Il Premio Ceppo Pistoia, attivo ormai da settant’anni, ha concretizzato la sua esperienza di ricerca e valorizzazione del racconto, con un’antologia che riunisce alcuni tra i maggiori vincitori del Premio. La raccolta si chiama Il penultimo scalino prima della fine, edito da Metilene edizioni.
Dieci autori per dieci racconti inediti: dalla scrittura falsamente “semplice” e ingenua di Ugo Cornia, indizio di una perizia artigianale e profondamente dialogica, alla capacità di cesellare parole e frasi di Pietro Grossi; dalla qualità di suspense che Loredana Lipperini fa sprigionare da una falsa impressione di banalità del quotidiano all’interrogazione di un altrove più antropologico che geografico di Marco Marrucci;
dall’attitudine situazionale e generazionale di Rossella Milone alla sottigliezza rischiosa del confine fra esperienze contrapposte di formazione di Letizia Muratori; dalla finezza drammatica e talora misteriosa della quotidianità di Antonio Pascale all’intensità immediata e potentissima della scrittura di Enrico Remmert; dalla credibilità metanarrativa esposta da Luca Ricci nel montaggio oltre il confine fra letteratura e vita alla rappresentazione del negativo attraverso il mistero di Giuseppe Zucco.
Cattedrale vi propone un’intervista a Paolo Iacuzzi, curatore dell’antologia, per scoprire il libro e il lavoro attorno alla forma racconto.
a cura di Debora Lambruschini
Vorrei partire da una riflessione prendendo spunto dalle parole di Letizia Muratori nell’intervista contenuta nel volume: Muratori, in merito al Premio Ceppo, parla di comunità; qualcosa in cui anche noi di Osservatorio Cattedrale crediamo fortemente, per le connessioni umane che si creano, online e in presenza, tra lettori e scrittori di racconti, in un dialogo costante, ricco, pieno di spunti. Come interpreta, dal suo punto di vista di direttore, questo aspetto, qual è la sua idea di comunità intorno al Premio?
L’idea di comunità che ho costruito in trent’anni di impegno riguarda i rapporti con gli scrittori e poeti che hanno vinto il premio, e ricordo che ogni anno almeno dalla cinquantesima edizione i vincitori designati dalla Giuria Letteraria sono stati tre, poi la Giuria dei Giovani Lettori ha assegnato e assegna ancora lei il Premio. Affidare al giudizio e la responsabilità di far assegnare ai giovani under 35 un premio ha creato fra gli scrittori e me, che oltre a scrittore (di versi in particolare) sono anche editor in una casa editrice e non solo un rapporto speciale e fiduciario, per cui i rapporti rimangono sempre cordiali malgrado spesso a distanza: talvolta alcuni vincitori sono entrati nella Giuria Letteraria in passato (vedi fra tutti il caso emblematico del compianto Vitaliano Trevisan) o nel presente (Luca Ricci, direttore del Ceppo Racconto, e Giuseppe Zucco), oppure sono stato testimone della nascita di nuovi libri e non solo di racconti, sui quali sono stato chiamato a esprimere delle valutazioni, oppure alcuni sono stati invitati a scrivere delle introduzioni con 10 parole chiave nella collana di classici “Passepartout” per Giunti editore (da ultimo Luca Ricci, ma anche Giuseppe Zucco, Luca Doninelli, Marta Morazzoni e così via). Insomma è l’idea di una condivisione di un progetto anche editoriale sulla riflessione sul racconto, di cui il libro Il penultimo scalino prima della fine è solo la punta di un iceberg: per esempio, le tre parole chiave che ciascuno scrittore ha indicato sono state chieste, nel corso degli anni, anche ad altri vincitori, e spesso le riflessioni sono state pubblicate da Gloria Piccini (figlia di Leone, fondatore del Premio) sulla rivista on line “SuccedeOggi”. Quindi il Ceppo vuol porsi più come una “factory”, un laboratorio aperto di riflessione e produzione (ricordo anche che molti scrittori ci hanno “regalato” nel tempo degli inediti, alcuni pubblicati nei loro successivi libri ma altri rimasti tali e che gelosamente conservo in attesa, chissà di una futura edizione) più che un momento meramente celebrativo, fine a sé stesso.
In merito ai pregiudizi sul racconto, secondo lei qual è il nodo cruciale? La situazione è senza dubbio complessa e, come diceva anche Rossella Milone nel suo intervento, coinvolge tutta la filiera editoriale. Quale dunque il punto più problematico e urgente a suo avviso?
Il punto più urgente è il sostegno concreto, anche istituzionale, che dovrebbe essere dato a questa forma primaria di narrazione fin da piccoli: “forma primaria”, la chiamo, anche perché lo sviluppo primario dell’intelligenza di una persona riguarda lo sviluppo della sua capacità di raccontare. Detto questo, lo sviluppo di questo bisogno primario dovrebbe essere al centro dei programmi di lettura e di scrittura dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado, al centro dei programmi non solo della lingua italiana ma anche delle altre discipline (ma è un discorso complesso che meriterebbe approfondimenti), ma al centro anche dell’intero arco di vita di un lettore, con una “manutenzione” continua. L’attenzione preminente alla forma del racconto come fulcro dell’educazione permanete di giovani e adulti dovrebbe spingere a far sì che anche il racconto come genere letterario, ma fra fiction e non fiction che è secondo me il vero motore della scrittura narrativa, possa essere guardato e letto in maniera diversa e con motivazioni più profonde dai lettori: anzi, l’attenzione alla formazione di lettori di questo tipo dovrebbe essere al centro dell’azione educativa, ripeto, rivolta non solo ai giovani ma anche e forse soprattutto agli adulti, che dovrebbero mantenere e sviluppare questa radice fondata nella giovinezza e che tuttavia non si è sviluppata in pianta nell’età adulta. Occorre quindi un’opera di crescita e manutenzione di questa radice del racconto: insieme alle altre piante, romanzo, teatro, poesia ecc. formerebbe un’ecosistema più equilibrato e sostenibile della foresta che dovrebbe abitare ogni lettore. Senza l’azione congiunta dei sistemi educativi, culturali, editoriali, istituzionali in questo senso non solo il racconto in quanto genere resta improduttivo (e quindi non letto, non comprato, non edito) ma perde quel valore primario di necessità, di riflessione profonda del sé perché capace di mettere in gioco i meccanismi profondi della personalità di ciascuno, meccanismi che molto spesso sono bloccati. Capisco che la mia sia una visione radicale e forse utopica, ma gli intellettuali sul “campo” dovrebbe ro servire anche a questo.
Si dice spesso, tra critici e teorici della letteratura, che il racconto è in un certo modo assimilabile alla poesia: con lei abbiamo un punto di vista privilegiato, data la sua lunga esperienza come poeta e critico letterario. Cosa pensa di questo legame tra racconto e poesia?
Personalmente ritendo che la migliore poesia del Novecento ed oltre sia quella in cui il poeta non rinuncia a un filo narrativo, per cui sono interessato ai poeti epici e alle sperimentazioni in questo senso dell’esperienza individuale dentro un contesto della storia famigliare e della Storia. Credo di averlo dimostrato, interrogato da Michele Bordoni nel libro che raccoglie i miei quarant’anni di scrittura, Peste e guerra. La poesia non salverà la vita (Interno Poesia, 2022). Il corto circuito fra storia individuale e storia collettiva è ciò che porta avanti la mia scrittura, e il racconto, la fiaba, il mito e l’arte intersecano la mia esperienza personale, per cui il poeta è il testimone di qualcosa che va oltre il tempo, pur restando nel proprio, per quello sguardo di profezia del futuro, a partire dalle rovine del passato e dalle viscere del presente.
Resto ancora un momento sulla sua esperienza: in che misura, se accade, la densità del linguaggio poetico influenza la sua visione del racconto, dentro e fuori dal Premio?
Personalmente prediligo quegli scrittori di racconti in cui è la poesia a strutturare il discorso narrativo. Nel libro uno di questi è Giuseppe Zucco, la cui scrittura muove sempre dalla citazione di un poeta, ma tutti e dieci gli scrittori intrattengono un rapporto fondante con la poesia, ma non sarebbe agevole qui dilungarsi in analisi specifiche. Penso che il lettore possa capirlo anche da solo: la scelta di questi scrittori è fatta da un poeta, e questo credo che si avverta, come anche questa l’attesa della fine, il senso di sospensione delle vite che ho chiamato “religione dell’attendere”, questo esorcismo della fine sul quale in questo nostro tempo, epico e drammatico insieme, di nuove “pesti e guerre” forse lo scrittore di racconti è come una Sherazade di fronte al sultano, essendo quindi il racconto in sé, o almeno quello che prediligo, un esercizio all’infinito del rimando della fine. Spesso, infine, le motivazioni agli scrittori inseriti nel libro sono state scritte da poeti, come nel caso di Milo De Angelis, Alberto Bertoni e Martino Baldi, oltre che da me. E questo la dice lunga sul fatto che la Giuria Letteraria del Premio ha al suo interno poeti e scrittori fra i membri, e questo necessariamente ne orienta le linee di un “dialogo fra racconto e poesia” che credo sia la carratteristica nel tempo del Premio Ceppo.
Quanto è mutato il Premio Ceppo negli anni, quali sfide si pone per il futuro?
Il Premio Ceppo nel 2006, sotto la mia direzione, ha aperto nuove strade dando un riconoscimento alla letteratura per i più piccoli attraverso l’istituzione del Premio Ceppo per l’Infanzia e l’Adolescenza (scrittori che oltre a scrivere talvolta si sono apertamente schierati a sostegno dei ragazzi), vinto quest’anno da Silvia Vecchini a cui è stato collegato il Premio Ceppo Ragazzi per le recensioni animate e le parole per star bene: partendo da un libro o arrivando a un libro (ma anche a un film, una canzone ecc.) al centro è sempre la narrazione di una esperienza esemplare di vita, mai fine a sé stessa. In questo senso la sfida più grande è fronteggiare l’intelligenza artificiale, che ormai non può essere eliminata dall’elaborazione della scrittura, ma i ragazzi devono utilizzarla per mettere a frutto questa esperienza profonda del sé. La stessa cosa avviene con i ragazzi più grandi, delle secondarie di secondo grado, col Premio Ceppo Giovani sempre con le recensioni sui libri e gli elaborati sulle parole chiave: il collegamento è con scrittori e poeti vincitori dei Premi Ceppo Pistoia Capitale del Racconto o della Poesia, e dei premi Ceppo Internazionale Racconto o Poesia, quest’anno rispettivamente vinti da Romana Petri e Mathias Énard (negli anni alcuni di loro hanno scritto delle lezioni che prima o poi dovrò decidermi a raccogliere in volume). Il coinvolgimento dei ragazzi e dei giovani è fondamentale nel nostro progetto educativo, al quale aderiscono oltre 50 insegnanti e oltre 1000 ragazzi e giovani ogni anno. La sfida è ampliare questi laboratori, e in particolare attraverso l’uso e la riflessione sulle nuove tecnologie col Laboratorio Ceppo Podcast e l’uso delle tecniche teatrali col Laboratorio Ceppo Ad alta voce, due esperienze che quest’anno per la prima volta abbiamo realizzato. Il Premio Ceppo si è sempre di più caratterizzato come una officina editoriale di riflessione sul racconto e la poesia, per cui nel tempo sono stati pubblicati libri come questo per il 70° anniversario: ho cominciato già trent’anni fa, nel 1996, col libro Il tempo del Ceppo: il dialogo fra racconto, poesia e critica (Giunti Editore) in cui raccolsi i racconti e una parte delle poesie vincitrici nei primi 40 anni del Premio. Nel frattempo, la presenza sui social è aumentata con il rafforzamento quest’anno dei canali Instagram e Tik Tok rivolti ai giovani, e una sostenuta promozione del Focus sul racconto che questo libro ha inaugurato (che gentilmente Osservatorio Cattedrale si è impegnato a riprendere e a rilanciare, Focus sul racconto che interesserà anche i tre scrittori finalisti di questa edizione che il 10 maggio si sfideranno per il Premio Ceppo: Marta Cristofanini, Helena Janeczek, Matteo Terzaghi, tre nomi diversissimi fra loro per nazionalità, esperienze, età e scrittura che solo il Premio Ceppo, fuori da ogni logica corporativa, ha saputo selezionare. Un aspetto importante sono appunto oltre alle sopra menzionate lecture Ceppo Ragazzi e Ceppo Giovani affidate a scrittori italiani, quelle scritte da scrittori e poeti stranieri, che spesso hanno visto pubblicazioni autonome col marchio Premio Ceppo oppure ospitate da case editrici come Interno Poesia all’interno di libri con poesie appositamente tradotte per il Premio. Altre volte queste lezioni sono state pubblicate su periodici prestigiosi come “Semicerchio. Rivista di Poesia Comparata” diretta per molti anni da Francesco Stella oppure, on line, su “SuccedeOggi” diretta da Gloria Piccioni, figlia di Leone fondatore del Premio Ceppo. Insomma, una attività di produzione editoriale, che nel futuro prossimo si rafforzerà attraverso la raccolta di queste lezioni in volumi, per fare il punto anche sulla letteratura per ragazzi, la poesia, la narrativa anche non fiction e così via. Infine, tra le pubblicazioni si segnalano recentemente quelle sulle sette opere di misericordia corporale (tema del Fregio dell’ex spedale del Ceppo a Pistoia in ceramica invetriata di scuola robbiana) dei vincitori della 68esima e 69esima edizioni in questi due volumi: Nelle sue mani (Interno Libri, 2024) a partire dalle riflessioni di Mircea Cartarescu e Il riparo delle sillabe e delle parole (Premio Ceppo, 2025) a partire da una riflessione del poeta iraniano Garous Abdolmalekian.
Dirige il premio da trent’anni, le va di segnalarci tre racconti (uno per ogni decade) che non hanno vinto ma che le sono rimasti particolarmente impressi, che a suo parere hanno comunque segnato un punto importante nella letteratura italiana contemporanea?
Premetto che lo dirigo “solo” da 20 anni, ma sono nella Giuria Letteraria da 30. Dal 1996 al 2005 i presidenti sono stati Pie3ro Bigongiari e Leone Piccioni. Con l’avvento al Premio feci subito parte anche dell’Accademia Pistoiese del Ceppo (negli anni questa dicitura si sarebbe trasformata fino ad arrivare all’attuale “Accademia Internazionale del Ceppo – Ente di Promozione Sociale”). La mia entrata fece sì che la Giuria popolare, che allora eleggeva il vincitore del Premio Ceppo Proposte (poi abolito) e oggi elegge il vincitore del Premio Ceppo fra tre finalisti vincitori, designati dalla Giuria Letteraria, venisse abbassata d’età agli under 35, potenziando l’azione educativa e dando responsabilità alle giovani generazioni. Detto questo, sceglierò “solo” due nomi e due racconti di scrittori che non sono stati premiati dalla Giuria prima Popolare e poi dei Giovani Lettori (ma credetemi ce ne sarebbero molti altri, molti li ho già inseriti nell’antologia: Ricci, Milone, Cornia, Muratori, Remmert (sono esattamente la metà). Uno è Michele Cocchi (scomparso prematuramente alla fine del 2024) che alla 50esima edizione partecipò e non vinse con il racconto La bambina dagli occhi di vetro, pubblicato sulla rivista pistoiese “Paletot” (allora il Ceppo Proposte premiava il più bel racconto del biennio), poi confluito in Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot 2009) col titolo Gli occhi come due bottoni di vetro: nella motivazione allora scrivevo che “il suo racconto ha già la potenza espressiva di colui che sa tessere una trama semplice nell’ordito ma dal ricamo difficile. Lo stile asciutto e rastremato, fino a farsi snervante per il segreto insopportabile che man mano viene alla luce, fa della paratassi un’arte della miniatura smaltata in un segreto silenzioso, detto e non detto, sullo sfondo di una televisione accesa sulla quale scorre il contraltare, ben più insopportabile, della pubblicità”. Il secondo scrittore è Vitaliano Trevisan, che per un’edizione (la 56esiema) è stato anche membro della Giuria Letteraria. Entrò nella terna finalista nella 54esima edizione (2009) con il libro Grotteschi e arabeschi (Einaudi 2009): fra i suoi racconti, Milo De Angelis nella motivazione indicò il suo capolavoro: “Madre con cuscino, dove un’adolescenza vissuta sull’orlo dei pozzi s’intreccia a scorci di odio parentale. Al capezzale della madre moribonda – che obbliga tutti a un’infinita veglia funebre – si riunisce una famiglia dispersa e si delinea frase dopo frase l’oscuro patto di sangue e di orrore tra madre e figlio, tra le antiche stagioni e quella presente. E tutto si accampa su un’eterna campagna veneta, paesaggio consueto e allarmante di Trevisan, con la litania della pioggia, il suo torbido richiamo, le cadenze dialettali, la cantilena che segretamente prepara uno scacco del respiro. Essendo entrambi scomparsi, non sono stati da me inseriti nel libro Il penultimo scalino prima della fine, ma degnamente vi avrebbero potuto figurare: saranno oggetto di attenzione ai primi di novembre nell’ambito di una manifestazione sul racconto nei primi 25 anni del nuovo millennio che si svolgerà a Pistoia.
