta, mentre altri si limitavano a sorseggiare i loro whisky e acqua. Tuttavia, man mano che la conversazione procedeva attorno al camino, uno dopo l’altro gli uomini si unirono al gruppo, finché la cerchia non incluse tutti i presenti nella sala.
Era stato Lesponts a iniziare. Dopo aver fissato per qualche istante Newton in piedi davanti al fuoco con le gambe ben divaricate e gli occhi fissi sul tappeto, aveva rotto il silenzio chiedendo all’improvviso:
“Vai a casa?”
“Non lo so” rispose Newton, con aria dubbiosa, richiamato da qualche parte nel mondo dei sogni, ma così lentamente che parte dei suoi pensieri era rimasta ancora lì.
“Non ho ancora deciso… non sono sicuro di poter andare fino in Virginia, e ho un invito in un luogo delizioso, un ricevimento in una casa qui vicino.”
“Newton, chiunque capirebbe che sei della Virginia” disse McPheeters, “dal modo in cui stai davanti a quel camino.” Newton disse:
“Già.”
E poi, mentre svaniva il mezzo sorriso suscitato da quella battuta, aggiunse, lentamente:
“Stavo solo pensando a quanto mi sentivo bene, ed ero tornato a casa e mi trovavo nel vecchio salotto, la prima volta che notai mio padre fermo in quella posizione; ricordo di essermi alzato e di essermi messo in piedi accanto a lui, un ragazzino nemmeno alto così, cercando di mettermi proprio come faceva lui, e sentivo il calore del fuoco, e anche adesso lo sento, proprio come quella sera.
È stato… trentatré anni fa” disse Newton, lentamente, come se stesse calcolando gli anni a memoria. “Newton, tuo padre è vivo?” chiese Lesponts.
“No, ma mia madre sì, e vive ancora nella vecchia casa di campagna.”
Da qui il discorso era proseguito, e quasi tutti avevano partecipato, anche i più reticenti, coinvolti dalla cordialità generale suscitata dall’argomento. La grande città, con tutti i suoi molteplici interessi, fu dimenticata, e gli uomini di successo tornarono alla loro infanzia e ai primi anni di vita in piccoli villaggi o in vecchie piantagioni, e raccontarono episodi del tempo in cui il mondo al di là del loro orizzonte gli era sconosciuto, e ogni cosa aveva quelle grandi e strane proporzioni create dalla mente durante l’infanzia. Vennero ricordati i vecchi tempi e furono raccontate senza sosta le esperienze natalizie di una volta, e quel periodo fu considerato, senza alcuna voce di dissenso, come assai migliore del Natale per com’era ormai diventato. Dopo un poco, uno di loro disse:
“Qualcuno di voi ha mai trascorso un Natale in treno? Se non l’avete fatto, ringraziate il Cielo e pregate d’esserne risparmiati d’ora in poi, perché a me è capitato, e vi assicuro che è quasi come stare in purgatorio. Una volta ne ho passato uno bloccato in un cumulo di neve, o quasi bloccato, perché eravamo in ritardo di dieci ore e perdemmo tutte le coincidenze, e il Natale che m’aspettavo di trascorrere con gli amici, lo passai in una carrozza lercia con un burbero capotreno, uno sfacciato facchino mulatto e un sacco di idioti, che avrebbero potuto uccidersi a vicenda, per non parlare poi di un neonato che piangeva, ammazzare il quale forse sarebbe stata l’unica cosa a cui tutti avrebbero partecipato volentieri.”
L’asprezza di queste parole dimostrava che l’argomento era quasi esaurito, e un tale, entrato giusto in tempo per udire colui che aveva parlato per ultimo, aveva appena azzardato l’osservazione – imitando debolmente l’accento inglese – che i sottufficiali in questo paese erano una massa di gente burbera e maleducata in ogni caso, e sempre scortese quanto ardiva essere, quando Lesponts, che aveva guardato pigramente chi aveva parlato, disse:
“Sì, a me è capitato di trascorrere un Natale in un vagone letto e, strano a dirsi, ne conservo un bellissimo ricordo.”
Cosa alquanto sorprendente, tanto da incuriosire tutti, ma il ricordo di quell’episodio era evidentemente così forte da far superare a Lesponts ogni ostacolo, per cui proseguì.
“Qualcuno di voi ha mai preso il treno notturno che va da qui a Sud attraverso le valli di Cumberland e Shenandoah, o si è mai recato a Washington per prendere quel treno?”
A quanto pare a nessuno era capitato, per cui continuò: “Beh, fatelo, e potete farlo persino a Natale, se trovate il capotreno giusto. Vale la pena farlo alla prima occasione che vi capita, perché quello che si attraversa è quasi il territorio più bello del mondo; non ho mai visto niente di più incantevole delle valli del Cumberland e dello Shenandoah, e la New River Valley è altrettanto magnifica – lo sfondo blu oltre quelle dolci colline, e tutto il resto – hai presente, McPheeters?”
McPheeters annuì e Lesponts continuò…

Vita, di Anna Voltaggio

Neri Pozza porta in libreria La nostalgia che avremo di noi di Anna Voltaggio. Una commedia umana, un libro di racconti polifonico, un sasso che, lanciato in acqua, espande in cerchi concentrici la sostanza misteriosa del desiderio.

Cattedrale pubblica uno dei racconti contenuti nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

VITA
di Anna Voltaggio

Sente ridere forte, Vita, mentre costeggia la stazione trascinandosi dietro il trolley. È un pomeriggio buio, le luci rosse degli stop si parlano con quelle piccole e colorate appese alla meno peggio sui balconi delle palazzine, sotto il portico ci sono i barboni, uno accanto all’altro e mal riparati, buttati a terra in modo scomposto su pezzi di cartone e coperte marcite. Vita cammina sul marciapiede cercando di tenersi a distanza da loro e non vorrebbe guardarli. Tiene lo sguardo dritto davanti a sé come se fosse tutto normale: le luci che oscillano, la puzza, le persone sfinite a terra.
Va avanti e il trolley la segue con il suo rumore, continua a ignorarli ma non le riesce del tutto e allora li spia, con la coda dell’occhio li passa in rassegna, qualcuno si rigira nei pensieri acidi, una donna ha un braccio monco, dal gomito in giú non c’è piú niente, indossa un abito lungo e logoro ma sotto il grigio scuro della polvere addensata e dell’asfalto si vedono i fiori piccoli e rossi. Sono corpi in disordine, esistenze storte con la pelle del viso indurita, sembra corteccia quella pelle, fanno paura, pensa Vita, le persone che non hanno niente da difendere.
L’odore che attraversa è nauseante perché trabocca di verità e la fa sentire a disagio, Vita lo sa bene e vorrebbe sempre evitarla, la verità. La linea dei taxi bianchi intanto scintilla e aspetta quelli che arrivano a festeggiare. Il Natale, pensa infine, mette troppa pressione.
Vita è in orario e comunque, come ogni giorno, cammina veloce. Cammina come chi ha qualcosa di urgente da fare, come chi ha accumulato ritardo su una tabella di marcia, come chi ha un problema da gestire.
Non ce ne sarebbe ragione ma Vita sente di avere poco tempo e cammina veloce. Ha rimandato molte volte questo viaggio verso Trieste, non le piace viaggiare ed è brava a trovare scuse che sembrano ragioni. Certe volte le pare di conoscere il futuro e tenta di ingannarlo, ha cambiato il biglietto, ha posticipato due volte la data e tre volte l’orario come se, ad avere piú tempo, un evento imprevisto potesse riservare una sorpresa e il futuro diventare un nuovo futuro di cui Vita non conosce niente.
Il trolley ha una ruota storta che sfrigola e trita le pietruzze che incontra sul tragitto. Vita non vorrebbe neanche averlo un trolley.
Non le piace partire, a dicembre poi, in mezzo alle famiglie che si vogliono riunire per festeggiare in quella forma di nevrosi che investe tutto: gli oggetti, le strade, l’aria stessa. Studenti fuorisede con il cibo accatastato dentro le buste plastificate, gli anziani confusi, i bambini stanchi, i militari ancora in divisa. Sono tutti piú aggressivi a Natale.
Sarebbe rimasta volentieri a Roma tra le sue cose da risolvere, questioni private, faccende emotive. Cammina e l’aria umida le appiccica la mano alla valigia. I ragazzi sulla panchina hanno le giacche tirate fino al mento, fumano e non si parlano, gli passa davanti pensando che probabilmente si tratta di spacciatori a cui chiederebbe roba da fumare, da sniffare, roba qualsiasi con il potere di farla sentire piú a suo agio nel mondo. Se li lascia alle spalle e fissa il lampione in lontananza, con la lampadina che si accende a intermittenza come il flash di una macchina fotografica che punta su di lei.
Pochi minuti fa ha parlato al telefono con Sarah.
Alla fine della telefonata si è sentita stanca e irrisolta.
Si erano ripetute le stesse cose, con lo stesso tono grave delle ultime volte, con le lunghe pause e i respiri pesanti delle ultime volte, con i giri di parole che iniziavano comprensivi e finivano accusatori. Queste discussioni sono diventate castelli di carte, pensa Vita.
«Non parliamo piú di fatti, Sarah. I nostri problemi non hanno piú una consistenza reale, continuiamo ad architettare teorie. Il problema siamo noi».
«Abbiamo tutto, come fai a non vedere che abbiamo tutto?»
Vita è rimasta zitta. Sarah le ha chiuso il telefono in faccia.
La sua carrozza è lontana, l’ultima.
Quando la raggiunge appoggia il trolley sul primo gradino e si ferma un momento per alzarsi i capelli e liberare il collo. Il freddo dell’inverno soffia sulla nuca e per un momento Vita sente sollievo.
«Vuoi aiuto?» chiede una voce alle sue spalle.
Vita si lascia ripiombare i capelli addosso, solleva la valigia e sale.
«Non c’è bisogno, grazie».
Un neon smisurato illumina il treno. Vita fissa i numeri e avanza, come tutti ha fretta di prendere posizione, capita in un posto a quattro con il tavolino in mezzo. Due ragazze sono già comode e stanno facendo la Settimana Enigmistica.
In questo periodo Sarah conduce un laboratorio teatrale. Legge testi di Sarah Kane e Mark Ravenhill, non fa che pianificare performance.
L’anno scorso si era intestardita a produrre un video in cui si mostrava completamente nuda con un asterisco disegnato sul sesso e leggeva con una voce impostata male, fintamente naturale, un testo di Rebecca West. Poi l’ha messo su YouTube e aspetta ancora che diventi virale.
Vita pensa ai capelli neri che le scendono sulle spalle incurvandosi, alle volte che le ha spostato una ciocca dietro l’orecchio per liberarle il viso e vederla meglio, ai momenti in cui ha sentito di amarla e che voleva eterni. Pensa che Sarah abbia ragione a insistere con le sue domande e che lei abbia torto a non risponderle per la naturale angoscia che l’afferra all’idea di perdere chiunque.
Pensa di non sapere andare oltre l’inizio di una relazione.
Pensa, Vita, di finire con l’essere un buco nero che ingoia tutto e sparisce in sé stesso.
Le viene in mente che quando era poco piú che una bambina, camminando a fianco di suo padre verso la scuola di danza, pensava che non sarebbe piú tornato a prenderla. Che avrebbero raggiunto l’ingresso, lui l’avrebbe salutata con un bacio sulla guancia, raccomandandole di chiudere l’armadietto a chiave. E non sarebbe tornato mai piú.
Poi pensa che suo padre si sarà dimenticato che sta per arrivare, e anche che è Natale.
Il treno intanto è partito come una possibilità dall’esito incerto. La sicurezza di farcela è solo un calcolo di probabilità, pensa Vita, una questione statistica, tra il punto di partenza e quello di arrivo ogni cosa è precaria, la perfetta linearità dei binari non conta niente quando un treno ci corre sopra a trecento chilometri all’ora.
Guarda le ragazze assorte sulla Settimana Enigmistica, una cosa difficilissima da fare in due. Origlia i discorsi e si fa l’idea che siano intelligenti, ma anche cretine, che in fondo è come siamo tutti, pensa, e allora fissa lo sguardo sulle lettere che si incrociano, sulle parole spezzettate. Legge i suoni appesi nelle caselle che cercano un significato nell’incastro perfetto.
Concepisce la sua esistenza come un cruciverba in cui un errore di stampa rende impossibile il completamento.
Dal finestrino non vede l’esterno perché è buio, solo il riflesso del neon e il riflesso di sé stessa, ma fatica a riconoscersi. I capelli lisci le appaiono piú lunghi e scendono oltre le spalle, Vita li sposta da un lato, guarda il collo scoperto che nel riflesso è eccessivamente stretto, segue con gli occhi una vena che pulsa non di sangue ma di angoscia e che arriva all’attaccatura dell’orecchio, con la mano destra si stringe il collo per farla smettere. Suo padre un giorno aveva aperto la porta della sua stanza e l’aveva trovata a sfogliare un giornaletto per adolescenti che si chiamava Cioè.
L’aveva guardata con disprezzo.
«In questo modo diventerai una donna che preferirei non conoscere in futuro» aveva detto.
E adesso che il futuro era arrivato, Vita si chiedeva se era andata cosí.
Scrive sul taccuino: treno per Trieste, h. 19.00, ultimo viaggio verso casa di mio padre. Sono incapace di scegliere come vivere (figuriamoci con chi), quindi chi essere, e il tempo stringe, ho dunque paura di morire, senza, in definitiva, essere stata nessuno.
Al distributore automatico ci arriva barcollando come un’attrice ubriaca, guarda avanti e si tiene l’orlo del vestito per non farlo salire.
C’è un uomo che sta aspettando il caffè. Vita fissa il suo profilo contratto che lo fa sembrare impensierito, le rughe intorno agli occhi sono disegnate come in un ritratto a carboncino. Una manica del maglione scuro è appena sollevata e scopre un tatuaggio sul polso dove c’è scritto My heart is full.
È davanti al distributore e si gira un attimo verso di lei, uno sguardo che a Vita sembra distratto, non si sposta per lasciarle spazio.
«Caffè?» le chiede.
«Amaro». Vita risponde porgendogli una moneta che lui non prende.
Bevono il caffè insieme.
«Non volevo infastidirti prima».
Lo guarda senza capire.
«Quando ho cercato di prendere la tua valigia».
«Sei stato gentile».
«Arrivi fino a Trieste?»
«Sí. Mio padre sta morendo» dice e, mentre lo dice, le sembra assurdo.
«Mi dispiace». Vita si limita a un’espressione di circostanza ma vorrebbe scusarsi di questa intimità a cui lo ha costretto. «E tu?»
«Mi fermo a Venezia, dove abito da qualche anno».
«Mi sono sempre chiesta come si vive a Venezia».
«Si vive nell’acqua».
Il cellulare vibra, sono messaggi di Sarah.
Ho provato a chiamarti ma non prende. Sei arrivata?
No.
Mi chiami appena puoi? Devo dirti una cosa importante.
Appena posso.
No, chiamami adesso. Devo dirtela adesso.
Scrivila.
Non ti perdonerò mai.

L’uomo aspetta. Vita sente i suoi occhi e controlla il corpo, inclina la testa verso la spalla e porta i capelli da un lato mentre digita sul cellulare.
Sta osservando la linea dell’ovale, il collo in tensione e i movimenti delle dita.
Quando il treno fischia violentemente sembra all’improvviso che i binari non siano piú dritti, dondola quasi. Non è normale, pensa Vita e mentre lo pensa perde l’equilibrio, sente i tonfi delle valigie che cadono, anche Vita cade, il caffè finisce per terra e le macchia le scarpe, lui è instabile ma le afferra un braccio per sorreggerla prima che sbatta contro la parete. Punta i piedi e sostiene entrambi.
Il fischio è ancora fortissimo, spaventoso, fa pensare a un’esplosione imminente. Qualcuno, dalle carrozze, grida. Un gatto con la coda gonfia passa da una carrozza a un’altra in una corsa isterica e piomba sul distributore che lampeggia.
Vita è diventata pallida, ancorata a lui con entrambe le mani vorrebbe chiamarlo per nome ma non lo sa, gli stringe il maglione all’altezza dei fianchi, mentre cade con le ginocchia per terra, come se lo stesse implorando.
Il treno, lentamente, si ferma. Un annuncio informa che due estranei in corsa hanno attraversato i binari, il conducente ha attivato il freno d’emergenza, tranquillizza i passeggeri, comunica che sarà effettuato un controllo per accertare la buona salute di tutti e che il treno riprenderà al piú presto la corsa verso Trieste. «Stai bene?»
«Sí» risponde incerta sentendo di colpo, per la prima volta, il pesante senso dell’incertezza della vita. «Dovremmo bere qualcosa di piú forte adesso» sorride, mentre allenta la presa.
Vita sente un disordine attraversarle il corpo.
«Dovresti scendere a Trieste allora» dice, riprendendo faticosamente il controllo di sé, mentre una nausea dolciastra le sale dallo stomaco alla bocca.
«Mi piacerebbe poterlo fare».

Attraversa la stazione, passa sotto gli enormi archi per uscire dall’ingresso principale, in piazza della Libertà. C’è freddo e silenzio, potrebbe prendere un taxi e rintanarsi un attimo. Resta qualche momento ferma in quest’indecisione e accende la sigaretta.
Vuole arrivare a piedi, pensa Vita che camminare sia la scelta giusta. Camminare e pensare sono in un rapporto costante di reciproca intimità. È una frase che crede di ricordare nel momento in cui la sta pensando. Una frase che la riguarda.
Riva Tre Novembre è lunga e cosí ampia e il mare sullo sfondo è cosí scuro che se Vita si guardasse da una finestra dei palazzi allineati si vedrebbe molto piccola camminare sull’orlo del precipizio.
Il Caffè degli Specchi è chiuso. Quella notte non avrebbero bevuto qualcosa insieme, pensa, e non lo avrebbero fatto mai.
Quando Vita apre la porta di casa tutte le luci sono spente, tranne quella della cucina.
«Iniziavo a pensare che non saresti venuta» dice suo padre quando la vede entrare.
«Ho fatto tardi perché mi sono persa, scusa».

Vita guarda il mare fuori dalla finestra mentre tiene in mano la mela che era sul tavolo, suo padre le si mette vicino, ha un sorriso semplice e malinconico che Vita vorrebbe riuscire a trattenere.
«La marea sta salendo di nuovo, papà».

Gioco di bambole, di Kianny N. Antigua

Il racconto che vi proponiamo, per gentile concessione dell’editore, è contenuto in due raccolte pubblicate da Arcoiris edizioni: Club Silencio e Bestiole.
"Club Silencio" è il secondo volume della collana tReMa e ha come elemento conduttore (liberamente declinato da ogni autore) il film  Mulholland Drive di David Lynch e il tema del deragliamento identitario, del doppio, della deformazione della narrazione.
I protagonisti di Bestiole sono individui intensamente umani, animali complessi con più volti, capaci di assistere e godere del dolore altrui e in cui la malvagità prevale e sembra vincere la partita.

Di seguito potete leggere il racconto di Kianny N. Antigua, autrice caraibica vincitrice di svariati premi e autrice di numerose raccolte, romanzi, libri per bambini, poesie.

Gioco di bambole
di Kianny N. Antigua.

Traduzione di Barbara Stizzoli

Quando ero bambina adoravo giocare con le bambole: fare i loro vestiti, pettinarle e immaginare per loro mondi meravigliosi.
Rubavo i collant di mia nonna e facevo vestiti attillati per le mie barbie, ah, perché mi piaceva giocare solo con le barbie; le altre bambole non erano belle come le barbie e non erano magre come le barbie e non erano bianche come le barbie né avevano i capelli belli come quelli delle barbie. Le barbie erano bellissime e io adoravo giocare con loro.
Quando mamma scappò a Porto Rico, l’unica cosa che le chiesi fu di portarmi tante barbie nuove quando sarebbe ritornata perché, nonostante avessi cura delle due che già avevo, stavano diventando brutte; una aveva i capelli molto corti perché un giorno si erano impigliati e avevo dovuto tagliarglieli per togliere il nodo e adesso i capelli le si drizzavano. All’altra, Ivé aveva morsicato le mani, anche se ancora oggi dice di non essere stata lei, io so che è stata lei, per questo bruciai la camicia della sua uniforme scolastica e dopo, siccome le presi per colpa sua, affogai il gattino che le aveva regalato la sua madrina.
Ecco, l’unica cosa che volevo era che mamma mi portasse un sacco di barbie da New York e mi assicuravo di ricordarglielo ogni volta che telefonava; fin quando smise di telefonare e basta. La cosa buona fu che un giorno venne mia zia, la madre di Ivé, da Curaçao, a farci visita.
Oltre a essere arrivata, bellissima, con i capelli stirati, ci ha portato i vestiti e una barbie per una. L’unica cosa è che la stramaledetta ha portato una barbie bianca e una nera e ha dato la bianca a Ivé.
—Ma Ivé è più negra di me.
—Si, ma è più piccola. E comunque, tutte e due le bambole sono belle e hanno anche gli stessi vestiti.
Ed era vero, le bambole erano identiche, come se fossero state gemelle, ma a una l’avevano lasciata bruciare nel forno. Avevano addirittura lo stesso vestito lungo e rosato. Ma a me non importava, la mia era nera e la iettatrice di Ivé me l’avrebbe pagata. E glielo dissi, «continua così, tanto tua madre se ne va di nuovo». E lei che fece, niente, continuò a giocare con la sua bambola bianca, mettendola a sedere sotto il cespuglio di dalia, facendola camminare in aria in modo da non farle sporcare il vestito, facendole il bagno nuda nel serbatoio dell’acqua, provocando in me invidia solo perché sua madre era lì, a fare il bagno con lei, pettinandola con gocce profumate (non quella merda che puzzava di cocco che mi metteva mamma sulla testa e che non scioglieva niente, mi lasciava soltanto la testa oleosa e che colava). Ci portava anche a mangiare pizza e gelato. Io andavo perché in quei giorni nonna non cucinava, ma me le stavo segnando tutte le cose che faceva Ivé, una per una.
E come tutti sapevamo, due settimane dopo, sua madre andò via di nuovo e la lasciò sola come il gatto. Alla barbie nera la decapitai e, alla fine, furono tre.

 

Pane senza sale, di Fatemeh Piravi Vanak

Polidoro edizioni porta in libreria Iran under 30, un’antologia di giovani scrittrici e scrittori iraniani, un inaspettato e vivido spaccato dell’Iran raccontato dalle nuove generazioni a cura di Giacomo Longhi e con la prefazione di Ginevra Lamberti. Traduzioni dal persiano di Melissa Fedi e Federica Ponzo.

Cattedrale vi propone uno dei racconti contenuto nell’antologia, per gentile concessione dell’editore.


Pane senza sale
di Fatemeh Piravi Vanak

Immergo la mano nella fontana, mi sciacquo la faccia e mi passo la mano sulla testa rasata. Mi guardo nello specchio rotto appeso all’albero lì vicino: sembro un kiwi. C’è un sacchetto di plastica pieno di pane secco appeso a un altro ramo dell’albero. Non ci arrivo. Saltello su e giù. Un dito si aggancia al sacchetto che si spacca, il pane si rovescia sulle mattonelle del cortile. Le urla della mamma mi fanno sobbalzare, vedo che brandisce una ciabatta di plastica e me la do a gambe levate verso la porta di casa. Mi guardo indietro, chiudo la porta, sento la ciabatta che si schianta. Quando si accorge di me, la mamma di Mansur stringe gli occhi tondi e mi chiede: «Tuo papà non è tornato?». 
Mansur di per sé è un buon amico, è sua mamma che è un’impicciona. Io e lui giochiamo sempre nella creta. La mamma di Maryam dice che non sono più di vent’anni che questo posto lo chiamano così. Un anno sono arrivati qui, hanno rivoltato il terreno ma la creta l’hanno trovata solo su questo pezzo. La creta è proprietà della mamma di Maryam. Molte delle case in fango e mattoni di qui sono state costruite proprio con questo tipo di argilla e, a forza di continuare, dove c’è l’argilla si è formata una buca. Dio ha messo in piedi un buon affare per la mamma di Maryam.
Noi ragazzi ci riuniamo a giocare nella creta da tutto il paese. La casa di Mansur è due isolati più giù rispetto alla nostra. Così come io mi sposto due isolati più giù per andare a trovare Mansur, sua madre si sposta due isolati più su per fare le sue strane domande, e mica è contenta di come vanno le cose dove abita lei. Comunque la mattina la passa da noi mentre il pomeriggio se ne sta con le sue vicine. Da casa nostra a casa di Mansur è pieno di gelsi che d’estate fanno diventare tutto appiccicoso per terra. Prendo a calci un sassolino fino alla casa di Mansur, poi lo prendo e lo picchietto contro il cancello del cortile. È da quando sono nato che il campanello è rotto, forse anche da prima.
Arriva Mansur. Gli è venuta la faccia come la mia: siamo tutti costretti a tagliarci i capelli con la macchinetta di agha Jasem. Agha Jasem è il preside della scuola. È stato un ragazzo del paese anche lui. A scuola se la prende con i capelloni. Aspetto che vada in bagno a prendere la palla. Il cortile di Mansur è grande come quello di casa nostra, ma c’è più spazio, perché sua mamma compra il pane dalla mia.
Da noi c’è un forno a gas che occupa metà cortile. Dall’altro lato del cortile ci buttano gli attrezzi della macchina di papà. Il papà e la mamma litigano sempre per colpa del forno e delle cianfrusaglie che lui lascia in giro. Alla mamma piace cuocere il pane, mentre papà lo detesta: odia i vestiti della mamma sporchi di impasto, odia il caos in cortile, il viavai delle vicine che vengono a comprare. Ma la mamma non lo sta a sentire.
Quando arriva Mansur, do un colpo alla palla che tiene sottobraccio e ridacchio. Ce la passiamo fino alla creta. Quando arriviamo, ci sono già tutti. Costruiamo la porta con i mattoni e facciamo le squadre. Maryam la Cicciona capita con noi, allora propongo di metterla in porta: è grassa, quindi la palla non passa. Io, Mansur e altri due ci mettiamo in difesa e in attacco. Solo il portiere ha un compito preciso, noialtri corriamo dietro alla palla finché qualcuno non riesce a segnare. Anche per la squadra avversaria è lo stesso. C’è una ragazza vicino al cumulo di terra, non sappiamo come si chiama, non parliamo con lei, dicono tutti che è strana. Da qualche mese vive con la mamma nella casa sulla strada per il cimitero che nessuno vuole comprare, e nessuno va a trovarle. La mamma dice che non hanno un papà, ma la mamma di Mansur dice di aver visto un uomo dall’aria circospetta che passa spesso di lì.  
Ogni giorno la ragazza si presenta alla creta con un panino, e la sua bambola ci guarda. Ha i capelli più lunghi che abbia mai visto ed è sempre pulita e ordinata, al contrario di noi.
Mansur non riesce a deviare la palla che finisce dritta in faccia a Maryam la Cicciona. Diventa paonazza e scoppia a piangere: il nostro portiere se ne va via tutto arrabbiato. Non sappiamo che fare. Io sono dell’idea di far giocare la ragazza con il panino. Gli altri non sono d’accordo, ma io voglio continuare la partita. Mi faccio avanti. Mi fissa con i suoi occhioni color miele. Dico: «Hai visto cos’è successo. Vieni a giocare al posto di Maryam, rimango io in porta e giochi tu».  
Sorride, appoggia il panino e la bambola accanto al cumulo di terra e si unisce alla partita. Mansur le chiede ad alta voce: «Come ti chiami?».
La ragazza risponde piano: «Khorshid».
Ed è un sole veramente, proprio come dice il nome. I suoi occhi, perfino i capelli, sono uguali ai soli che mi disegnava papà. Sto in porta, mentre lei corre dietro alla palla insieme a Mansur e agli altri. Non subiamo gol, ma nemmeno li facciamo. Tutti stanchi di giocare, ci buttiamo in un angolo. Il sole è alto nel cielo e i suoi raggi mi arrivano dritti in faccia. Chiudo gli occhi, mi sento come all’ombra. Li apro. Khorshid spezza a metà il suo panino e me lo offre. Lo accetto e do un morso, ha il sapore del pane della mamma.
Quando Mansur dice che è ora di andare, ci diamo una scrollata e ci incamminiamo. La palla è di Mansur ed è lui che decide quando si gioca e quando si va via. Saluto Khorshid. Mansur mi lancia la palla, la porto sottobraccio fino a casa sua e intanto parlo di Khorshid. Lui dice: «Se non c’era lei almeno un gol lo facevi».
Mansur va a casa e io raggiungo il nostro isolato facendo il sentiero appiccicoso. Fa un caldo rovente, il sudore mi cola sulla fronte e lungo la schiena. Il cancello è aperto. Quando entro vedo la mamma, è seduta in cortile e si tiene la testa tra le mani. Ci sono anche la mamma di Mansur e le altre donne. Le guardo sorpreso e mi siedo vicino alla fontana. La mamma di Mansur dice alla mamma: «Non avere paura, Dio è grande».
La mamma ha cambiato il sacchetto di plastica del pane secco, come se non fosse caduto tutto per terra la mattina. Di nuovo non ci arrivo. Salto su e giù per prendere un pezzo di pane, quando di colpo mi sento la schiena che brucia. La mamma mi sta prendendo a ciabattate così forte che a momenti mi sfonda. La mattina l’avevo scampata, ma adesso mi becco tutte le sue grida: «Tuo papà è andato a portare il carico a Bam, dove c’è stato il terremoto, e nessuno ha sue notizie. Che ti possano ammazzare!».
La mamma di Said le si è seduta vicino: «È un bambino, ha solo fame. Che ti ha fatto? Secondo me devi fare un voto, vedrai che Dio ti aiuta».
La casa della mamma di Said sta di fianco alla moschea e tutti quelli che vogliono fare un fioretto vanno da lei, la vicina del Signore. La mamma le chiede: «Ma che voto posso fare?».
La mamma di Jasem le dice: «Io una volta ho fatto un’offerta a quarantadue vergini e il Cielo mi ha ascoltato. Tu sai preparare il pane. Devi andare a prendere un bicchiere di farina dalle quarantadue vergini una per una, poi ci fai il pane e adempi il voto».
Io finora la mamma di Jasem a fare un voto non l’ho mai vista, secondo me puntava ad avere il pane gratis. La mamma piange e a me si stringe lo stomaco. Neanche fossero le sue ultime volontà, porta un bicchiere, carta e penna. È la penna dorata che papà appoggiava sempre accanto al quaderno nero sul tavolino della televisione, vicino al mazzo di chiavi. Amo il portachiavi di papà: luccica, è un cerchio dorato e splendente. Fantastico sempre sul giorno in cui si romperà e allora prima che lo butti diventerà mio. Toccare le cose di papà equivale a prenderle di santa ragione. Quando papà deve andare via, solo la sua penna resta a casa. Alla fine la danno alla figlia della vicina per farle scrivere i nomi. Davanti a ogni nome mette un pallino. Mi danno un bicchiere e mi dicono di andare a casa del primo nome della lista a dire che si tratta di un voto di quarantadue vergini e prendere un bicchiere di farina. La più felice dell’iniziativa è la mamma di Jasem.
Busso, arriva la vicina e apre la porta. Le dico: «È un voto: quarantadue persone devono darci della farina».
 «Che voto?».  
«A Bam c’è stato un terremoto e mio papà si trova lì. È un voto per salvarlo».
Papà è in viaggio tutti i santi giorni. Ne torna a casa giusto due o tre, pianta un casino perché la mamma fa il pane e io in mezzo a tutto ciò mi prendo pure un paio calci, dopodiché se ne va via di nuovo. La donna mi prende il bicchiere dalle mani, ci versa la farina e me lo riporta. Protesto: «Mica è pieno!».
«Tu portalo, non ti preoccupare».
I bicchieri di farina si riempiono e si svuotano e i pallini accanto ai nomi delle vicine vengono spuntati uno dopo l’altro. È l’imbrunire. La mamma di Jasem ha detto che dobbiamo prendere tutti i quarantadue bicchieri di farina entro la sera, così con il richiamo alla preghiera del mattino la mamma prepara l’impasto e domani come prima cosa si mette a fare il pane. La mamma piange: non c’è una vicina da cui non abbiamo preso la farina, eppure manca un bicchiere. Non ho mai visto la mamma piangere per papà, col fatto che non faceva altro che ripetere che sperava che in casa non ci rimettesse più piede pensavo che se lui non fosse tornato davvero sarebbe stata felice. Le vicine se ne sono andate tranne la mamma di Maryam e la mamma di Jasem, rimugino un po’ e alla fine chiedo: «Perché non abbiamo preso la farina dalla mamma di Mansur?».
La mamma perde la pazienza e si toglie una ciabatta, la mamma di Jasem le afferra la mano e rivolta a me dice: «Dobbiamo prenderla solo da chi ha figlie femmine, in paese non c’è più nessuno che ne abbia». «Beh, ho un’amica che gioca con noi nella creta, potremmo prenderla da lei».
La mamma si è avvicina e mi chiede: «Chi?».
Le racconto di Khorshid che gioca con noi nella creta, con la mamma di Jasem si guardano ed esclamano che proprio se l’erano dimenticata. Ecco che di nuovo mi danno un bicchiere da riempire di farina. Si è fatto buio e la casa di Khorshid si trova vicino al cimitero. È un vecchio camposanto, nessuno ha i parenti sepolti laggiù. Quello nuovo si trovava alle porte del paese. Non c’è mai un’anima viva da quelle parti. La mamma di Maryam, che è quella con più anni di tutte, dice che quando era bambina suo papà si era appropriato a poco prezzo di un terreno dalle parti del vecchio cimitero e ci aveva costruito una casa, e quando ci sono andati ad abitare, sua mamma è morta di parto e dopo tre mesi gli spiriti si sono presi pure il bambino che aveva messo al mondo. Ma mia mamma dice che ha infarcito il racconto con una miriade bugie e che la mamma della mamma di Maryam e il suo bambino sono morti di malattia. Però mia mamma non è coetanea della mamma di Maryam. Dice che dopo tutto quello che era successo, suo papà ha lasciato la casa, dove adesso ci abitano Khorshid e sua mamma senza spendere un soldo.
Le storie terribili che la mamma di Maryam mi racconta sulle strade e le case dei dintorni prendono vita nella mia immaginazione e fanno diventare tutto spaventoso. La mamma di Maryam vive qui da quando ancora il paese non esisteva, e tutte le storie di paura le racconta lei. Suo papà pure era pazzo, e per non pagare si è costruito la casa al cimitero, così adesso mi tocca andare là a fare visita a Khorshid. Le luci della casa sono accese, si è fatto buio e il loro bagliore è l’unica cosa che mi indica la via di casa sua. Per terra ci sono un sacco di grossi sassi su cui ogni tanto inciampo. Maledico la mamma di Jasem. Mica poteva dirmi che tutti i bicchieri di farina andavano riempiti entro stasera? E perché quarantuno non andavano bene mentre quarantadue sì? Raggiungo la casa arrugginita. Si capisce che l’ha costruita il papà della mamma di Maryam: non è altro che un pezzo di lamiera spoglio e scolorito. Busso alla porta. Qualcuno grida: «Chi è?».
«Sono io, il figlio di Mehri la panettiera».
Ci vuole un po’ prima che vengano ad aprire. La porta resta socchiusa, è la mamma di Khorshid. Mi viene da pensare che si chiami Khorshid anche lei, hanno gli stessi occhi e la stessa capigliatura. Ha la fronte sudata e si morde le labbra. Khorshid fa capolino dalla fessura della porta e mi sorride. Nella scarpiera noto un paio di scarpe da uomo. Dalla porta socchiusa si intravede la tavola, c’è profumo di cotolette. La mamma di Khorshid mi chiede cosa voglio. Le spiego che voglio della farina perché la mamma ha fatto un voto e le ripeto tutto quello che aveva detto la mamma di Jasem. Con un sospiro di sollievo prende il bicchiere e sorride: «Aspetta».
Khorshid la segue. Sulla tavola ci sono tre piatti, uno è più pieno degli altri. Anche da noi ogni volta che la mamma prepara le cotolette, la porzione più grande spetta al papà. Le cotolette vanno a nozze con il pane della mamma e le verdure del cortile. Sotto alla finestra vicino alla tavola c’è un tavolino di legno con sopra un quaderno nero dietro al quale c’è qualcosa che brilla. Sbircio meglio, è un portachiavi dorato luccicante. La mamma di Khorshid appoggia il bicchiere sul tavolo, spezza il pane, ci mette sopra due cotolette, lo arrotola a mo’ di panino e me lo porge insieme al bicchiere di farina. Prendo il panino e il bicchiere. Esclama: «Buon appetito!».
Chiude la porta. Schiaccio il panino in tasca, mi assicuro il bicchiere sotto il braccio e, per quanto possibile, mi metto a correre. La farina nel bicchiere sballonzola tutta, e il vento un po’ se la porta via. Quando arrivo sulla soglia di casa il bicchiere è mezzo vuoto. La mamma me lo strappa bruscamente dalle mani e mi dà una tirata d’orecchi. Lancia un’occhiata alla chiazza di unto che il panino mi ha lasciato sulla tasca dei pantaloni e dice: «È per riempirti la pancia che ci è voluto così tanto?». Io la guardo. Molla la presa dall’orecchio. Vado a sedermi in un angolo. Aggiunge il bicchiere di farina al resto dell’impasto e con entrambe le mani ci dà dentro. Schiaccia la pasta con i pugni mentre il sudore le scorre dalla fronte e dagli occhi le lacrime. Guardo il ramo dell’albero, non c’è appeso niente. La mamma ha lasciato il sacchetto del pane secco sulla veranda. Butto il panino dall’altra parte del muro del cortile e infilo la mano unta nel sacchetto. Prendo un pezzetto e lo mordo. Scrocchia. Poi mi tiro su le maniche, mi lavo le mani e vado dalla mamma. Affondo le mani nell’impasto e l’aiuto a impastare. Mi guarda e sorride.

Bairro Alto, di Fabio Iuliano

Radici edizioni porta in libreria Oceans, di Fabio Iuliano: un racconto che sa di saudade e serendipity, di sale dei mari del Nord. Tre città e tre tempi, per illuminare con i riflettori lo spicchio di palco occupato da chi cerca di lasciarsi alle spalle le proprie cicatrici.

Cattedrale pubblica un estratto dell’incipit per gentile concessione dell’editore.

Bairro Alto
di Fabio Iuliano

Ci rivedremo in quel luogo dove le ruote del tempo si incrociano
Leiji Matsumoto

Lisbona, 7 gennaio 2019

“Do not feed the musicians”. Scritto in rosso, su un cartello bianco che finisce con una freccia orientata verso il percussionista. Dovrebbe chiamarsi César. Célia, l’altra metà del duo in acustico, ha messo il cappello a terra, tra l’ampli della Fender e l’asta del microfono. È rivolto verso l’alto, con piazzato dentro un biglietto: “Tip”.
“Do not feed the musicians” – non dare da mangiare ai musicisti – ma lascia pure un’offerta, se vuoi, non fiori, opere di bene, pensa Simone seduto davanti a una Sagres.
La birra scende molto meglio della musica: l’esecuzione di Redemption Song è stramba, più vicina alla versione ubriaca di Strummer che a quella di Marley. Simone avrebbe voglia di pescare le noccioline dai piattini sul bancone e giocare a fare centro col cappello delle mance.
L’interpretazione è tanto maldestra da farlo tornare con la mente alle jam sul palco dell’Uplands Tavern, ai tempi dei giovedì anonimi di Swansea, la città dove ha imparato davvero a suonare la chitarra.
Una borsa di studio da spendere per un corso universitario di specializzazione in Creative Music Technology. Un ingaggio garantito – sessanta sterline a serata per almeno un concerto a settimana – e un campus niente male, con bacheche su cui affiggere annunci di ripetizioni di pratica e solfeggio e alzare altri soldi per spese varie ed eventuali. Da un docente del Cymraeg Department si era fatto scrivere dei biglietti promozionali in gallese e guadagnava qualche ulteriore sterlina pubblicando articoli su testate musicali, cartacee e online.
Mesi a fare la spola tra le Uplands, il Taliesin Art Centre e la Main Library, per poter un giorno raccontare ai nipoti che il Galles valeva il prezzo del biglietto, al di là delle immancabili dosi di rugby, beer, sheep, hens e videoritratti di Catherine Zeta-Jones.
Aveva stretto una relazione con Christelle, una biondina còrsa della Ty Beck House, dottoranda in Economia. Si erano incontrati durante una festa di musica revival organizzata per degli studenti Erasmus che frequentavano l’ateneo. Era una di quelle serate nei pub che avevano raccolto l’eredità e le playlist dell’Hungry Bear, chiuso nel 2006, col dj che spaziava dai Bon Jovi a Boy George, da Livin’ on a Prayer a Karma Chameleon e poi in mezzo Edie Brickell con What I Am e le Spice Girls con Wannabe. A volte ti ritrovavi a ballare The Bad Touch dei Bloodhound Gang oppure le hit da donna-che-non-deve-chiederemai di Shania Twain. Quando il dj era particolarmente in forma, si arrivava a fine serata con Darude e la sua tempesta di sabbia.
C’era intesa fra Simone e Christelle. Si volevano bene, al punto da immaginarsi nella stessa casa, quando non nello stesso letto, almeno per i successivi vent’anni, mese più mese meno. Gli occhi chiari della ragazza, severi ma rassicuranti, lo cullavano in quella proiezione, regalandogli l’illusione di vivere nel migliore dei momenti possibili.
Fino a quella notte di giugno, quando arrivò lei a riempire tutto il vuoto che Simone neanche sapeva di avere dentro.
Dopo quella notte, il buio.
Sono già passati tre anni, ma è come se avesse albeggiato da non più di tre ore. Quella notte è rimasta impressa a fuoco nella sua anima, più bruciante delle manette che gli avevano stretto ai polsi a Parigi, vent’anni prima. Il riverbero di quegli strani mesi, che avevano fatto seguito agli attentati alle Twin Towers, avrebbe condizionato pensieri, reazioni e comportamenti di milioni di persone e aveva investito in pieno la psiche di un Simone poco più che ventenne.
Era stato fermato dalla Gendarmerie per aver gettato a terra una Harley Davidson parcheggiata davanti a una fermata della Metro, mentre cantava la Marsigliese a torso nudo. Così, senza alcun motivo apparente. Un muro di nebbia nella testa che si dissolveva in tre complesse di Carbolithium® da 300 milligrammi ciascuna o, in alternativa, in due compresse di Lithium Resilient™ a lento rilascio, ponendo un freno agli sbalzi di umore tipici del disturbo bipolare con il quale, dopo quel disastro, aveva giocoforza imparato a convivere, ça va sans dire.
“È acqua passata”, si è ripetuto negli anni, affidando quella storia di obiettivi, telecamere e trattamenti sanitari obbligatori all’Espace Maison Blanche alle pagine di un taccuino, che era passato nelle mani di un collega empatico e poi in quelle di un giovane editore tanto coraggioso da pubblicarla. Che strana sensazione veder scorrere la tua vita fra le dita di altri. È come specchiarsi nella parte concava di un cucchiaio in cui l’immagine appare capovolta sia in orizzontale sia in verticale.
L’episodio di Parigi è parte di un racconto da guardare ormai con occhi adulti. Un gioco fatto di regole prestabilite, senza molte possibilità di scelta.
“Acqua passata non macina più”, vorrebbe poter dire anche ora, davanti alla sua birra, ripensando a quella notte di tre anni fa che invece si sente ancora serpeggiare dentro indifeso come un bambino. Un gioco le cui regole sono da creare, da cui sarebbe bello poter tornare indietro. Ma non si può.
Ne è consapevole e si accontenta di passare da un pensiero al successivo con la stessa velocità con cui César e Célia switchano da Bob Marley alle note di Mr Jones dei Counting Crows.
Célia, portoghese – a volersi fidare del manifesto – ha un bell’American accent. Dicono che il vedere film in lingua originale possa fare la differenza.
“Non sarebbe male vivere da queste parti”, pensa Simone appoggiando sul tavolo i suoi sensi stanchi e mischiandoli con la ginjinha, un liquore a base di amarene che ha imparato ad apprezzare appena sbarcato all’aeroporto Portela. Alle 9 del mattino. Da quando Slash ha inciso quel suo It’s Five O’Clock Somewhere, è sempre più facile incontrare baristi capaci di trasformare in qualunque momento il bancone di un aeroporto in uno dei peggiori bar della città. Tanto da qualche parte del mondo saranno pure le cinque del pomeriggio.
La ginjinha lo trasporta con la mente a casa, perché è simile alla ratafià, un liquore dolce tipico della sua zona. Non sono poche le cose che Lisbona e L’Aquila hanno in comune. Sono unite dal legame con la terra e le sue sventure – hanno subìto terremoti che le hanno segnate e ridisegnate – ma anche dal baccalà, che nella città lusitana si cucina in mille modi e nel capoluogo abruzzese, invece, rappresenta da sempre la rara possibilità di mangiare pesce in montagna. Era stata sua zia Maria a spiegargli che il baccalà all’Aquila era un piatto tradizionale della festa grande e che arrivava dalla costa insieme alle aringhe. Si cucinava baccalà nelle ricorrenze e all’entrata della Quaresima.
Ma un fil rouge tra le due città si ritrova, per molti versi, nel carattere degli abitanti: chiuso in una iniziale diffidenza che si apre progressivamente e con genero sità. Persino il modo di parlare non è troppo diverso, specie nel suono delle “sh” e delle “nd”, tipico dell’entroterra abruzzese. Un dialetto che si ostenta in branco e che ci si sforza di attenuare mentre si flirta, stemperando una birra sfacciatamente tiepida con una citazione sfacciatamente aulica.
Simone, comunque, si è sempre considerato un montanaro atipico. Uno di quelli nati con la malinconia del mare lontano, delle notti scandite dalle onde e dagli accordi di un canzoniere. Notti umide sulla spiaggia. Le sagome delle barche dei pescatori all’alba, in lontananza. Una chitarra e una sfilza di Peroni vuote, allineate sui bordi di un pattino a riva. Nei mesi più freddi gli ha sempre attraversato le vene quella mancanza. La nostalgia delle vacanze estive. Sulla sabbia, del resto, aveva avuto anche la prima esperienza con una ragazza, poco più grande ma molto più esperta di lui.
Le sinapsi rimbalzano nella testa di Simone che, puntando i gomiti sul legno del bancone, osserva una vecchia bicicletta fissata al soffitto, da cui pende una quantità notevole di reggiseni di ogni misura e foggia. È una trovata dei gestori del bar: per le clienti disposte a sfilarsi il reggiseno e consegnarlo, tre shottini in omaggio!

L’ufficio delle correzioni storiche, di Danielle Evans

Dal 20 Ottobre, minimum fax porta in libreria L’ufficio delle correzioni storiche, di Danielle Evans, tradotto da Assunta Martinese.

Danielle Evans, tra le più acclamate giovani autrici statunitensi, si concentra su specifici momenti nelle vite dei suoi personaggi in cui sembra che un equilibrio fragilissimo sia sul punto di spezzarsi, finestre in grado di illuminare l’inestricabile intreccio di colpa, resistenza, vergogna, forza, cordoglio, potere e amore di cui si compone la storia americana. Sette toccanti racconti che ci costringono a confrontarci con i temi della razza, della cultura, e soprattutto della storia.

Cattedrale propone un estratto del racconto che da il titolo alla raccolta, per gentile concessione dell’editore.

L’ufficio delle correzioni storiche
di Danielle Evans

Il nostro ufficio era nascosto in fondo a un corridoio in uno dei labirintici edifici brutalisti della città. Non mi era mai dispiaciuta l’architettura imponente di Washington; quando ho capito che avrei dovuto trovarla brutta e non funzionale e accogliente ero ormai al college. Ma ero cresciuta in mezzo a quell’architettura, ero cresciuta idealizzando le persone che lavoravano in edifici come questo, e comunque ci tenevo sempre a precisare che la parola brutalismo non era nata da un giudizio estetico ma da «cemento grezzo» in francese. Da quando avevo iniziato a lavorare all’istituto avevo dovuto correggere già sette volte alcune affermazioni sull’etimologia del termine. Di solito queste piccole correzioni mi facevano sentire penosa e pedante, ma quella in particolare mi piaceva farla, mi piaceva immaginarci – non solo i miei colleghi in ufficio ma tutti i funzionari pubblici in città – come persone impegnate a creare qualcosa di solido col materiale grezzo che ci era stato dato, mi piaceva pensare che ci trovavamo nell’ambientazione giusta per svolgere il nostro lavoro.
Naturalmente, essendo un’agente operativa, è raro che io trascorra tutta la giornata in ufficio. Normalmente quella libertà mi sembrava un lusso, ma adesso era giugno – non ancora la parte peggiore dell’estate, ma faceva già così caldo che uscivo dai miei giri quotidiani imperlata di sudore ed ero in costante ricerca di pretesti per stare al chiuso. Certi giorni entravo in negozi pieni di souvenir kitsch e correggevo le date sbagliate solo per godermi l’aria condizionata. Alla fine di tutto, avrei ricordato quanto spesso mi ero annoiata all’inizio di quell’estate, quanto mi ero preoccupata che il nostro lavoro stesse diventando insignificante, quante volte mi ero chiesta se mi sarebbe capitato di nuovo nella vita di sentirmi parte di un’impresa rilevante.
L’Istituto per la Storia Pubblica mi aveva reclutata quando insegnavo storia alla George Washington University, e in origine il progetto aveva una visione grandiosa. Un’ambiziosa deputata neoeletta aveva chiesto dei fondi per mettere una persona laureata in storia in ogni distretto del paese, per contrastare quella che lei definiva «l’attuale crisi della verità». Fu presentato come un nuovo progetto occupazionale in ambito pubblico destinato alla classe intellettuale, visto che molti di noi ultimamente si erano ritrovati a fare gli autisti, consegnare la spesa e svolgere lavoretti su commissione per arrivare a fine mese. I nuovi posti di lavoro nel dipartimento governativo avrebbero messo a frutto quelle lauree e sarebbero stati relativamente ben pagati. La deputata immaginava una rete nazionale di storici e fact-checker, un cordiale esercito di cittadini devoti a rendere la verità talmente accessibile e allettante che sarebbe stato impossibile ignorarla. Eravamo partiti come istituto di ricerca, sotto la direzione della Library of Congress: una specie di National Institute of Health per far fronte a un altro tipo di emergenza sanitaria. Eravamo la soluzione a decenni di cattiva informazione e deliberata disinformazione. Il nostro compito era proteggere la memoria storica e non attaccare briga (Direttiva 1) o correggere le interpretazioni che le persone davano alle notizie di cronaca recenti (Direttiva 2).
L’energia postelettorale che ci aveva creati si era esaurita quasi immediatamente; l’ex deputata adesso faceva l’opinionista in televisione. All’istituto eravamo quaranta in tutto, venti dei quali di stanza a Washington. Ora che i parametri della nostra missione erano stati ridimensionati capitava spesso che la gente ci scambiasse per guide turistiche troppo zelanti o logorroici impiegati museali che si erano allontanati dalla casa base. Alcuni miei colleghi ci marciavano. Bill gironzolava attorno ai monumenti correggendo i turisti che avevano nozioni sbagliate, spesso limitandosi a leggere ad alta voce le targhe che avevano sotto gli occhi; Sophie raramente si allontanava dai giardini dello Smithsonian; Ed passava tutta la giornata in qualche birreria, ma ogni settimana presentava un verbale con l’elenco delle correzioni apportate, ed era talmente lunga e plausibile che nessuno avrebbe saputo dire se era un alcolizzato particolarmente funzionale o un talentuosissimo scrittore di dialoghi fittizi.
A quel punto lavoravo all’Istituto per la Storia Pubblica da quattro anni, e volevo prendere il mio incarico molto sul serio. Per evitare di scivolare nella routine, ogni mese mi assegnavo un quartiere diverso di Washington. A giugno ero a Capitol Hill, e poco dopo aver corretto un turista convinto che il Rayburn Building fosse intitolato a Gene Rayburn, mi resi conto che era ora di pranzo. La zona dove mi trovavo era piena di ristoranti i cui nomi erano giochi di parole che vendevano costosissimo comfort food da banconi cromati ostentatamente vintage; tutto mi appariva sinistro, e avevo appena optato per la pizza quando passai vicino a una pasticceria con la tenda rosa all’ingresso sulla quale in un corsivo arzigogolato che imitava la glassa c’era scritto: bella e tonda. Il nome era orrendo – voleva essere un doppio senso e io stentavo anche a capire il primo – ma era il compleanno di Daniel, e in vetrina notai un elaborato alberello di cupcake, con collinette rosse e dorate e color cioccolato. I cupcake erano una cosa leggera e offrivano la possibilità di scegliere, pensai, quindi entrai e passai in rassegna i gusti prima di decidere che i cupcake non andavano bene: portare un vassoio di cupcake gli avrebbe fatto pensare che ero una bambina incapace di decidere, oppure lo avrebbe portato a immaginare lo scenario opposto – una me in versione casalinga che entrava trionfante con un vassoio all’incontro scuola-famiglia, come se stessi aspettando che lui mi offrisse quel futuro. Avanzai lungo il bancone, oltre le torte nuziali e le riproduzioni iperrealistiche dei monumenti di Washington, e le torte a forma di scarpe e bottiglie di champagne e cartoni animati, cercando qualcosa di un po’ più discreto.
L’errore era così piccolo che la me di quattro anni prima lo avrebbe giudicato trascurabile. Su una delle torte c’era scritto juneteenth con la glassa rossa, circondata da fuochi d’artificio e stelle rosse bianche e blu. Il volantino appiccicato sul banco sopra la torta incoraggiava i clienti a ordinare per tempo una torta per la festa del Juneteenth: Il Quattro Luglio lo conosciamo tutti!, diceva il foglietto. Ma perché non iniziare a celebrare la libertà con qualche settimana di anticipo e festeggiare l’anniversario del Proclama di Emancipazione? Dillo con una torta! Una delle due ragazze dietro il banco era nera, ma intuivo che i proprietari non lo fossero. Il quartiere, i prezzi, la stucchevole musica acustica diffusa dalle casse lucide: conoscevo tutte le parole della canzone, ma ogni singolo dettaglio in quel posto dichiarava a chi fosse diretta. I miei ricordi della festa di Juneteenth a Washington erano i miei genitori che mi portavano a una grigliata in giardino a casa di amici, a mangiare budino alla banana e crostata di pesca e torta alla fragola fatta con il mix Jell-O; a nessuna di quelle grigliate avevo visto una torta di pasticceria da 75 dollari che aggiungendo un sovrapprezzo poteva essere realizzata a forma di borsa griffata. L’incipit del volantino – quel lo conosciamo tutti – non era rivolto a quelli che già festeggiavano il Juneteenth, ma ai capufficio che si sarebbero sentiti obbligati a non trascurare una festività afroamericana, o che semplicemente volevano una scusa per un dessert diverso.
«Mi scusi», dissi, con il dito ancora poggiato sul bancone sopra il volantino. La ragazza nera si voltò.
«Vuole quella?», chiese.
«No», dissi. «Ciao. Sono Cassie. Sono dell’Istituto per la Storia Pubblica».
La donna bianca si voltò, ma entrambe mi fissarono senza dare segno che quel nome dicesse loro qualcosa.
«Una sciocchezza», dissi. «Non diamo ordini né niente. Siamo un servizio pubblico. Come il 311! Ma ho pensato che magari vi è utile sapere che il volantino non è del tutto corretto. Il Proclama di Emancipazione è stato emesso nel settembre 1862. Il June­teenth è diventato la festa di tutti gli schiavi liberati e adesso si celebra a livello nazionale, ma in realtà commemora la data in cui gli schiavi del Texas appresero che erano liberi, a giugno 1865, dopo la fine della guerra civile».
«Uhm, ok», disse la donna bianca.
«Vi lascio un biglietto. Una piccola correzione».
Tirai fuori il nostro sticker ufficiale – con la costosa stampa di una foca sollevata su carta olografica; era facile farne delle imitazioni ironiche, ma quasi impossibile farne repliche accurate. Digitai la correzione nell’unico lusso futuristico concessoci dall’ufficio – la stampante portatile che avevano dato a tutti noi quando ci avevano assunti – e ci infilai lo sticker per stampare il testo. Apposi la data e la firma, staccai la pellicola e lo appiccicai al bancone accanto al volantino.
«Ecco», dissi. «Niente di che».
Sorrisi e guardai negli occhi entrambe le donne. Quando chiedevamo alle persone di dedicarci il loro tempo non dovevamo essere aggressivi – dovevamo correggere le informazioni sbagliate nel modo più rapido e gentile possibile (Direttiva 3) – ma dovevamo mostrarci disponibili a fornire ulteriori informazioni o a intrattenere una conversazione più lunga se qualcuno desiderava saperne di più (Direttiva 5). Dovevamo essere pronti a citare le fonti (Direttiva 7).
«Vuol comprare una torta?», mi chiese la ragazza nera. «O è venuta per il volantino?»
«Ah», dissi. «Sì. Sto uscendo con un ragazzo ed è il suo compleanno. Cercavo di decidere che torta prendere. Ma non lo so, forse sono meglio i cupcake? Lei cosa mi consiglia?»
«Signora, se va a casa di uno con una torta di compleanno e quello si lamenta allora mi sa che non ci esce più. A prescindere dalla torta».
«Ha ragione», dissi. «Mi dia quella».
Indicai una torta che si chiamava blackout. «Come un Oreo senza la crema», diceva la descrizione. Potevo dire a Daniel che gli avevo comprato la torta più nera che avevano. Le scatole erano rosa con elaborate scritte in oro; chiesi quella con la scritta bella e tonda. Avrei lasciato decidere a lui se fare la battuta sconcia o lamentarsi del fatto che negozi di proprietà dei bianchi facevano appropriazione culturale, o optare per il commento scontato sugli Oreo. Avrei tralasciato la parte in cui avevo fatto una correzione. Daniel era un giornalista, scettico sia per indole che per mestiere, e il mio lavoro gli sembrava – nella migliore delle ipotesi – sospetto.
Non era l’unico. Prima di andarmene dalla George Washington University per venire a lavorare all’istituto avevo una traiettoria in ascesa, ero stata fortunata. Potevo recitare a memoria il discorso di avvertimento che mi avevano fatto e che io avrei dovuto fare agli studenti più promettenti: se si voleva lavorare nel proprio campo bisognava essere pronti ad andare ovunque, a lasciare chiunque, e lavorare per stipendi ridicoli, e anche facendolo i posti a disposizione erano scarsi, e ancora più scarse le possibilità di essere scelti tra i mille dottorati che si candidavano. Ma io avevo ottenuto un contratto di quattro anni come visiting professor in un’università del Midwest, e dopo appena un anno mi avevano offerto un lavoro ben pagato che mi avrebbe avviata alla carriera accademica, un posto all’università non solo in una città importante, ma nella città dove ero nata. La Washington della mia infanzia non esisteva più, ovviamente, e se adesso molte parti della città mi sembravano familiari era solo perché cominciavo a dimenticare com’erano prima, ma restava l’unico posto in cui mi fossi mai sentita a casa. La serendipità di ottenere un posto accademico proprio lì rasentava la magia, in un mercato in cui essere «professori» quasi sempre significava tenere sette corsi in quattro campus diversi senza assicurazione medica e senza il minimo sindacale.
Quando partii sentii la mancanza dei miei studenti e dei miei colleghi, mi mancava lavorare ai manoscritti di cui nessuno mi chiedeva più niente – i miei anni di ricerca su Odetta Holmes ancora negli archivi. Mi mancava l’eterna preadolescenza delle feste universitarie e, lo ammetto, mi mancava il fatto di essere sulla vetta – l’intera impalcatura si stava sgretolando, ma io mi sentivo sulla vetta. Tuttavia, quando si era presentata l’opportunità di lavorare per l’Istituto per la Storia Pubblica, avevo mollato tutto per andare a fare qualcosa che, nell’immediato, mi sembrava più importante.
I miei genitori si erano beati nel dire a tutti che ero la professoressa Jacobs, docente universitaria di storia, e adesso non sapevano più cosa dire quando qualcuno chiedeva che lavoro facessi. Avevo provato a spiegargli che professore, perfino nella sua più rosea incarnazione, ormai significava sottostare anno dopo anno alla tirannia di valutazioni e tassi di iscrizione, significava tradurre le cose che amavi perché le amavi e alle quali davi valore perché avevano valore in aziendalese, per convincere gli amministratori che i tuoi studenti erano utili al mercato del lavoro. Significava sentirti dire che il problema eri tu, perché coccolavi troppo gli studenti, tu, la loro ultima possibilità di arrivare preparati a un mondo di squali, ma il problema eri tu anche quando gli studenti entravano in crisi, perché non avevi allertato immediatamente qualcuno del fatto che uno studente costituiva un rischio per se stesso, perché non avevi un piano pronto per mettere al sicuro la tua classe nel caso in cui uno studente si fosse presentato armato in un edificio vecchio di cinquant’anni dove le porte non si chiudevano più. Significava sentirti dire ogni anno con tono trionfante che la facoltà non era mai stata così inclusiva e poi qualche mese dopo, durante una cupa riunione, vederti consegnare un elenco di tutte le misure di autoregolamentazione che non era più il caso di lasciare al giudizio dei docenti e di tutti i parametri valutativi oggettivi che da quel momento in poi andavano osservati in modo più fiscale. Significava ricevere consigli benintenzionati da colleghi più anziani che si rifiutavano di ammettere che l’istituzione alla quale avevano consacrato la loro vita non esisteva più per come l’avevano conosciuta, e sentirti dire da colleghi più precari che eri stata fortunata e non avevi di che lamentarti.
Era stato difficile convincere la gente, perfino i miei colleghi all’isp che erano stati reclutati tra le schiere di disoccupati con un dottorato – che davvero avevo scelto io di andarmene. Il modo migliore in cui riuscivo a spiegarlo era che amavo il mio lavoro e stavo male a vederlo sparire.

© Danielle Evans, 2020 Published by arrangement with The Italian Literary Agency and Ayesha Pande Literary 
© minimum fax, 2023 
Tutti i diritti riservati

Invocazione, un racconto di Alfredo Zucchi

Edicola Edizioni porta in libreria Demolition job. Lettere all’usurpatore di Alfredo Zucchi. Cinque racconti che partono dall’evidenza della deflagrazione per restituire un’inattesa utopia della costruzione.
Alternando lo sviluppo dell’azione, spesso sospesa e decontestualizzata, alla riflessione teorica, Alfredo Zucchi sceglie la strada dell’accumulazione e dell’esplosione formale per affrontare temi come l’autorità e la morte, il desiderio e l’amore, il sogno e il linguaggio.

Cattedrale vi propone uno dei racconti contenuto nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.


INVOCAZIONE
di Alfredo Zucchi

Tornare ogni volta è stupendo, è rimasto tutto uguale: le pozze sul basalto tra i vicoli sanno di pesce vivo, c’è un’aria salata che viene da est e sembra di stare in un grembo acquatico appena sguainato, apri gli occhi e le cose non sono ancora putrefatte. Per strada la gente saluta e spinge, ti assalta, saltella, sputa per terra e sorride. Voglio andare al mercato coperto in zona porto, dove andavo sempre, chi sa se c’è ancora – c’è un odore di cose ammontonate appena morte e non capisci se hai fame o vuoi scopare: è il mare nostro affollato di corpi, anime e piante, cozze, polpi e bagnanti, e chi va per strada sogna il deliquio perché chi vive vuole morire godendo.
Per strada la gente saluta e spinge, ti assalta, saltella, sputa per terra e sorride. Voglio andare al mercato coperto in zona porto, dove andavo sempre, chi sa se c’è ancora – c’è un odore di cose ammontonate appena morte e non capisci se hai fame o vuoi scopare: è il mare nostro affollato di corpi, anime e piante, cozze, polpi e bagnanti, e chi va per strada sogna il deliquio perché chi vive vuole morire godendo.

C’è un affare nel mezzo, in piazza, un palco e uno schermo, qualcuno si sgola in piedi per avere l’attenzione dei passanti ma questi s’infilano a imbuto nel mercato coperto a due passi, guardano il tizio che grida e ridono e lui finge una delusione lacerante. Chi sa se dentro c’è ancora il banchetto del baccalà con la bionda che sciacqua, dissala e sviscera come Diana nel bosco dei pesci.
Mi imbuco a spallate, è un festivo e la gente si riversa dentro come al bordello – ogni corpo dice “ho fame” e io pure rispondo che ho fame e voglio scopare. Ma è rimasto tutto uguale: il metallo a vista sul soffitto, le vetrate, i rivoli a terra – sale e acqua, sangue, acqua e visceri – che scorrono come il tappeto rosso delle occasioni uniche. Ogni volta è la prima e l’ultima, l’unica, questo ormai l’ho imparato.
Scorgo, infine, in un angolo, il più remoto del mio sguardo, il banchetto e la donna. L’ultima volta era proprio lì, vicino ai crostacei? Non mi risulta. Non mi scompongo: mi avvicino e incrocio i suoi occhi, sorridiamo insieme. Mi fa cenno con la testa, con le braccia e le mani eterne, dice “un momento e sono tua” e io uguale col capo le dico che il tempo è una pozza di visceri e pinne smembrate. Fisso l’animale morto disposto in vaschette diverse secondo i tagli e i gradi di salatura – io voglio i pezzi alti e spessi, non ho mai voluto altro.

Poi la bionda ritorna, lo sguardo ostile. Qualcosa è andato storto. Mi chiedo se la mia postura ha tradito l’urgenza, se la mia voce ha infranto un codice ignoto – forse un codice nuovo, o uno che ho dimenticato, dopotutto torno solo due volte l’anno, sono uno straniero. Diana si avvicina al banco, senza degnarmi dello sguardo chiede chi è il prossimo.
Io alzo la mano, il braccio teso, mi sembra di toccare il soffitto con un indice che non mi appartiene – alzo la voce e chiedo quattro pezzi alti, i più alti e spessi che esistono. Lei mi fissa, sorride e si volta di lato, dove un altro richiama la sua attenzione. C’era prima il signore. Le guardo le mani: non è vero, rancida vecchia – se una volta sono stato tuo, ora non lo sono, non so più di chi sono. L’uomo dietro di me ha la voce calda, ordina tre pezzi alti e due alette per il fritto – è il momento, mi dico: come la massa liquida a un passo dal foro del tubo striminzito da cui esploderà, è qui che il dramma ha propriamente inizio. Prendo a insultarlo strillando nella lingua che è stata la mia (ricordo dal fondo del tubo infinite varianti della bestemmia che riempie la bocca), lo aggredisco fissando la bionda che mi ride in faccia – così, mi dico, solenne ma incerto, vendicatore delle occasioni uniche, così io privo te, usurpatore dei pezzi alti, del mio sguardo, e me ne riapproprio; e privo te, bionda dei pesci morti, del mio impeto, e lo disperdo nel tubo del tempo.

Infine mi volto. Esaurita la catena del dubbio, i rivoli d’acqua e visceri per terra si prendono il naso e lo stomaco. Ora affoga, dico mentre mi sgonfio, regredisci al brodo dei primordi, anche tu come tutti. La tua bocca sia la fonte putrefatta, la sorgente morta. Mi volto infine e lo fisso, senza impeto, lo guardo in faccia e quell’uomo, l’usurpatore, sono io.

Olga, di Alice Sivo

Racconti Edizioni porta in libreria ‘Mangime in compresse per pesci tropicali’, di Alice Sivo. Uno strano libro-acquario in cui tutti i personaggi nuotano come pesci dentro la stessa acqua, incrociando le proprie traiettorie oppure mancandosi di qualche pagina.

Cattedrale vi propone uno dei testi contenuti nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Olga
di Alice Sivo

Sono fortunata perché nella mia vita ho avuto sempre delle storie d’amore favolose, romantiche e appassionate, anche se spesso sono finite in modo tragico. Ma amare vuol dire anche soffrire, l’ho letto una volta nei cioccolatini.
Il primo è stato Leo ed ero poco più che una bambina. Facevamo insieme delle lunghe passeggiate. Anche se di solito i bambini a quell’età non vanno in giro da soli, i miei erano tranquilli a lasciarci uscire insieme, si fidavano di Leo e io con lui mi sentivo sempre al sicuro, protetta. Facevamo cose così semplici eppure così speciali: restavamo ipnotizzati davanti alle vetrine dei negozi e ci piaceva rotolare sul prato e abbracciarci, rincorrerci e poi accoccolarci vicini a leggere l’ultimo numero di Topolino. Non litigavamo mai e le mie amiche che ancora non avevano nemmeno dato il primo bacio erano molto gelose di noi. Gli scrivevo spesso dei bigliettini d’amore decorati con i brillantini e anche se non mi rispondeva mai capivo che provava per me le stesse identiche cose. Quando i miei mi hanno dato la notizia che Leo era morto sul colpo investito da un pirata della strada ho pensato che avrei preferito che fossero morti loro al posto suo e mi sono rinchiusa a piangere nella mia cameretta tutta rosa senza mangiare per due giorni e senza andare a scuola per una settimana.
Poi la vita va avanti e i dolori si superano. Ecco un’altra verità, che non ho letto nei cioccolatini ma che ho vissuto direttamente sulla mia pelle. Ero un po’ più grandicella e all’improvviso mi sono sentita pronta per una nuova storia e proprio allora è comparso Bobo. Era così possente, aveva quel nome così rude, il nostro è stato un classico colpo di fulmine. Me lo ricordo bene, all’uscita della parrocchia, era già buio e lui era lì, appoggiato a un albero, e sembrava proprio che mi aspettasse da tutta la vita. I nostri sguardi si sono incrociati, ci siamo scambiati un segnale d’intesa, mi sono avvicinata senza dire una parola, mi ha preso in modo selvaggio ed è stato subito mio e io sua, avvinghiati vicino a un cespuglio, senza pensare che qualcuno potesse vederci e giudicarci. Quando l’ho portato a casa i miei non hanno potuto fare altro che accettarlo, anche se ai loro occhi aveva un’aria poco raccomandabile. A volte effettivamente era un po’ aggressivo e quando eravamo da soli, chiusi in cameretta, mi saltava addosso all’improvviso senza dolcezze e preliminari, ma io sapevo come calmarlo e renderlo di nuovo docile e gentile. Nascondevo i lividi e i graffi con un doppio strato di fondotinta della trousse a forma di orso che i miei mi avevano regalato a Natale. A Bobo piaceva molto guardarmi mentre mi truccavo, era uno dei nostri tanti riti d’amore. Un giorno però ha deciso di andarsene via, senza neanche un saluto o una spiegazione. L’unico messaggio che mi ha lasciato è stato la trousse dei trucchi frantumata sul pavimento della cameretta. L’ho cercato per giorni, dappertutto, ho fatto stampare dei fogli con la sua foto, i dettagli sulla scomparsa e la promessa di una ricompensa e li ho attaccati a ogni palo e su tutti i muri dell’universo. Ma non è servito a niente. L’ho odiato tanto per avermi abbandonato in questo modo ma poi quel sentimento è passato e ancora oggi continuo a ricordare con piacere tutti i bei momenti passati insieme. E poi se non se ne fosse andato Bobo non sarebbe mai arrivato quel diavoletto di Tony. Che peperino era.
Ha portato in casa una ventata di allegria e buonumore. Anche i miei si sono dovuti arrendere alla sua simpatia. Era così giocherellone e ci faceva tanto ridere con le sue espressioni buffe e quando si esibiva nei suoi spettacolini con la palla. E in cameretta mi ha fatto godere più di ogni altro. Poi gli è venuto un brutto male e ci ha lasciati nel giro di un mese. Aveva solo sette anni.
Con Bernardo sto vivendo una storia matura, fatta di affetto, di piccole gioie quotidiane, di diritti e doveri reciproci. Ci facciamo compagnia, ci supportiamo a vicenda, lui mi fa tornare il buonumore quando sono triste, mi basta una semplice leccata, io lo porto a spasso tutti i giorni e gli faccio fare i bisogni. Poi li lascio lì, sul marciapiede, ai piedi degli alberi, sulle scale della chiesa, vicino alle ruote dei motorini, perché mi sembrerebbe di offenderlo e umiliarlo raccogliendoli. Non l’ho mai fatto con i bisogni di nessuno, ho avuto sempre il massimo rispetto per i miei cuccioli orgogliosi.

Ultimamente la notte sogno il nostro matrimonio, in una deliziosa chiesetta di campagna, io con un bellissimo abito bianco, scollato, con il corpetto di pizzo e vere perle e lo strascico lungo e leggero che una specie di magia fa rimanere sospeso a un centimetro da terra, per non impolverarsi e sporcarsi, Bernardo elegantissimo in un completo blu classico e insieme moderno. Io sono radiosa e lui è affascinante, siamo in estasi e non ci importa se gli invitati non sono venuti. C’è soltanto Giuseppe, che ho conosciuto ai giardini e anche se ha solo nove anni gli dico sempre che è il mio migliore amico. Non ci sono neanche i miei, che nel frattempo sono morti, anche nei miei sogni. Ci basta don Giorgio, che mi infila la fede e mi porge un costosissimo collare d’oro bianco che io metto delicatamente intorno al collo morbido e peloso di Bernie. Non mi importa dei figli e della predica sull’unione casta e feconda che ha fatto don Giorgio. Tanto Bernie per me è tutto: compagno, amico, amante, padre e figlio.

Foto di Dario Fatello

La pentolaccia, un racconto di Giovanni Verga

La pentolaccia
di Giovanni Verga

(tratto da Vita dai campi, 1880)

Adesso viene la volta di «Pentolaccia» ch'è un bell'originale anche lui, e ci fa la sua figura fra tante bestie che sono alla fiera, e ognuno passando gli dice la sua. Lui quel nomaccio se lo meritava proprio, ché aveva la pentola piena tutti i giorni, prima Dio e sua moglie, e mangiava e beveva alla barba di compare don Liborio, meglio di un re di corona.
Uno che non abbia mai avuto il viziaccio della gelosia, e ha chinato sempre il capo in santa pace, che Santo Isidoro ce ne scampi e liberi, se gli salta poi il ghiribizzo di fare il matto, la galera gli sta bene.
Aveva voluto sposare la Venera per forza, sebbene non ci avesse né re né regno, e anche lui dovesse far capitale sulle sue braccia, per buscarsi il pane. Inutile sua madre, poveretta, gli dicesse: - Lascia star la Venera, che non fa per te; porta la mantellina a mezza testa, e fa vedere il piede quando va per la strada -. I vecchi ne sanno più di noi, e bisogna ascoltarli, pel nostro meglio.
Ma lui ci aveva sempre pel capo quella scarpetta e quegli occhi ladri che cercano il marito fuori della mantellina: perciò se la prese senza volere udir altro, e la madre uscì di casa, dopo trent'anni che c'era stata, perché suocera e nuora insieme ci stanno proprio come cani e gatti. La nuora, con quel suo bocchino melato, tanto disse e tanto fece, che la povera vecchia brontolona dovette lasciarle il campo libero, e andarsene a morire in un tugurio; fra marito e moglie erano anche liti e questioni, ogni volta che doveva pagarsi la mesata di quel tugurio. Quando infine la povera vecchia finì di penare, e lui corse al sentire che le avevano portato il viatico, non poté riceverne la benedizione, né cavare l'ultima parola di bocca alla moribonda, la quale aveva già le labbra incollate dalla morte, e il viso disfatto, nell'angolo della casuccia dove cominciava a farsi scuro, e aveva vivi solamente gli occhi, coi quali pareva che volesse dirgli tante cose. - Eh?... Eh?... -
Chi non rispetta i genitori fa il suo malanno e la brutta fine.
La povera vecchia morì col rammarico della mala riuscita che aveva fatto la moglie di suo figlio; e Dio le aveva accordato la grazia di andarsene da questo mondo, portandosi al mondo di là tutto quello che ci aveva nello stomaco contro la nuora, che sapeva come gli avrebbe fatto piangere il cuore, al figliuolo. Appena Venera era rimasta padrona della casa, colla briglia sul collo, ne aveva fatte tante e poi tante, che la gente ormai non chiamava altrimenti suo marito che con quel nomaccio, e quando arrivava a sentirlo anche lui, e si avventurava a lagnarsene colla moglie - Tu che ci credi? - gli diceva lei. E basta. Lui allora contento come una pasqua.
Era fatto così, poveretto, e sin qui non faceva male a nessuno. Se gliel'avessero fatta vedere coi suoi occhi, avrebbe detto che non era vero, grazia di Santa Lucia benedetta. A che giovava guastarsi il sangue? C'era la pace, la provvidenza in casa, la salute per giunta, ché compare don Liborio era anche medico; che si voleva d'altro, santo Iddio?
Con don Liborio facevano ogni cosa in comune: tenevano una chiusa a mezzeria, ci avevano una trentina di pecore, prendevano insieme dei pascoli in affitto, e don Liborio dava la sua parola in garanzia, quando si andava dinanzi al notaio. «Pentolaccia» gli portava le prime fave e i primi piselli, gli spaccava la legna per la cucina, gli pigiava l'uva nel palmento; a lui in cambio non gli mancava nulla, né il grano nel graticcio, né il vino nella botte, né l'olio nell'orciuolo; sua moglie bianca e rossa come una mela, sfoggiava scarpe nuove e fazzoletti di seta, don Liborio non si faceva pagar le sue visite, e gli aveva battezzato anche un bambino. Insomma facevano una casa sola, ed ei chiamava don Liborio «signor compare» e lavorava con coscienza. Su tal riguardo non gli si poteva dir nulla a «Pentolaccia». Badava a far prosperare la società col «signor compare» il quale perciò ci aveva il suo vantaggio anche lui, ed erano contenti tutti.
Ora avvenne che questa pace degli angeli si mutò in una casa del diavolo tutt'a un tratto, in un giorno solo, in un momento, come gli altri contadini che lavoravano nel maggese, mentre chiacchieravano all'ombra, nell'ora del vespero, vennero per caso a leggergli la vita, a lui e a sua moglie, senza accorgersi che «Pentolaccia» s'era buttato a dormire dietro la siepe, e nessuno l'aveva visto. - Per questo si suol dire «quando mangi, chiudi l'uscio, e quando parli, guardati d'attorno».
Stavolta parve proprio che il diavolo andasse a stuzzicare «Pentolaccia» il quale dormiva, e gli soffiasse nell'orecchio gl'improperii che dicevano di lui, e glieli ficcasse nell'anima come un chiodo. - E quel becco di «Pentolaccia»! - dicevano, - che si rosica mezzo don Liborio! - e ci mangia e ci beve nel brago! - e c'ingrassa come un maiale! -
Che avvenne? Che gli passò pel capo a «Pentolaccia»? Si rizzò a un tratto senza dir nulla, e prese a correre verso il paese come se l'avesse morso la tarantola, senza vederci più degli occhi, che fin l'erba e si sassi gli sembravano rossi al pari del sangue. Sulla porta di casa sua incontrò don Liborio, il quale se ne andava tranquillamente, facendosi vento col cappello di paglia. - Sentite, «signor compare», - gli disse - se vi vedo un'altra volta in casa mia, com'è vero Dio, vi faccio la festa! -
Don Liborio lo guardò negli occhi, quasi parlasse turco, e gli parve che gli avesse dato volta al cervello, con quel caldo, perché davvero non si poteva immaginare che a «Pentolaccia» saltasse in mente da un momento all'altro di esser geloso, dopo tanto tempo che aveva chiuso gli occhi, ed era la miglior pasta d'uomo e di marito che fosse al mondo.
- Che avete oggi, compare? - gli disse.
- Ho, che se vi vedo un'altra volta in casa mia, com'è vero Dio, vi faccio la festa! -
Don Liborio si strinse nelle spalle e se ne andò ridendo. Lui entrò in casa tutto stralunato, e ripeté alla moglie:
- Se vedo qui un'altra volta il «signor compare» com'è vero Dio, gli faccio la festa! -
Venera si cacciò i pugni sui fianchi, e cominciò a sgridarlo e a dirgli degli improperi. Ei si ostinava a dire sempre di sì col capo, addossato alla parete, come un bue che ha la mosca, e non vuol sentir ragione. I bambini strillavano al veder quella novità. La moglie infine prese la stanga, e lo cacciò fuori dell'uscio per levarselo dinanzi, dicendogli che in casa sua era padrona di fare quello che le pareva e piaceva.
«Pentolaccia» non poteva più lavorare nel maggese, pensava sempre a una cosa, ed aveva una faccia di basilisco che nessuno gli conosceva. Prima d'imbrunire, ed era sabato, piantò la zappa nel solco, e se ne andò senza farsi saldare il conto della settimana. Sua moglie, vedendoselo arrivare senza denari, e per giunta due ore prima del consueto, tornò di nuovo a strapazzarlo, e voleva mandarlo in piazza, a comprarle delle acciughe salate, che si sentiva una spina nella gola. Ma ei non volle muoversi di lì, tenendosi la bambina fra le gambe, che, poveretta, non osava muoversi, e piagnucolava, per la paura che il babbo le faceva con quella faccia. Venera quella sera aveva un diavolo per cappello, e la gallina nera, appollaiata sulla scala, non finiva di chiocciare, come quando deve accadere una disgrazia.
Don Liborio soleva venire dopo le sue visite, prima d'andare al caffè, a far la sua partita di tresette; e quella sera Venera diceva che voleva farsi tastare il polso, perché tutto il giorno si era sentita la febbre, per quel male che ci aveva nella gola. «Pentolaccia» lui, stava zitto, e non si muoveva dal suo posto. Ma come si udì per la stradicciuola tranquilla il passo lento del dottore che se ne venìa adagio adagio, un po' stanco delle visite, soffiando pel caldo, e facendosi vento col cappello di paglia, «Pentolaccia» andò a prender la stanga colla quale sua moglie lo scacciava fuori di casa, quando egli era di troppo, e si appostò dietro l'uscio. Per disgrazia Venera non se ne accorse, giacché in quel momento era andata in cucina a mettere una bracciata di legna sotto la caldaia che bolliva. Appena don Liborio mise il piede nella stanza, suo compare levò la stanga, e gli lasciò cadere fra capo e collo tal colpo, che l'ammazzò come un bue, senza bisogno di medico, né di speziale.
Così fu che «Pentolaccia» andò a finire in galera.

Ragazza/serpente, di Lucrezia Pei e Ornella Soncini

Pidgin edizioni porta in libreria Cloris, storie per i tarocchi a cura di Vargas. Undici autori si cimentano nella scrittura di novelle basate sui primi undici arcani maggiori, dando un’interpretazione personale ai significati che si celano in ciascuna carta, per rendere concreto e disturbante l’esoterico calandolo in una realtà quotidiana e palpabile.

Cattedrale vi propone l’estratto di uno dei racconti, per gentile concessione dell’editore.

Estratto da

Ragazza/serpente

di Lucrezia Pei e Ornella Soncini

 

Sopraterra non c’è nemmeno un piccolo ricordo di voi.
Vi hanno fatto scivolare nel buio ancora caldi di vostra madre. Lo Stomaco ha pareti di cemento nudo e neon che si accendono e spengono da soli; una stanza con letti vicini e un’altra più grande con un tavolo per studiare e consumare i pasti; una piccola cucina e un bagno ancora più piccolo; un corridoio stretto con una scala che sale fino a una botola. La botola porta al vostro giardino.
Sopraterra ci sono il prato e le nuvole e tutto quello che sta sulla terra e nel cielo. Attorno al giardino corre senza uscita un alto steccato bianco e appuntito, come un serpente che si morde la coda; dagli spazi sottili tra le tavole intravedete una villa con tetto e muri chiari, una fila di colonne sul davanti e tante finestre sempre chiuse su cui si specchiano le nuvole.

*

All’inizio vi porta sopraterra la Vecchia che vive con voi nello Stomaco. Ha i capelli scuri e ricci dei tuoi fratelli e la pelle sfiorita. Non vi sgrida e non vi carezza mai, vi ha spiegato lei che vostro padre avrebbe potuto uccidervi e invece vi ha lasciato vivere; che oltre lo steccato avete anche una madre, vivono insieme nella villa bianca. Avvicinarvi a loro non vi è permesso «e se provate a uscire vi ucciderà».
A volte ti arrampichi sull’alto tiglio che sta proprio in mezzo al giardino. Chiami tua sorella: «Prima, sali!», ma lei rimane seduta sul vostro prato di dicondra. Tu ti avvoltoli sui rami come fanno i serpenti, il sole ti riempie la pancia come dopo una bella mangiata.
Anche da lassù non guardi mai la villa, nemmeno quando il vento porta una voce di donna che urla.

*

Se chiudi gli occhi stretti stretti sei capace di far crescere le foglie della dicondra, allungare e intrecciare gli steli nelle forme che preferisci; col tempo crei ogni specie di animali con l’erba, ti basta solo ricordare quelli che vi mostra il computer quando vi insegna le cose del mondo.
Indichi alla Vecchia le tue creature.
«Sei brava» ti dice, «ma non dovresti farti vederti».
Dopo, stai sempre attenta a disfarle prima di tornare sottoterra.

*

Quando a Prima comincia a crescere il petto, la Vecchia vi dice: «Ormai badateci voi agli altri fratelli» e una notte se ne va da sottoterra. A Prima sono spuntati come due capolini di margherita sotto la maglia, li trovi buffi.
Ora che siete da soli salite in giardino ogni volta che vi va.
Presto arriva un nuovo fratello allo Stomaco, ancora sporco di sangue e di cera come gli altri due. È Prima a pulire Quinto, a dargli il latte intiepidito sul pentolino. Fate a turno per nutrirlo e cambiarlo, ma senza la Vecchia a tenerla in riga tua sorella smette presto di fare il suo dovere e resti solo tu a stargli dietro.
Prima preferisce starsene per conto suo in cucina o a studiare al computer. Sei tu a correre da Quinto non appena piange, è da te che vengono Terza e Quarto quando si fanno male e hanno fame di cibo e risposte. 
Diventi una madre prima ancora di avere il tuo sangue.

*

Addormenti Quinto al suono della tua voce perché impari in fretta a ripetere ciò che dici: la sua prima parola è il tuo nome. Quando è abbastanza grande, gli insegni a salire i gradini fino alla botola come hai fatto con Terza e Quarto. Nel giardino i tuoi fratelli ti corrono dietro come uccellini coi becchi spalancati, vogliono giocare con le tue creature. Ti piace farti pregare, ma a volte ti stanchi dei loro capricci. Non ti è permesso picchiarli, così tiri orecchie e capelli fino a che non imparano a ubbidirti.
Terza ti segue ovunque e resta a fissare con gli occhi rotondi le tue creature, non ti lascia in pace finché insieme non immaginate pavoni con enormi code di foglie brillanti. È il suo animale preferito, dice che è bellissimo. Da quando la Vecchia se n’è andata, appena si spengono i neon viene a infilarsi sotto le tue coperte anche se state diventando troppo alte per dormire insieme. I suoi capelli odorano di vento, di temporali in arrivo. Se le dici di tornare nel suo letto, senti rumoreggiare di rabbia le nuvole e piangere di pioggia sulla botola chiusa.

*

Un mattino ai piedi della scala trovate una scatola e un biglietto: Giocate.
Dentro c’è un globo di metallo, più liscio di un uovo e pesantissimo tra le mani. Lo appoggi sul suo piedistallo trasparente, sopra il tavolo della grande stanza; il globo si alza a mezz’aria, il metallo si cambia in acque profonde, emergono lembi di terra nuda e bianchi vapori grumosi come nuvole sfilacciate.
I tuoi fratelli guardano te e tu guardi Prima: «Sembra un mondo. Ma senza niente, appena nato» dice alzando per un momento gli occhi dal computer.
Voi restate a fissarlo mentre ruota su se stesso. Quarto è il primo ad allungare una mano, con un dito oltrepassa le nuvole e fa increspare il pelo dell’acqua fino a sollevare un’onda che annega i vicini continenti di terra brulla.
Quel giorno non salite in giardino. Restate attorno al tavolo anche quando i neon si spengono, finché non capite come si gioca, finché non vi si chiudono gli occhi.

*

Conservi il globo sul ripiano più alto della grande stanza, ruota placido mentre fate lezione.
«Secondaaa» si lamenta Quarto allungando l’ultima vocale, «a che serve che studiamo? Facci giocare!»
Gli dici quello che la Vecchia ha detto a te e Prima: perché lo vuole vostra madre. Quarto sbuffa e Terza gli ride dietro.
Non sai perché a vostra madre importi e nemmeno perché, da quando non salite più tutti insieme in giardino, certe volte la tua pancia si stringe fino a farti male. I tuoi fratelli non ti chiedono più di giocare con le tue creature. Ti viene da piangere, ma tu non sai far lacrimare il cielo come Terza e così non se ne accorge nessuno.

*

La terra brulla si corruga in montagne e si liscia in pianure, si riga di fiumi e si concava in laghi, si ricopre di distese di sabbia, ghiaccio e verde fitto che nascondono il sottoterra. 
Continuate a giocare anche quando Prima vi dice che ormai siete grandi e non dovete litigare per una palla.
La notte che l’Estraneo entra nello Stomaco, si è messa tra le mani inferocite di Quarto e Quinto che non nega di aver barato, non riesci a vedere chi di loro fa cadere il globo a terra. Vi voltate tutti insieme come le tante teste di una sola bestia e lo seguite ruzzolare via liscio come appena fuori dalla scatola, fino a un paio di scarpe grandi in una pozza d’acqua.
Alzate gli occhi sull’Estraneo. Ha gli abiti gocciolanti e due occhi chiarissimi che sembrano i tuoi, riesci a vederli sotto il cappuccio per un attimo, appena prima che i neon si spengano e tutto diventi buio.
Senti un odore, come di temporale.

*

L’Estraneo si arrampica per primo, vi tende il braccio dall’entrata della botola.
«Sono venuto per liberarvi» vi ha detto prima ancora del suo nome e che è anche lui vostro fratello. Vi issa fuori uno a uno sul prato fradicio, come se non vi riuscisse di farlo da soli. Fulmini illuminano la sua barba e la macchina nera che aspetta oltre lo steccato, il maltempo ha sradicato alcune assi, sembra una bocca sdentata. Al volante c’è una donna giovane, vi dice qualche parola che perdi tra lo scroscio della pioggia.
Vi stringete tremanti sulle due file di sedili di dietro, Quarto strofina una guancia contro il tuo petto appuntito dal freddo mentre intrecci le dita scivolose con quelle di Quinto e sfiori i capelli zuppi di Terza; sta guardando corrugata la nuca lanosa dell’Estraneo, seduto davanti a voi, vicino a Prima.
La villa con le colonne bianche rimane buia, correte via su ruote veloci.

*

Jazz café, di Raffaele Simone

La Nave di Teseo porta in libreria Jazz café, di Raffaele Simone. Una raccolta in cui si dà vita a una serie di personaggi che hanno, malgrado la diversità dei loro destini, qualcosa in comune: la ricerca inesausta di quella scheggia di felicità e di giustizia forse concessa agli umani.
Una serie di storie che avanzano senza respiro, sospinte da un vibrante intreccio di tonalità, animate da personaggi stranianti e irresistibilmente comici e da una fitta rete di evocazioni letterarie. Sullo sfondo, grandi città inquiete, potenti notturni, vaste marine, movimenti di folle, inattesi impromptus musicali, improvvise irruzioni di versi.

Cattedrale vi propone l’estratto di uno dei racconti, per gentile concessione dell’editore.



SANTO SUBITO
di Raffaele Simone





1.

Gimmy gettò lo sguardo in strada e restò senza parole: i giorni precedenti la folla era stata fitta, certo, ma non stipata e ribollente come ora. Già alle sei di mattina un tappeto di capoccette formicolanti ricopriva Borgo Pio, folto al punto che dalla finestra non si vedeva più il suolo negli interstizi tra una persona e l’altra. Quella massa di teste, migliaia e migliaia di persone, avanzava frusciante e molle come non avesse nessuna spinta alle spalle.
Gimmy (in realtà si chiamava Girolamo) Marcatajo era inquieto: “E mo’ che succederà?” si chiese. Erano tre giorni che la zona dei borghi era invasa da quell’immensa folla tenuta insieme da un collante tenace, una massa che non si scioglieva neanche all’ora di dormire: di giorno si amalgamavano in quella fila pastosa e invadente, di notte dopo aver mangiato e buttato ordinatamente i resti ai bordi delle strade ciascuno si sdraiava su un giaciglio di fortuna, fosse pure un sacco a pelo tirato fuori dagli zaini, cantando qualche canzone delle loro, con invocazioni a Dio, santi e madonne, e dormendo poi à la belle étoile come nel più accurato degli alberghi. Erano di tutte le età, mischiati senza conflitto apparente, infaticabili: giovani, adulti, anziani, qualche vecchio vero, e un’infinità di bambinetti che stavano accanto o in braccio ai genitori senza mandare un gemito di protesta.
“Forse i bambini dei credenti non rompono,” pensò Gimmy, “Dio li rende più buoni…” Ma i loro bisogni ce l’avevano lo stesso, grandi e piccoli, benché avessero contatti diretti con Dio. Le centinaia di bagni da campo che la protezione civile aveva montato alla svelta in tutto il quartiere bastavano appena alla bisogna catabolica di quella massa sterminata: molti, donne e uomini, la pipì la facevano negli angoli, castamente, facendosi cioè attorniare da due o tre amici in modo che non si vedesse niente, e persino il resto, benché di produzione più laboriosa e schiva, era stato in più punti depositato per la strada alla meglio, Dio sa con quale riservatezza. Gli spazzini esitavano a infilarsi in mezzo a quella sterpaia di umani, la zona mandava in più punti un odore dolce di orina e lo scroscio di migliaia di bottiglie di plastica pestate da milioni di piedi.
Per fortuna l’aprile non era crudele e proteggeva sotto una sfera di sereno quel popolo di illuminati, che erano pronti a dormire all’aperto pur di arrivare a tempo per veder da vicino il papa morto. La gente dei borghi invece bofonchiava sorda: “Cce mancava puro ’sto funerale! Mo’ so’ cazzi amari so’!” Arduo uscire di casa e soprattutto ritornarci, telefoni e telefonini bloccati a intermittenza per il traffico fuori misura, poca acqua nei rubinetti, impossibile far la spesa o ricevere gente, impensabile gettare l’immondizia che da giorni restava a marcire in casa, la circolazione deviata o interdetta. I commercianti, che vendevano a prezzo quadruplo immaginette del papa e altre cianfrusaglie e che insieme alle fotografie spacciavano di nascosto anche bottigliette d’acqua minerale e d’aranciata a prezzi da mercato nero, si lamentavano come al solito, ma per finta: a loro, la vicinanza del papa morto non li rendeva migliori per niente. Tanta gente tutta in una volta non s’era mai vista in quelle strade e forse neppure a Roma in generale: uno, due, tre milioni, nessuno sapeva di preciso, lo stesso numero degli abitanti della città, si diceva, quasi una volta e mezzo, il doppio perfino: e che è?, mamma mia! Era un’inondazione, un mare, un oceano! I giornali dicevano: neanche gli anni santi del Medioevo, neanche le santificazioni più popolari, avevano portato a Roma folle simili: nessuno riusciva a spiegarsi come mai fossero in tanti, arrivati a falangi lunate, crescenti di giorno in giorno, senza freno, richiamati da chissà cosa, da un Dio, un bisogno di fede, o forse tentati dall’idea di apparire sui cristalli liquidi di casa, di “uscire in tv”, de fassevéde, come nel Grande Fratello! Difficile spiegare, sennò, come mai, in un paese ingordo, senza speranza e con le chiese vuote, le strade attorno a San Pietro fossero soffocate da quella gente disciplinata e rispettosa, spinta da un’infrenabile propensione a far del bene a tutti i costi.
Indispettito dalla folla che ronzava crescendo sotto le sue finestre, Gimmy si lavò con la poca acqua polverosa che colava dalla doccia, si vestì alla brava, senza giacca né cravatta, e decise di tentare almeno di prendere i giornali all’edicola dell’angolo. Per la scala si sentiva il cupo mormorio della gente che premeva di fuori: ed erano appena le sette. Quando Gimmy aprì il portoncino sulla strada, fece appena a tempo a gettar l’occhio fuori: il battente rinculò verso l’interno spinto dal peso delle persone che ci stavano addossate sopra. Solo quando quelli si spostarono con un soprassalto per aver perso l’appoggio, Gimmy riuscì a dischiudere la porta e a sporgere fuori la testa. Un volantino, infilato nella fessura dei battenti, ricadde all’interno.
Seduta su un gradino della soglia una donna dormicchiava poggiata allo stipite. Quando lui si chiuse la porta alle spalle, lei aprì un occhio, lo guardò con aria imbarazzata, si scostò un po’, si stirò con cura pudica la gonna sulle gambe e gli sorrise trasognata.
“Buongiorno,” disse “scusi l’invasione ma, sa, stanotte abbiamo dormito per la strada.”
“Solo stanotte?” fecero coro ridendo alcune sue compagne che erano in piedi attorno, sfiorate dalla folla avanzante.
“Dio la benedica per la sua pazienza,” aggiunse lei.
Anche lui sorrise, senza saper bene perché. Cercando di cominciare a muoversi lesse il volantino: “Ospitate un pellegrino per una notte: una magnifica occasione di fare del bene e di conoscere un fratello o una sorella.”
“Un fratello o una sorella? Ma dove?” pensò. Non sembrava di essere a Roma, una città che s’è venduta l’anima, strafottente, dove nessuno mai ringrazia per niente: quella folla mite e invadente era grata invece per la pazienza della gente malgrado le noie e le rotture che provocava. Gimmy sorrise tra sé: erano davvero diventati tutti buoni? “Servirà almeno a questo, la morte di un papa! Ne morisse uno ogni anno, allora,” pensò, e cominciò la manovra di penetrazione.

Impenetrabile e senza cuore, di Joseph Conrad

Impenetrabile e senza cuore
di Joseph Conrad

Quasi fosse troppo grande e troppo potente per le virtù comuni, l'oceano ignora compassione, fede, legge, memoria. La sua incostanza può essere mantenuta conforme ai propositi umani solo con una risolutezza indomita, e con una vigilanza insonne, armata, gelosa, in cui, forse, c'é sempre stato più odio che amore. Odi et amo può ben essere la professione di fede di coloro i quali coscientemente o ciecamente hanno consegnato la propria esistenza al fascino del mare.
Tutte le passioni tempestose dell'umanità quando era giovane, l'amore della rapina e l'amore della gloria, l'amore dell'avventura e l'amore del pericolo, insieme con il grande amore dell'ignoto e i vasti sogni di dominio e di potenza, sono passati come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare alcun segno sulla faccia misteriosa del mare. Impenetrabile e senza cuore, il mare non ha dato nulla di se stesso a coloro che ne hanno corteggiato i precari favori.
Diversamente dalla terra, non si può soggiogarlo a nessun prezzo di pazienza e di fatica. Benché siano tanti coloro che il suo fascino ha adescato e condotto a una morte violenta, la sua immensità non é mai stata amata come sono state amate le montagne, le pianure, persino il deserto.
Le stelle spuntarono innumerevoli nella notte chiara e riempirono tutta la volta del cielo. Scintillarono come cose vive sul mare e avvolsero tutt'intorno nella sua corsa la nave, più penetranti degli occhi fissi di una folla attenta ed imperscrutabile come sguardi umani.
La traversata era cominciata e la nave, come un frammento staccato dalla terra, correva solitaria e rapida come un piccolo pianeta. Intorno ad essa gli abissi del cielo e del mare si univano in una irraggiungibile barriera. Una grande solitudine sembrava avanzare tutt'intorno con la nave, sempre mutevole e sempre eguale ed eternamente monotona ed imponente. Di tanto in tanto un'altra vela bianca errante carica di vite umane appariva lontano e spariva diretta verso il suo destino. Il sole dardeggiava la nave coi suoi raggi tutto il giorno e ogni mattina riapriva su di essa il rotondo occhio ardente pieno di curiosità insoddisfatta. Essa aveva il suo destino, viveva della vita di quegli esseri che si muovevano sopra i suoi ponti e come la terra che l'aveva confidata al mare trasportava un intollerabile carico di speranze e di rimpianti. Nel suo seno vivevano la verità timida e la menzogna audace; e come la terra essa era inconscia, bella a vedere e condannata dagli uomini ad un ignobile fato.
L'augusta solitudine del suo cammino conferiva dignità al meschino scopo del suo pellegrinaggio. Essa filava schiumeggiando verso il sud come guidata dal coraggio di un'alta impresa. La ridente immensità del mare rimpiccoliva la misura del tempo. I giorni volavano uno dietro l'altro rapidi e luminosi come il guizzare di un faro, le notti brevi e piene di avvenimenti parevano fuggevoli sogni. Gli uomini se ne stavano raggomitolati ai loro posti ed ogni mezz'ora la campana di bordo regolava la loro vita di incessante lavoro. Notte e giorno la testa e le spalle d'un marinaio si profilavano in alto a poppa contro il sole o il cielo stellato immobili sopra la mobile ruota del timone. Le facce cambiavano succedendosi l'una dopo l'altra; facce giovani, barbute, torve, serene o corrucciate; ma tutte fatte rassomiglianti dal mare che affratella, tutte con la stessa espressione attenta degli occhi fissi a scrutare la bussola o le vele.

Ortiche, di Cristina Pasqua

Pièdimosca edizioni porta in libreria Fughe, di Cristina Pasqua. Ventitré racconti stretti dall’uso di un linguaggio necessario, asciutto, fatto di reazioni impreviste tra le parole, che si rincorrono affilate e impietose, o sfregano tra loro come carta vetrata, o esplodono con un colpo secco.
Ventitré racconti che lasciano la sensazione di avere sbirciato di soppiatto attraverso una porta accostata che avrebbe dovuto rimanere chiusa, di essere entrati senza permesso dentro esistenze sghembe che avanzano alla rinfusa. E quando la porta in cui, clandestini, ci siamo intrufolati si chiude con uno scatto, si resta con la sensazione di aver afferrato al volo brandelli di vita impossibili da ricucire insieme, e che continuano però a pulsare ben oltre l’ultima pagina del libro.

Cattedrale vi propone uno dei racconti del testo, per gentile concessione dell’editore.

ORTICHE

di Cristina Pasqua

Estate e campi secchi. Storpio, Trespicci e Gimondi non sapendo come ammazzare il tempo erano arrivati in corsa fino al passaggio a livello. Si erano lasciati alle spalle cicale a falcidiare erba secca e alberi assetati ed erano entrati in Stazione.
«Sciò, sciò», disse il Carioti. Era una stazione abbandonata ma il Carioti, che un tempo era stato capostazione, era rimasto lì, appeso a un lavoro che non esisteva più, la divisa macchiata di tempo e disoccupazione, la barba sfatta, le unghie nero di orto.
«Siam mica mosche», disse Trespicci, frugandosi in tasca. «Toh! Un bicchiere ce lo prendi», e gli allungò centocinquanta lire, ghignando forte.
Storpio, che era finito un paio d’anni prima sotto la mototrebbia di suo zio, trascinava la gamba marcia e avanzava con la buona. «Buttala via quella divisa. Il treno l’hai perso, qua non passano più».
Sarà stato l’incidente, era diventato gramigna, l’erba cattiva gli cresceva dentro da anni. Infestato aveva lingua di ortica e occhi di indivia. Gimondi sorrise. Parlava poco, quasi niente. Mentre Storpio si tirava dietro la gamba, lui aveva poca dimestichezza con le parole, zagagliava, inciampava, arrotava, rovinava a ogni sillaba. Per questo aveva scelto il silenzio, l’apparecchio in bella mostra, le labbra tirate.
La banchina era deserta. L’erba era cresciuta tra le traversine e si era fatta spazio tra un lastrone e l’altro, ingannando la puntualità dei treni e l’abito grigio che indossava un tempo.
«E adesso?», aveva detto Storpio.
«Proseguiamo dritti e usciamo al podere di Vinci. Poi si torna indietro passando per il torrente.»
«Ho portato questa», disse Trespicci e srotolò dalla tasca una colata di plastica bianca e stropicciata.
«Da’ qua», disse Storpio strappandogliela di mano. «Se puzza», aveva aggiunto poi, scacciando l’odore dal naso.
«La mamma ci aveva messo le uova.» «Pe-pe que-que-s-to s-sem-bra us-us-citadal-cu-cu-lo-de-’na-ga-ga…»
«Gallina, sì», disse Storpio tagliando corto.
Fatti pochi passi l’ingombro della vista scivolò sotto le dita.
«E q-qu-que-s-to?»
«Cos’è?», disse Storpio appoggiandoci la mano sopra.
Era un baule, verde torba, le cerniere in ottone arrugginito.
«Ma chi ce l’ha portato qua?», disse Trespicci soffiando sul ciuffo che gli copriva la fronte bagnata.
«A-a-ap», provò a dire Gimondi.
«Apriamo, sì», gli venne in soccorso Storpio.
Il rumore delle cerniere infangò l’aria. Alzarono il coperchio in due, Storpio a guardare.
«Cambia tempo», disse grattandosi la gamba marcia.
All’interno, in un disordine di bianco, c’era un corpo. Un ragno bianco e gonfio, gli arti scomposti, una gamba, un braccio, e un’altra ancora e la testa al centro.
«Madonnacara», disse Storpio, «che me rappresenta?»
Un rumore di ossa spaccate TLAC! gli soffiò all’orecchio, quando il coperchio si richiuse sul baule, in alto una scritta con il gesso. 01.
«E m-mo?»
«Gimo’, mo gambe!», disse Storpio puntando il peso sulla gamba buona e torcendo il corpo in direzione dell’uscita.
Carioti li vide sfilare pallidi e silenziosi.
«Finito?», e si infilò il berretto da capostazione che gli dava un’aria ancora più frusta.
«Sì, finito. Ne sai di quello?», disse Storpio indicando.
«Quello cosa? Io non vedo niente», disse agitando un gessetto bianco nell’aria. Poi si avvicinò alla maglietta di Trespicci. Gli disegnava le costole per quanto aveva sudato, gli si era appiccicata addosso, e scrisse 02.

Bago, di Alberto Savinio

Bago
di Alberto Savinio

« Buongiorno, Bago. »
Questo augurio Ismene lo dice ogni mattina appena sveglia, e ogni sera prima di addormentarsi dice: « Buonanotte Bago ». Le parrebbe altrimenti d’iniziare male la giornata e di terminarla male, anzi di non iniziarla e di non terminarla. Così in passato se non avesse detto « buongiorno » e « buonanotte » al babbo e alla mamma. Poi soltanto alla mamma quando il babbo morì. Poi soltanto a Bug quando anche la mamma morı`. E ora soltanto a Bago che anche Bug è morto che aveva tanti peli sugli occhi e lo sguardo umano. A suo marito Ismene dimentica talvolta di dire « buongiorno » o « buonanotte », ma allora non le pare di iniziare male la giornata o di terminarla male. Rutiliano del resto è cosı` di rado in casa, cosı` spesso in viaggio... Una mattina Rutiliano aprı` la porta e domandò : « Con chi parlavi? » Ismene rispose: « Forse nel sogno » e questa risposta ella non ebbe difficoltà a trovarla. Non ebbe neanche l’impressione di mentire. La parte migliore della sua vita e` della specie di un sogno che tanto dormendo essa sogna quanto vegliando, e anche i suoi dialoghi segreti con Bago fanno parte della parte del sogno. Dicendo che col dire « Buongiorno Bago » parlava nel sogno, Ismene non mentiva. « Buongiorno Bago. »
Ismene è seduta sul letto, la testa china d’un lato, le mani unite e calde ancora di notte, sorridendo nella direzione di Bago come a un padre robusto e protettore, e sta in ascolto. La camera è odorosa di sognati sogni come di fiori appassiti. Sola traccia che i sogni si lasciano dietro è questo odore, e se la camera la mattina puzza è che abbiamo sognato brutto. Sulla tenda tirata davanti la finestra lucono come gradini di una scala d’oro le strisce della luce mattutina che trapela tra le stecche dell’avvolgibile. I mobili sono ombre gravi che emergono dal pallore del muro. Su una sedia albeggia la biancheria di Ismene. Sul soffitto tremola un serto di luce che non si sa onde venga, un alone forse entro il quale si affaccerà la testa di un angelo. Ma Billi angelo non e`. Che aspetta di ascoltare Ismene? Che cosa ascolta? Che cosa ha ascoltato?

(Ismene balza leggera giù dal letto e corre a piedi nudi ad aprire la finestra.)

Nulla ha echeggiato nella camera, eppure Ismene egualmente ha udito ed è contenta. Essa stamattina è più impaziente del solito dell’attesa voce, più contenta di averla udita. Oggi Billi ritorna dal suo lungo viaggio. Oggi Ismene ha bisogno più che negli altri giorni di sentire Bago presente e la sua protezione. Ora la camera è chiara, l’odore dei sogni vizzi si è dissipato. Ismene indugia alla finestra, in fondo alla valle galleggiano ancora alcuni vapori. È contenta. Il suo corpo roseggia dietro il velo della camicia da notte, s’incupisce alla commessura delle cosce e del bacino in un’ombra triangolare simile all’occhio di un dio tenebroso. Ma chi all’infuori di Bago può vedere il corpo stretto di Ismene sotto il velo della camicia, simile a un gran pesce rosa sotto un pelo d’acqua? Di Bago Ismene non ha vergogna... Eppure sì. Ma è un’altra specie di vergogna. E il timore di fare a Bago qualcosa che a Bago non bisogna fare. Prima di aprire i battenti di Bago Ismene rimane un po’ incerta, come quando, bambina, stava per sbottonare la giacca del babbo e cavargli dal panciotto l’orologio per sentire sonare le ore e i quarti. Babbo, mamma, Bug, Bago, Billi. Quanto diverso il nome Rutiliano da questi nomi che sembrano formati apposta per la bocca di un bambino, di un balbuziente, di una creatura debole! Quanto estraneo il nome Rutiliano!
Altri sono i momenti di vergogna. Quando Rutiliano viene a trovare Ismene di notte. Ismene allora si alza dal letto, va a prendere il grande paravento e lo apre tra il letto e Bago, così da nascondere il letto. Rutiliano ogni volta stupisce di quella manovra e chiede spiegazioni. Ismene dice che ha paura dell’aria. L’aria? Sı` l’aria che passa sotto la porta. E a rendere più forte il riparo Ismene spiega sul paravento la coperta di giorno del letto, che di notte sta ripiegata su una sedia. Rutiliano guarda quelle operazioni con occhio incomprensivo. Del resto che cosa capisce Rutiliano? Che cosa capisce di lei? Rutiliano è grave e distante. Non ride mai e tiene dietro a certe occupazioni misteriose che necessitano frequenti viaggi. Malgrado il mistero che le avvolge, Ismene non ha curiosità di conoscere le occupazioni di Rutiliano. Fin dove arrivano i suoi ricordi d’infanzia, Ismene ricorda Rutiliano. Questi faceva parte della casa come il divano fa parte del salotto, come la credenza fa parte della stanza da pranzo. Per Natale e la Befana Rutiliano arrivava carico di scatole, dalle quali estraeva con meticolosità i regali. Ismene allora lo baciava in fronte e diceva: « Grazie, zio Rutiliano ». Zio era un titolo d’onore e, per Ismene, sinonimo di vecchio. Non piaceva a Ismene baciare la fronte dello zio Rutiliano nè tanto meno farsi baciare da lui. Eppure quando anche la mamma morì, non rimaneva altro da fare che sposare lo zio Rutiliano. A chi profittava quel matrimonio? A zio non di certo. Così almeno diceva lui. Dalla vita ormai questi non aspettava più nulla. A Ismene invece quel matrimonio avrebbe assicurato benessere e protezione. « Non ci si sposa mica per il solo nostro piacere. » Così disse zio Rutiliano il quale parlava molto di rado, ma le pochissime volte che parlava diceva delle verità inconfutabili. « Fortuna che parla così di rado! » disse Billi a Ismene, e chinò la testa. L’abito di seta, il velo bianco, i regali, gl’invitati, il pranzo avrebbero potuto fare del giorno delle nozze un giorno lieto, ma proprio in quel giorno Billi partì per arruolarsi nella marina. « Come sarebbe felice la tua povera mamma, come sarebbe felice il tuo povero papà!» disse zio Rutiliano, che in quel giorno fu anche più silenzioso del solito.
A tavola, davanti a trenta invitati che si abbottavano, Ismene chiamò suo marito « zio Rutiliano », e immediatamente il gelato le andò per traverso. Pochi giorni dopo, affinchè Ismene non ricadesse nello stesso errore, Rutiliano cambiò nome e si fece chiamare Ruti. Non era vero però che Ruti avesse sempre ragione.
Ismene non trovò in suo marito quella sicurezza, quella confidenza che aveva avuto nei suoi genitori, e per ritrovare le quali si era unita in matrimonio con lui. Le trovò invece in Bug che aveva tanti peli sugli occhi e lo sguardo umano, e dopo la morte di Bug le trovò in Bago. E Bago era impossibile che morisse. Ruti un giorno parlò di rinnovare i mobili della camera da letto, mettere dei mobili più chiari, più freschi, più intonati alla camera di una giovane sposa. Ismene difese i « suoi » mobili con un accanimento che sbalordì Ruti. Questi si maravigliò di un attaccamento così forte a mobili di così poco valore, ma in fondo fu contento di non fare nuove spese. Ismene, specie quando suo marito era in casa, passava la giornata nella propria camera vicino a Bago. Il « vecchio » armadio l’aveva vista nascere, aveva custodito i suoi abiti di bambina, poi quelli di fanciulla e ora custodiva i suoi abiti di donna. Sta seduta accanto al battente socchiuso, come per ascoltare i palpiti di quel cuore tenebroso ma profondamente buono. Si confida con lui. Dice a lui quello che ad altri e soprattutto a Ruti non direbbe mai. Gli parla del ritorno di Billi.
Ruti si affacciò alla porta, annunciò con aria lugubre che partiva con la macchina e non sarebbe ritornato se non l’indomani. Ismene lo baciò in fronte, come quando Ruti era ancora « zio Rutiliano » e le portava i regali di Natale.


Ora Ismene e Billi stanno silenziosi uno di fronte all’altro, come se non avessero nulla da dirsi. È forse imbarazzato Billi di trovarsi nella camera da letto d’Ismene? Costei vuole sentirsi vicino a Bago, ora soprattutto che nella sua camera da letto c’è Billi.

Rombo crescente di un’automobile in arrivo. Scricchiolio della ghiaia sotto le ruote, strappo del freno a mano davanti alla porta d’ingresso.
La voce allarmata di Ancilla nel corridoio: «E` tornato il signore! È tornato il signore! »
Billi scatta in piedi. È pallidissimo. Si guarda attorno. Perché è allarmata la voce di Ancilla? Che pericolo costituisce il ritorno del « signore »? Un urlo. Urlo profondo. Più potente di quanto la più potente voce umana può dare, ma tutto « interno ». Urlo « incarnato » e circoscritto entro un raggio strettissimo. Urlo a uso locale. Urlo « domestico ». Urlo « cubicolare ». Urlo « per pochi intimi ». Nell’urlo, le porte dell’armadio si sono spalancate. Billi spicca un salto e si tuffa dentro l’armadio, che di colpo richiude i battenti. Billi è saltato volontariamente dentro l’armadio, oppure è stato succhiato dall’armadio? Nel momento in cui i battenti dell’armadio si sono aperti, gli abiti di Ismene sono volati fuori a sciame e ora giacciono sparpagliati per la camera, come un bucato in campagna.
Ruti si affaccia alla porta, piu` lugubre che mai.
«Gente inqualificabile! » dice Ruti. « Mi fanno fare centocinquanta chilometri in macchina e non... Che disordine è questo?
Perchè i tuoi abiti sono sparsi sui mobili, per terra? Con quello che costa oggi un abito! »
Ismene guarda i suoi abiti sparsi per la camera. Ma sono davvero i suoi abiti? Ora tutti i suoi abiti sono bianchi. Ismene guarda il suo abito da sera rovesciato sulla spalliera della poltrona, simile a un naufrago piatto su uno scoglio. La forma è la medesima, ma il colore non è più rosso ma bianco. Mentre Ismene stupita guarda il suo abito e stenta a riconoscerlo, l’abito comincia a rosseggiare e a poco a poco ritrova il suo colore che la paura gli aveva fatto perdere.
Ismene invece non ritrova il suo colore: la paura la sbianca ancora che Ruti apra l’armadio per riporvi, lui così meticoloso, gli abiti sparsi.
Ruti dice: « L’ordine è la prima qualità di una padrona di casa: ricordatelo ». E se ne va. Ora anche Ismene comincia a roseggiare in mezzo agli abiti sparsi, che a poco a poco ritrovano il proprio colore: il rosso, il celeste, il verde, l’arancione, il violetto. Quando anche Ismene ha ritrovato il proprio colore, essa va ad aprire l’armadio. L’armadio è vuoto.
Da quel giorno Ismene non si stacco` piu` d’accanto all’armadio. Non tocco` cibo e anche le poche ore che dormiva, le dormiva sulla poltrona presso i battenti socchiusi di Bago.
Visse quindici giorni in tutto. Quando le tirarono via la coperta da sopra le gambe, le trovarono un biglietto posato sulle ginocchia. Era scritto con scrittura infantile. « Anch’io voglio essere chiusa dentro il corpo oscuro e buono di Bago. Gli abiti non siano tolti: sono i miei amici.» In fondo al biglietto c’era un richiamo: «Bago è il nome dell’armadio della mia camera da letto ».
Rutiliano odiava l’assurdità in tutte le sue forme, ma poichè la consuetudine vuole che le volontà dei morti siano rispettate anche se assurde, Rutiliano ordinò che fosse fatto com’era scritto nel biglietto.
Ismene fu collocata nell’armadio e l’armadio calato nella fossa: tomba a due ante e troppo grande per quel corpo così piccino. Come un padre che si chiude la figlia in petto.

Studi etnografici a Kill House, di Dario De Marco

Overlook loop, a cura di Emanuela Cocco per Edizioni Arcoiris, è un libro di racconti di case occupate e infestate, edifici teatro di apparizioni fantasmatiche e di ossessioni nere e sinistre debitrici al film Shining di Stanley Kubrick.
Edifici insidiati dalle ombre, che evocano una fatale arrendevolezza al delirio e alla violenza. L’Overlook Hotel, il teatro dell’azione di Shining, un romanzo horror di Stephen King, un incubo cinematografico di Stanley Kubrick. Case che disorientano, terrorizzano, che tengono in assedio, che intrappolano, tormentano, cancellano. Edifici come camere di martirio, incubi interpretativi che conducono alla perdita della ragione, all’avvento del disordine indicibile e dell’orrore.

Gli autori presenti nella raccolta: Dario De Marco, Veronica Galletta, Francesco Follieri, Romeo Vernazza, Pierpaolo Di Mino con Veronica Leffe, Micol Beltramini e Angelo Mennillo, Cristiano Saccoccia, Simone Lisi, Luca Mignola, Andrea Frau, Andrea Zandomeneghi, Arturo Belluardo, Claudio Morandini, Fabrizio Lucherini, Marta Cai
Ospite straniero: Francisco Magallanes (Traduzione di Antonella Di Nobile)
Prefazione di Paola Del Zoppo, postfazione di Bartolomeo Cafarella.

Cattedrale vi propone il racconto di Dario De Marco, per gentile concessione dell’editore.

Studi etnografici a Kill House
di
Dario De Marco

Come lei ben sa, non c’è cura senza sogno, non c’è analisi senza narrazione, non c’è interpretazione senza interpretazione. Perciò questo è il racconto del sogno che ho fatto, dell’incubo che sto facendo, del labirinto onirico nel quale, a volte, ho l’impressione di vagare ancora.
Non è una storia di paura, avevo detto al mio amico Stefano, però è successa davvero. Sì certo, aveva fatto lui, dicono tutti così, peccato che poi sia esattamente il contrario.
Avevo sorriso ma avevo aggiunto: anzi, sta succedendo.
A quel punto lo avevo incuriosito, ma Stefano non lo avrebbe mai ammesso, perciò aprii la porta delle confidenze senza aspettare un invito. La presi alla lontana, iniziando con gli scarafaggi: le blatte che nella città dove viviamo sono endemiche (a differenza del posto in cui sono nato, che pure ha fama di essere sporco e degradato). Blatte che sembravano sbucare dal nulla, ma quella è la loro caratteristica, convenimmo: se vedi uno scarafaggio in un angolo, vuol dire che acquattati per la casa ce ne sono venti, come mi aveva detto il tizio che era venuto a fare la disinfestazione, peraltro invano. Quindi se sbucano a decine, significa che nelle tane, dietro i battiscopa o nelle cerniere dei mobili, ne proliferano a centinaia. Già, ma la cosa strana è che questo numero ipotetico sembrava variare in maniera repentina, nonché priva di logica: potevamo lasciare del cibo incustodito per terra, e trovarlo intatto, per poi imbatterci in quegli esseri schifosi, che sono soliti scrocchiare sotto le pantofole, nelle stanze meno appetibili della casa.
La polvere, la sporcizia, anche quelle tutto sommato erano normali, almeno a casa nostra: non eravamo mai stati fissati con la pulizia e con l’ordine, né io né mia moglie, e poi da quando c’erano i bambini il caos non aveva fatto altro che prosperare. Certo che però a volte faceva specie vedere delle macchie di unto sul pavimento subito dopo aver passato lo straccio, o cumuli di polvere aggrovigliata a peli sbucare da sotto al cuscino di prima mattina. C’erano poi i rumori dentro alle pareti, come di detriti che scivolavano lungo una conduttura, il che pure poteva essere: il proprietario precedente ci aveva raccontato che prima, in quel vecchio palazzo del centro, in ogni appartamento c’erano vari camini, che poi erano stati murati – persistevano le relative canne fumarie, come grotte cieche nei muri. E c’erano le cose che sparivano, ma questo succede a tutti, figuriamoci a noi; a noi però ricomparivano, dopo giorni o anni, nei posti più incongrui: un vasetto di marmellata nel cesto dei panni sporchi, i soldi dentro ai libri, le posate in fondo alle scatole dei pupazzi. Di queste inusuali allocazioni attribuivamo naturalmente la responsabilità ai bambini, o a volte ci accusavamo l’un l’altra; il che non faceva che aumentare la tensione e i continui screzi che avevano caratterizzato il nostro rapporto da sempre, ma in particolare da quando, freschi sposi, neo genitori, eravamo entrati in quella casa.
Tutte queste cose avevano una spiegazione: razionale, psicologica, soggettiva. Il fatto è che, mi resi conto mentre raccontavo a Stefano, per una forma di vergogna stavo omettendo i particolari più misteriosi, illogici: le macchie sui muri che scomparivano e riapparivano, senza legami apparenti con la stagione o con altri fatti concreti quali perdite, lavori eccetera. Le crepe, che in modo ancora più inspiegabile percorrevano i soffitti come rughe in un volto antico, e poi quando finalmente ci decidevamo a chiamare l’amministratore, o un imbianchino, di colpo sparivano, lasciando uno strascico di aspre polemiche e di dubbi sul nostro senso della vista. La muffa, che io scherzando avevo iniziato a chiamare l’inquilino, da quando avevo letto che i funghi, regno cui le muffe appartengono, sono esseri viventi ramificati, le cui propaggini invisibili possono spargersi per metri o chilometri, pur appartenendo allo stesso “individuo”. Era perciò probabile che le muffe che infestavano gli angoli più riposti dell’appartamento, fin dentro il frigo, fossero un solo, grande essere vivente. O gli interruttori della luce, le prese, che sbucavano in posti del muro dove avremmo giurato non fossero mai stati, mentre altre volte la mano andava a colpo sicuro nel buio, per tentare di fare clic su una parete perfettamente liscia.
Forse fu proprio per questo, per non perdere la sua attenzione, per timore che tutte queste autocensure finissero per fargli ritenere la cosa di poco conto – lo era, in effetti, o almeno così pensavo allora – per una specie di rivalsa verso l’aria di sufficienza con cui già iniziava a guardarmi, o così parve a me, fu allora che feci al mio amico la rivelazione che mi ha portato fin qui, in questa strada senza uscita. Buttai l’osservazione lì, quasi per caso: la coincidenza, che avevo notato, tra gli strani fatti della casa e gli avvenimenti della nostra vita. L’ennesimo litigio con mia moglie, la prima uscita serale della figlia quasi adolescente, i capricci del bambino piccolo, le tensioni, la noia, la rabbia, i malintesi, i rancori – insomma tutto quello che rende speciale la vita di una famiglia, d’altra parte non è per questo che ne formiamo sempre di nuove?
E poi aggiunsi, quasi sottovoce, di nuovo vergognandomi, che pareva quasi come se la casa reagisse agli umori dei suoi abitanti. Quello che mi stupì nella sua reazione, fu la mancanza di stupore: sorrise come se non stesse aspettando altro. Proprio come pensavo, disse, qui ci vuole un analista.
Un analista, ripetei come un’eco. Sì, un analista immobiliare, anzi un’analista, disse per farmi sentire l’apostrofo, ne conosco una bravissima. No un attimo, mi opposi, non ci siamo capiti io a casa mia mi trovo benissimo, non ho la minima intenzione di vendere. (E poi chi sa se riuscirei mai a vendere con quello che succede, come in quei racconti di case dove sono avvenute delle brutte storie, che portano la fama di essere infestate, maledette, o semplicemente sfigate, e che perciò nessuno vuole comprare.) Ho detto analista immobiliare non immobiliarista, mi rimbrottò Stefano, e neppure architetto, mi sembra evidente che il problema non è fisico.
Ma quindi analista… Nel senso di terapeuta, psicologa, strizzacervelli dai, benché qui tecnicamente non ci sia un cervello da strizzare. È pure una mia mezza parente, o almeno portiamo lo stesso cognome, spesso ci scherziamo su questa cosa, magari ci esce un po’ di sconto. Non sapevo bene cosa dire, quindi non dissi niente.
Stefano invece aveva continuato, ironizzando sul fatto che una persona colta come me opponesse resistenze, così tanti anni dopo la scoperta dell’inconscio da parte di Sygmund Floyd, che aveva introdotto il concetto nel seminale Psicopatologia della prima casa, e sistematizzato il metodo nel successivo The dark side of the room. Si sa, le patologie mentali si portano ancora dietro uno stigma che quelle fisiche non hanno più, commentò il mio amico, ma pensavo fosse un atteggiamento da persone più anziane, nella nostra generazione chi ha questi pregiudizi, ormai. Se invece, come immagino, quello che ti lascia perplesso, che rifiuti ideologicamente è l’approccio medicalizzato, sappi che molti analisti contemporanei, tra cui quella che ti propongo, non sono di scuola classica ma seguono le teorie archetipiche di C.N.S. Young, prima allievo e poi avversario del padre della psicanalisi immobiliare. Certo certo, avevo abbozzato, pensando che l’importante è il risultato, e a quel punto un tentativo male non poteva fare. Presi perciò appuntamento, ma in via precauzionale decisi di non dire niente a mia moglie. Il mattino dopo entrai nel ripostiglio, l’unica stanza della casa senza finestre, e vidi incollato alla parete un geco enorme, viscido e trasparente.
Ricordo ancora il primo incontro con lei, è quello che ricordo meglio, non che gli altri non siano stati importanti, ma nella memoria si appiattiscono e si amalgamano in un unico flusso, in una sola infinita seduta.
La prima cosa che fece, rapidamente, fu elaborare una diagnosi; e io che credevo quello fosse il punto di arrivo della terapia, non la partenza. Ricordi, disse, psicosomatico non vuol dire inventato, non vuol dire inesistente. I malesseri psicosomatici portato effetti fisici non meno reali. Ogni malattia è un sintomo, ogni sintomo è un messaggio.
Mi aveva poi iniziato a fare un lungo preambolo, una specie di riassunto della sua materia, come se avesse a che fare con un alieno che fosse appena arrivato per caso su quel pianeta; il che peraltro corrispondeva esattamente al mio stato d’animo, quindi misi da parte l’irritazione per non essere ascoltato come speravo, e stetti a sentire. Partendo dall’epoca preistorica in cui alle costruzioni veniva ingenuamente negata qualsiasi identità, in cui venivano usate come strumento, come esca (la Casa di marzapane, la Cantina di Barbablù). Passando per l’epoca successiva, che aveva trovato il culmine nel Gotico, epoca in cui alle case veniva riconosciuta una certa agency, ma sempre in virtù di forze esterne che le animavano, le infestavano: forze di origine umana come i fantasmi, o mostruosa come i demoni, ma comunque entità altre.
Ci furono dei precursori, nelle ere precedenti a quella moderna, mi spiegò: per esempio Chesterton, da vecchio esorcista cattolico, parlava di un palazzo che è più e meno di un palazzo, di una torre la cui sola architettura è malvagia.
Da lì all’elaborazione dell’inconscio immobiliare, il passo fu breve, fu enorme.
In epoca contemporanea, aveva detto, l’approccio più medico-scientifico, di stampo neuroingegneristico, era tornato in auge; come si erano molto diffuse le storielle divulgative alla Oliver Sax (La donna che scambiò suo marito per un castello, la più nota). Aveva poi nominato i pilastri del costruttivismocomportamentismo, la corrente di architettura anti psicanalitica che mira unicamente a ottenere risultati concreti e misurabili, e i cui autori avevano ideato delle specie di manuali pratici, quasi delle guide: Come costruire una casa di foglie (J.Z. Truant), Come demolire una magione in una sola notte (E.A.P. Usher), Come occupare una casa, metà alla volta (J.C. Morelli). E infine le ricerche sul campo di Bessie Jackson, i sopralluoghi e gli studi etnografici a Kill House, alla villa PyncheonMaule, all’Overloop Motel.
Come lei ben sa, non c’è cura senza sogno, non c’è analisi senza narrazione, non c’è interpretazione senza interpretazione. Perciò è giunto il momento di raccontare di quella notte, dell’incubo dal quale non mi sono mai svegliato, o del sogno che non è mai iniziato, ammesso che ci sia una differenza. Mia moglie era andata qualche giorno fuori con i bambini, con la scusa di un ponte, del primo caldo, dell’invito di amici; sospettavo in realtà per allontanarsi un po’ dalla persona paranoica e cupa che stavo diventando, o peggio, dall’atmosfera paranoica e cupa che ci stava avvolgendo.
Potevo dormire, finalmente: ma non ci riuscivo. Le sarà capitato, o ne avrà letto, sentito parlare: l’insonnia prolungata, unita alla deprivazione sensoriale che di solito si sperimenta nelle ore notturne, quando la casa è immersa nel buio e nel silenzio, può portare a visioni, allucinazioni, distorsioni della percezione e veri e propri stati alternativi di coscienza, non dissimili dallo stato onirico. Così come in sogno abbiamo delle rivelazioni – è l’inconscio che lavora per emergere, naturalmente – e all’improvviso un aspetto della nostra vita ci appare chiaro, quasi ovvio (lei ci tradisce, il nostro capo sta per licenziarci, abbiamo una malattia da cui non guariremo mai), così pure dopo ore senza dormire, sorgono in noi, ma come proiettate dall’esterno, idee magnifiche, consapevolezze nuove. Il sonno più profondo e la sua completa assenza producono gli stessi effetti: curioso paradosso: sono quasi impossibili da distinguere. Se sono sicuro di una cosa, riguardo a quella notte, è che non so, non saprò per sempre, se non mi sono mai addormentato o se non mi sono ancora svegliato. Ma un’altra sensazione mi prese, quando di scatto mi misi a sedere nel letto, una sensazione che invece non avevo provato prima, e che non so come articolare se non con una banalità: la certezza di aver sognato il sogno di qualcun altro; anzi di essere stato nel sogno di qualcun altro; di qualcos’altro.
Come sempre, quando ci svegliamo, tendiamo a localizzare le cause che ci hanno riportato alla realtà negli avvenimenti del sogno, piuttosto che in quelli del mondo reale. Il tappeto volante sul quale stavamo viaggiando si è improvvisamente ribaltato, non è stato il letto a subire una scossa; un mostro assassino avanza a passi pesanti per il corridoio, non è il vicino che ha deciso di piantare chiodi alle tre di notte; stiamo annegando in una grotta subacquea, non abbiamo avuto l’ennesimo episodio di apnea notturna. Così quella notte attribuii il movimento improvviso a… non ricordo cosa, ma qualcosa che stava succedendo da quell’altra parte.
Quando il letto si mosse di nuovo, facendo anche un po’ di rumore, proprio come se qualcuno stesse cercando di trascinarlo verso la parete opposta, in un primo momento non mi spaventai: quando sono solo posso finalmente dormire con un po’ di luce, vidi subito che nella stanza non c’era nessuno. Mi alzai di colpo, barcollando leggermente, cosa che attribuii allo spostamento brusco, e alla mia pressione bassa. Ma quando il pavimento cominciò a inclinarsi, tanto che per rimanere in piedi dovetti aggrapparmi a un cassetto semiaperto del comò, cominciai a sospettare che qualcosa non andava. Dopo qualche secondo, la casa si fermò. Solo il lampadario che oscillava leggermente era lì a testimoniare che non mi ero sognato tutto – a meno che non mi stessi sognando anche quello. Vediamo stavolta che si è inventata questa, dissi tra me e me, più arrabbiato che impaurito, e mi diressi verso la porta a grandi falcate, aspettandomi di trovare, non so, i ratti che brucavano in cucina, la libreria del salotto marcia di acqua e salsedine, una pianta carnivora fiorita sull’attaccapanni di ottone, il solito cinema. Ma la porta non si aprì. La maniglia si girava ma la porta non ne voleva sapere di muoversi, neanche quando iniziai a scuotere e tirare e spingere e provarle tutte, facendo un casino terribile che fu seguito da una reazione altrettanto furibonda: le pareti ripresero a scricchiolare, il letto a sussultare, i cassetti del comò ad aprirsi e chiudersi, il lampadario a fare il pendolo.
Ora basta, dissi ad alta voce, senza neanche rendermene conto, ora basta cazzo hai ROTTO IL CAZZO, stavo urlando, ma quel che è peggio stavo urlando contro la casa, stavo parlando con l’appartamento, forse per la prima volta nella mia vita o almeno da quando lei me l’aveva consigliato, ma la reazione non fu così positiva, forse per il tono che stavo usando forse perché parlare a una cosa è obiettivamente da pazzi, e come il pazzo continuavo a urlare e a scuotere la porta fino a che strappai la maniglia dal legno. A quel punto un boato, un rombo come uno sbadiglio prodotto dal più grande essere vivente che abbia mai abitato il pianeta terra, un muggito che veniva dal profondo dal basso dal lato dall’alto da tutti e da nessun luogo, mi zittì, e zittì ogni altro suono, dentro e fuori la casa.
Allora, con la testa che viaggiava a mille e il cuore che mi batteva fin nei polpastrelli, misi insieme le cose: le crepe, gli scossoni notturni al letto, la vertigine come un mal di mare, e da ultimo la porta. Ma certo: tutti sintomi di una cosa sola, indubitabile, solida e certa, come la morte: il terremoto.
C’erano state più scosse, evidentemente, nei giorni precedenti, scosse di assestamento, no quelle sono quelle che vengono dopo, scosse preparatorie? Minacce? Avvertimenti? Maledizione la sua terminologia animista mi aveva contagiato, ma qui ero di fronte a una cosa concreta, altro che fumisterie psicologistiche, una cosa materiale e pericolosa che stava distruggendo la casa e le nostre vite, me lo ricordavo (dai tanti terremoti vissuti e letti, prima che il palazzo crolli, la sua struttura inizia a cedere, a volte si sgretola un po’ alla volta e se ne viene a pezzi, altre volte in maniera globale, intima, invisibile: è come se tutti i muri, e solo i muri si rimpicciolissero, un po’ come quelle vecchine cui l’osteoporosi accorcia le ossa, e che a un certo punto della vita iniziano a decrescere, come ti sei fatto alto diceva mia madre, mamma ormai ho smesso di crescere da un bel po’, ok che sono sempre il tuo bambino ma ho quarant’anni, i muri collassano ma tutto il resto no, per esempio le parti di legno, i mobili le porte, così la casa sembra più piccola o l’arredamento più grande, ma è solo un attimo prima che esploda tutto, prima che tutto si polverizzi, e però quando te ne redi contro è troppo tardi, perché appunto la cornice della porta è diventata più piccola della porta stessa, e se quella è chiusa non si apre più resta incastrata) c’è un’altra strada, pensai con una lucidità di cui non mi credevo capace, la portafinestra che dà sul balconcino, uscendo mi venne anche in mente di saltare giù siamo solo al primo piano ma poi pensai che c’era un modo migliore per farmi male senza morire, l’altra portafinestra quella del tinello, l’altro orifizio sul retro, quante volte i bambini avevano giocato a rincorrersi in cerchio, scavalcai i cumuli di immondizia regolarmente differenziata che nessuno buttava mai e tirai un pugno nella finestra, con una forza di cui non mi credevo eccetera, non ho mai capito perché nei film si usa avvolgere un oggetto contundente in una coperta, se il colpo è ben assestato il vetro si rompe e cade dall’altra parte in mille pezzi aguzzi e acuminati, ma che ormai non possono farti più male, devi solo stare attento a ritirare la mano con lentezza, aprii il nottolino dall’interno, mi precipitai all’uscio di casa e con la mano insanguinata tremante più di quanto tremava la casa tolsi il blocco, quella porta per fortuna non era incastrata e si aprì, cigolando solo un poco, ma la cosa peggiore di tutte fu quello che vidi dopo. Gli altri appartamenti a cominciare da quello a fianco, che dà sullo stesso ballatoio, erano completamente immo
Perfetto, la ringrazio. Può pagare come sempre a Yörg, il mio segretario che l’aspetta fuori, disse la dottoressa Re.
Ma come, io
Me lo finisce di raccontare al prossimo incontro, la sua ora è finita.

C’era una volta un uomo che viveva vicino a un cimitero, di M.R. James

Racconti Edizioni porta in libreria Monito ai curiosi, storie di fantasmi, di M.R James.
Si racconta che la vigilia di Natale, al King’s College di Cambridge, in diversi, fra studenti e professori, si radunassero attorno a un fuoco vivace per ascoltare delle storie di fantasmi. Era diventata quasi una tradizione. Dentro la saletta, invece, la piccola cerchia era tutta raccolta attorno a questa voce che descriveva canoniche deserte e saloni ingombri di cianfrusaglie, e che si faceva più profonda quando in un manoscritto ritrovato si rintracciava quello che, a tutti gli effetti, sembrava proprio un presagio sinistro. La voce nella penombra era quella di M.R. James, i racconti che leggeva, invece, erano quelli che trovate in Monito ai curiosi.
Riprendere in mano queste storie oggi, dunque, non è certo un mero esercizio di hauntology né di nostalgia per un’epoca in cui bastava un rintocco di campana per farci piombare dentro un’atmosfera soprannaturale e nel terrore più autentico. Come gli oggetti inanimati che incontrerete in questo libro, anche questi racconti oggi sono capaci di assumere una nuova vita e forma.

Cattedrale vi propone uno dei testi contenuti nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

C’era una volta un uomo che viveva vicino a un cimitero
di
M.R. James

Questo, come sapete, è l’incipit della storia di spiriti e folletti che Mamilio, il bambino meglio descritto da Shakespeare, raccontava a sua madre, la regina, e alle dame di corte, quando il re irruppe con le sue guardie e la rinchiuse in prigione. Il racconto non ebbe un seguito dato che Mamilio morì poco dopo senza aver avuto la possibilità di terminarlo. Ora, come sarebbe andata a finire? Shakespeare di sicuro lo sapeva e, permettetemi di dire, anch’io. Non sarebbe stata una storia originale, ma una che probabilmente avete già sentito, e persino raccontato. Ciascuno è libero di darne la versione che preferisce. Questa è la mia:

C’era una volta un uomo che viveva vicino a un cimitero. Aveva una casa su due piani, quello inferiore era in pietra e quello superiore in legno. Le finestre della facciata davano sulla strada e quelle del retro sul cimitero. Un tempo – all’epoca della regina Elisabetta – l’edificio apparteneva al parroco, ma il sacerdote era sposato e gli servivano più stanze; inoltre alla moglie non piaceva vedere il cimitero dalla finestra della camera matrimoniale di notte. Diceva che si vedevano… Ma lasciamo stare ciò che diceva; fatto sta che non aveva dato tregua al marito finché non lo aveva convinto a traslocare in una casa più grande nella via principale del paese, e in quella vecchia si stabilì John Poole, un vedovo che vi abitava da solo. Era un uomo anziano che se ne stava molto per conto suo e la gente lo considerava un taccagno.
Molto probabilmente era vero: di sicuro per certe cose era morboso. A quei tempi era consuetudine seppellire i morti di sera e alla luce delle fiaccole: ogni volta che era in corso un funerale, si notava che John Poole guardava dalla finestra, al piano terra o al piano superiore, a seconda che avesse una vista migliore dall’uno o dall’altro.
Venne una sera in cui doveva essere seppellita una vecchia signora. Era piuttosto benestante ma la gente del posto non la vedeva di buon occhio. Di lei si dicevano le solite cose, che non era cristiana e che, in notti come quella della vigilia di mezza estate e di Ognissanti, non era mai a casa. Aveva gli occhi rossi e a guardarla faceva paura, tanto che nemmeno i mendicanti bussavano mai alla sua porta. Eppure, quando morì, lasciò una discreta somma di denaro alla chiesa.
La sera della sua sepoltura non era tempestosa; al contrario, era molto serena e tranquilla. Eppure, trovare uomini disposti a portare la bara e le fiaccole non fu un’impresa semplice, malgrado avesse previsto compensi più alti del solito per chi avesse eseguito il compito. La signora venne sepolta avvolta in una coperta di lana, senza bara. Non c’era nessuno tranne le persone strettamente necessarie… e John Poole, che guardava dalla finestra. Subito prima che la fossa venisse riempita, il parroco si chinò e gettò qualcosa sul corpo (qualcosa che tintinnava) e pronunciò a bassa voce alcune parole che suonavano più o meno così: «Che il tuo denaro muoia con te». Poi si allontanò in fretta, come tutti gli altri uomini, tranne uno che portava la fiaccola per illuminare il sagrestano e il garzone che spalavano la terra. Non fecero un lavoro accurato e il giorno dopo, che era domenica, i parrocchiani si lamentarono con il sagrestano, dicendo che era la tomba più disordinata del cimitero. E in effetti, quando lui stesso tornò a controllarla, gli sembrò che fosse molto peggio di come l’aveva lasciata.
Nel frattempo John Poole si aggirava con aria strana, in parte euforica, per così dire, e in parte inquieta. Contrariamente alle sue solite abitudini, trascorse più di una serata alla locanda e a coloro che si fermavano a fare due chiacchiere con lui fece intendere di essere entrato in possesso di una piccola somma di denaro e di voler cercare una casa migliore. «Be’, non mi meraviglia affatto» disse una sera il fabbro, «io non potrei proprio vivere in un posto simile. Starei tutta la notte a immaginarmi chissà quali cose.» L’oste gli chiese che genere di cose.
«Eh, magari qualcuno che si intrufola dalla finestra della camera, o roba simile» rispose il fabbro. «Che so… tipo la vecchia Wilkins, che è stata sepolta proprio una settimana fa, no?»
«Insomma, dovrebbe avere un po’ di riguardo per la sensibilità altrui» disse l’oste. «Non è bello nei confronti del signor Poole, le pare?»
«Il signor Poole mica ci fa caso» replicò il fabbro. «Se non lo sa lui che ci abita da tanto tempo. Dico solo che io non avrei mai scelto di star lì. La campana a morto e le fiaccole quando seppelliscono qualcuno, e tutte quelle tombe che stanno lì così silenziose quando non c’è più nessuno in giro… Anche se ho sentito parlare di alcune luci, le ha mai viste, signor Poole?»
«No, non ho mai visto nessuna luce» rispose Poole in modo brusco. Ordinò un altro bicchiere e rientrò a casa tardi.
Quella notte, mentre era sdraiato sul suo letto al piano di sopra, il vento cominciò a ululare intorno alla casa e lui non riusciva a prendere sonno. Si alzò e attraversò la stanza fino a un armadietto a muro: tirò fuori qualcosa che tintinnava e se lo infilò nella vestaglia all’altezza del petto. Poi andò alla finestra e guardò verso il cimitero.
Vi è mai capitato di vedere in una chiesa una vecchia lastra d’ottone, con impressa la sagoma di una persona avvolta in un sudario? La parte della testa sporge in modo bizzarro. Qualcosa di simile spuntava dalla terra in un punto del cimitero che John Poole conosceva molto bene. Si precipitò nel suo letto e rimase lì perfettamente immobile.
Poco dopo sentì qualcosa che picchiettava sommessamente contro la finestra. Molto riluttante, John Poole rivolse comunque lo sguardo atterrito in quella direzione. Ahimè! Fra lui e la luce lunare si stagliava la sagoma nera di una strana testa fasciata… Poi nella stanza apparve una figura. Sul pavimento rimbombò il suono della terra secca. Una voce flebile e gracchiante disse: «Dov’è?» mentre risuonavano passi che andavano e venivano, passi incerti, di qualcuno che camminava a fatica. Di tanto in tanto si riusciva a scorgerla, mentre scrutava negli angoli, si chinava a guardare sotto le sedie; alla fine, si udì che armeggiava con le ante dell’armadietto a muro e le spalancava. Poi, lo stridio di unghie lunghe sui ripiani vuoti. La figura si voltò di scatto, si fermò per un istante accanto al letto, alzò le braccia e con un urlo rauco disse: «CE L’HAI TU!».
A questo punto Sua Altezza Reale il principe Mamilio (il quale, penso, l’avrebbe fatta molto più breve), lanciando un grido, si gettò sulla più giovane delle damigelle presenti, che rispose con un urlo altrettanto penetrante. Il principe fu immediatamente trattenuto da Sua Maestà la regina Ermione che, frenando l’impulso di ridere, lo schiaffeggiò con gran severità. Paonazzo e sul punto di scoppiare a piangere, stava per essere mandato a letto, ma per intercessione della sua stessa vittima, ormai ripresasi dallo spavento, gli fu infine permesso di restare sino alla solita ora; nel frattempo anche lui si era ristabilito a tal punto da affermare, mentre dava la buonanotte alla compagnia, che conosceva un’altra storia almeno tre volte più spaventosa di quella, e che l’avrebbe raccontata alla prima occasione.