di Debora Lambruschini
Autrice di racconti, romanzi, sceneggiatrice, editor e docente di scrittura, Francesca Scotti torna in libreria con la raccolta La stagione delle case vuote, pubblicata da Hacca edizioni: sedici racconti autonomi, legati dal tema dell’assenza, che si muovono tra Italia e Giappone. Storie attraversate a diverso grado dal perturbante, inquietudine sottile, talvolta brutale, a sottolineare la precarietà del contemporaneo, tra instabilità di relazioni, lavoro, legami. Scotti racconta una domesticità mai rassicurante, dove la casa è custode di traumi, memorie, fino a farsi estraneità.
Francesca, partiamo dal titolo della tua nuova raccolta, La stagione delle case vuote. Leggendo i racconti che la compongono emerge che queste case non sono semplicemente abbandonate, ma sono stanze piene di memorie, traumi, possibilità, attese. La domesticità come spazio del perturbante, dell’inquietudine. Come è nata l'idea di usare la casa come contenitore di tutto questo?
La casa, a livello narrativo, mi interessa proprio perché non è mai soltanto un luogo fisico. È uno spazio che continua a lavorare dentro di noi anche quando non lo occupiamo e anche molto tempo dopo averlo lasciato. Mi affascina l’idea che gli ambienti in cui viviamo diventino parte della nostra interiorità, custodendo memoria, immaginazione e affetti.
Le case di questa raccolta non sono vuote perché semplicemente abbandonate. Anche quando non ci vive più nessuno, conservano tracce di chi le ha amate, delle relazioni che vi si sono consumate, delle attese e delle possibilità rimaste ad aleggiare nelle stanze. Vuoto non è per forza statica assenza, può essere qualcosa di attivo, una presenza fatta di echi, e di ciò che, pur nell’invisibilità, continua a influenzare chi attraversa quella camera, quel corridoio, quella soffitta.
Io ho tanti ricordi legati agli spazi oltre che alle persone, agli avvenimenti, ai profumi: una finestra che si affaccia sul parco, una scala a chiocciola che unisce due piani, una certa luce del mattino che ricade sul pavimento di linoleum. Le case hanno la capacità di custodire il tempo, talvolta lo proteggono, altre lo intrappolano. E lo stesso fanno con gli abitanti e con gli ospiti. Sono luoghi in cui l'intimità, la memoria e l’immaginazione convivono dialogando di continuo.
Nel titolo c’è poi la parola stagione. Mi piaceva l’idea che queste case vuote non fossero una condizione definitiva. Una stagione è qualcosa che arriva, si trasforma per lasciare posto ad altro. Anche il vuoto di questi racconti non è una fine, è una condizione in cui qualcosa si è esaurito ma dove resiste la possibilità di rinnovarsi.
In un tuo testo hai ricordato un libro d'infanzia della collana di Bruno Munari, I mostri, che ti ha insegnato come i pericoli reali si nascondano spesso nei gesti quotidiani e nella dolcezza. Quanto ha influenzato quella lettura il tuo modo di raccontare il perturbante in questa raccolta, dove l'inquietudine non esplode, ma casomai sembra implodere, all'interno delle relazioni soprattutto?
Penso che quel libro, insieme ad altri che leggevo - e temevo! - da bambina mi abbia insegnato qualcosa che continuo a cercare nella letteratura che amo e che provo a scrivere: il perturbante non arriva per forza dall’esterno e con dei connotati ben definiti. Non è detto che le sue fattezze siano quelle del mostro tradizionalmente identificabile come tale; magari serpeggia nelle situazioni quotidiane, nei gesti abituali, nelle relazioni più intime.
Ciò che spaventa può presentarsi sotto forme gentili, persino affettuose: penso che nei racconti di La stagione delle case vuote questa intuizione sia rimasta. L’inquietudine non deflagra, non viene generata da eventi eccezionali. Nasce da uno scarto minimo, da una frattura che quasi non provoca dolore all’interno di una relazione, una scordatura minima, qualcosa che lentamente evapora senza che i personaggi riescano a nominarlo. Mi interessa molto l’istante in cui ciò che ci è più familiare diventa estraneo - ciò che amiamo, ciò che crediamo di conoscere.
La scelta della forma racconto richiede una precisione chirurgica. Dai tuoi racconti emerge evidente un attento lavoro di sottrazione, rinuncia a tutto ciò che è superfluo per lasciar parlare i silenzi e una lingua precisa, tesissima. Ci descrivi il tuo processo creativo? Come si capisce, quando si scrive una storia breve, qual è il limite esatto da non oltrepassare tra ciò che rimane sulla pagina e ciò che resta fuori?
Per me il racconto si nutre di attimi e suggestioni. Corse in discesa a perdifiato e pause meditative. Riesce a offrire un frammento di mondo e a generare un'intensità che continua a risuonare oltre la fine della lettura. Mi affascina il fatto che possa illuminare una vita, un amore, un dolore per poi lasciarlo tornare nell'ombra.
Quando scrivo, la prima stesura è spesso abbastanza istintiva. Il lavoro vero arriva dopo e consiste soprattutto nel ristrutturare, limare, riscrivere, togliere. Le ultime righe per me sono spesso le più delicate, ci torno molte e molte volte, cancello e riformulo. La sfida è far sì che ciò che elimino dalla pagina continui a esistere nella storia. In questo senso il Giappone ha arricchito il mio sguardo; ho imparato ad apprezzare il non detto e a stare nei silenzi. Credo poi che il bilanciamento finale per me arrivi grazie all’ascolto e alla percezione che finalmente il racconto sia stabile nella sua - fluttuante - forma.
Mi soffermo ancora un attimo sulla scrittura. Per professione tu ti occupi di storie, a tutto tondo. Sei una scrittrice di racconti e romanzi (anche per l’infanzia), lavori su soggetti e sceneggiature per cortometraggi e film, ti occupi di editing e scrittura creativa. Ti va di raccontare ai nostri lettori come sei approdata alla scrittura e nello specifico al racconto e se in qualche modo sono tutti pezzi di un’unica modalità di guardare il mondo?
Alla scrittura sono arrivata un po’ per caso. All’inizio per me era soprattutto uno strumento per comunicare con gli amici: lunghe lettere, cartoline, quaderni-diario che ci si scambiava a scuola. Ho studiato musica a lungo, ma quando ho provato lo strumento della narrazione mi è piaciuto più degli altri. O forse mi sono piaciuta di più io, mi sono sentita più a mio agio. Anche se la musica resta un grande amore.
Ora per me la scrittura è diventata un modo per osservare con più attenzione quello che mi circonda, per sperimentare e anche per esorcizzare. Mi interessano i dettagli minimi, le atmosfere, le piccole discontinuità che si aprono nella vita quotidiana. Credo che sia da lì che nasce tutto il resto.
Il racconto è la forma che sento più vicina, anche come lettrice. Ho esordito con una raccolta di racconti ed è sempre a quella dimensione che desidero tornare. Amo la capacità della forma breve di concentrare energia, di lavorare per sottrazione. Detto questo mi diverte sperimentare anche altre forme narrative perché ciascuna mi costringe a pormi domande diverse e a trovare soluzioni diverse. Negli ultimi tempi sto lavorando sulla scrittura per la voce e per la radio. Ho una piccola rubrica, Ore d'ozio, su Radio Popolare, e trovo affascinante costruire testi che devono essere ascoltati, trovare un ritmo, una musicalità, un modo per creare immagini attraverso il suono della parola. Ma alla fine l’esigenza da cui parto è sempre la stessa, mi diverto a cercare storie nei luoghi più ordinari e osservare cosa accade quando qualcosa, anche impercettibilmente, cambia. Quindi sì, è proprio come dici, sono modi diversi di alimentare e soddisfare la stessa curiosità verso il mondo e verso le persone che lo abitano.
Tu hai anche una formazione da musicista, essendo diplomata al Conservatorio. Nei sedici racconti della raccolta ho avvertito un ritmo molto particolare, quasi una partitura fatta di pause e accelerazioni improvvise. In che modo la tua sensibilità musicale si intreccia con il tuo stile di scrittura e con il tempo della narrazione?
Mi fa davvero piacere che tu lo abbia notato perchè è un aspetto a cui tengo molto. Durante la revisione leggo sempre ad alta voce, mi aiuta a capire se una frase è troppo lunga, se un passaggio rallenta inutilmente, se un dialogo ha il ritmo giusto. A volte è la sensazione che ci sia qualcosa di stonato, una pausa nel punto sbagliato o che un personaggio si muova fuori tempo che mi suggerisce di intervenire sulla pagina.
Probabilmente questa sensibilità emerge anche nel modo in cui penso all’ordine dei racconti in una raccolta: li considero in virtù delle assonanze o dissonanze, tonalità, organico. In un certo senso penso alla sequenza come fosse una playlist o il programma di un concerto: cerco alternanze, contrasti oppure continuità, momenti di maggiore intensità e altri più sospesi.
Nelle tue storie l’elemento fantastico entra in scena in modo del tutto naturale. Che valore dai al fantastico? È un modo per evadere dalla realtà o, al contrario, il mezzo per vederla e comprenderla meglio?
Il fantastico mi interessa proprio perché permette di guardare le cose da un’angolazione diversa, di mettere in discussione ciò che appare ovvio e dare forma a paure, desideri o inquietudini che altrimenti resterebbero difficili da raccontare. Apre una piccola crepa sulla superficie della realtà: da un lato permette di guardarla meglio e dall’altro consente alla luce di filtrare.
Non è poi così importante stabilire se in queste storie un evento soprannaturale o fantastico sia realmente accaduto oppure no. Mi interessa ciò che produce nei personaggi, il modo in cui altera la loro percezione del mondo e mette in crisi ciò che consideravano stabile o normale. Molti racconti della raccolta nascono proprio in quello spazio minimo in cui il reale e l’immaginario, il visibile e l’invisibile, smettono di essere categorie nette. Anche in questo sento molto vicina una certa sensibilità giapponese, dove le zone liminali mi sembrano più porose.
Torna spesso in questi racconti l’infanzia, la preadolescenza. Cosa contiene quel momento che accende la tua curiosità di scrittrice?
L’infanzia e la preadolescenza sono età alle quali torno spesso, sia come scrittrice sia come lettrice. Mi sembrano momenti della vita in cui tutto accade e tutto è ancora possibile. Sono età in cui il mondo non è spiegato e proprio per questo trovano spazio interpretazioni alternative, intuizioni, fantasie, modi diversi di dare senso a ciò che ci circonda. Realtà e immaginazione convivono senza confini troppo rigidi. Ma sono anche gli anni in cui avvengono molti degli “incontri” destinati a segnarci: le prime scoperte meravigliose, le prime paure. Non penso a grandi traumi, ma a quelle incrinature, a quelle cicatrici sottili che diventano parte di noi. Fragilità e forza convivono e si scambiano posto di continuo.
La raccolta vive di una costante specularità geografica, muovendosi tra l’Italia e il Giappone e una certa atemporalità. Cosa comporta questa doppia dimensione in termini di scrittura? Mi verrebbe da considerarle come fili di un’unica trama, tu cosa ne pensi?
Anch’io le considero fili di un’unica trama. Per me Italia e Giappone non sono più due poli contrapposti, sono due prospettive che si arricchiscono e si trasformano a vicenda. Quando scelgo di ambientare una storia in Italia o in Giappone l'esigenza non è puramente scenografica. Scelgo un paese o l'altro perché sento che quel luogo, in quel momento, custodisce una tensione essenziale per la storia. E poi il fatto che un racconto sia ambientato in Italia o in Giappone non significa che appartenga esclusivamente a una di queste realtà: le esperienze, gli immaginari e le sensibilità si intrecciano. Con il tempo ho avuto l’impressione che i due paesaggi siano diventati parte di una stessa geografia interiore.
