La prima volta
di Marilena Mattiazzi
C’era il gruppo delle Grandi e quello delle Piccole. Due compartimenti stagni che si studiavano sì con curiosità ma senza particolare invidia né antagonismo, ché appartenere all’uno o all’altro era un fatto ineludibile – come un’investitura divina – dovuto all’età o, più precisamente, alla frequentazione scolastica: finché eri alle elementari eri una Piccola, nel passaggio alle medie diventavi una Grande.
Perciò le giornate scorrevano, nel perimetro di ogni singolo gruppo, con regole e ritmi immutati nel tempo, senza che mai nessuna avesse osato o anche solo pensato di varcarne i confini. Nessuna tranne Clara.
Giunta in collegio pochi mesi prima, aveva prontamente capito che molte cose le sarebbero state strette: certo alcune non avrebbe potuto cambiarle ma per altre, che proprio non le andavano giù, si era messa in testa che ci avrebbe provato.
Così come una promessa sposa si aggira per negozi di liste nozze anelando suppellettili (molti anni dopo lei avrebbe scelto un’agenzia viaggi), così Clara cominciò a vagare giorno dopo giorno dal refettorio alla sala ricreazione e da un gruppo all’altro aspettando il momento più opportuno (il che aveva molto a che fare con il suo coraggio) fino a quando una sera – dall’alto dei suoi otto anni – piantò occhi limpidi e sfacciati in faccia alla Grande prescelta e disse sicura: «Potresti cedermi il tuo turno piatti?»
Le ciarle, le risate, i piccoli bisticci che in quel momento cinguettavano nell’aria si quietarono di colpo, e i respiri sospesi all’unisono, e gli occhi e le bocche spalancati increduli, in attesa.
Dopo la scuola e i compiti e i pasti e le preghiere, molte delle faccende domestiche erano demandate dalle suore alle ragazze – con mansioni e turni settimanali precisi e dedicati – affinché imparassero a svolgerle nel migliore dei modi e un domani, naturalmente dedite al focolare, non cedessero alla tentazione di diventare delle perdigiorno.
«Ma tu sei una Piccola, non puoi girare su quel turno».
Clara, il fuoco dentro e immobile fuori, era pronta a fare la sua lotta.
«Lo so, ma io per esempio odio stirare, facciamo cambio» (lo avrebbe odiato per tutta la vita).
«Non arrivi neanche al lavatoio, se cade un piatto gli altri seguono e ti sotterrano».
«Se è per quello non arrivo neanche al tavolo da stiro. E se mi tiro addosso quel ferro pesante e bello caldo? Qualcuno mi sa spiegare, ma bene bene bene, perché è meno pericoloso e le Piccole lo possono fare?»
Anita, la Grande, la guardava di sottecchi, curiosa e divertita da quello scricciolo che se ne stava lì di fronte a lei con le mani sui fianchi e lo sguardo sfrontato e, ne convenne, con una buona dose di ragione. Sciolse le sue braccia conserte e allungando la mano invitò Clara a stringergliela: «Affare fatto».
Fu una liberazione, un tripudio di applausi grida e abbracci: il muro era infranto, Clara era accerchiata e coccolata dalle Piccole, e anche le Grandi si complimentavano per l’accordo, nell’aria una scarica elettrica di cose nuove.
Suor Maria dal canto suo ebbe un sussulto: totalmente sorda alla trattativa, era rimasta imbambolata davanti alla televisione, occhi lucidi e gote arrossate di fronte a quel prete così bello che si innamorava e si dannava per l’eternità.
«Su, su bambine, silenzio! Che succede? Forza che si va a dormire» e come una chioccia spinge i pulcini con piccoli colpi della mano sui loro sederotti le invitava ad uscire dalla sala e le orientava verso la scala.
In un tacito accordo, nessuna fiatava; pensavano che se nei giorni successivi si fossero limitate a qualche piccolo scambio senza troppe parole le suore non se ne sarebbero accorte per un bel po’.
In effetti così andò, anzi Suor Anna, addetta alla cucina, cominciò ad apprezzare tanto Clara che – al contrario di molte sue compagne – finito di lavare i piatti si metteva anche a ritirarli nelle varie credenze come se per lei fosse un gioco.
«Padre Figlio Spirito Santo, fa che domani ritorni il mio canto.
E tutti i Santi del Paradiso, grazie perché anche oggi ho sorriso. Mio piccolo dolce Bambin Gesù, fa che non bagni il letto mai più.
E cari Gesù Giuseppe Maria, fa che la mamma mi porti via».
Inginocchiata ai piedi del letto Clara si era sbrigata a recitare le sue preghiere inventate e, una volta sotto le coperte, stentava a prender sonno, incredula e orgogliosa: fuori dal collegio (nella sua vita precedente) aveva passato un lungo periodo senza parlare, soprattutto a scuola, tanto che le maestre avevano convocato sua madre per chiederle se fosse muta o altro; «È solo spaventata»
«La porti dal dottore», il quale dottore – anziano, burbero e paterno – aveva sentenziato «Senti a me: andatevene da quella casa e vedrai che parlerà».
Dalla storia dei piatti – così sarebbe poi stata raccontata nel tempo – Clara aveva acquisito un certo prestigio all’interno del proprio gruppo e il suo parere era richiesto con una certa costanza: per ogni piccola diatriba, per quali giochi fare il pomeriggio o la sera, per l’ordine della fila nel tragitto fino a scuola, cose così, ma anche per organizzare qualche ribellione Piccole e Grandi insieme contro regole stabilite, ché l’unione fa la forza, ad esempio sugli orari o sul cibo o su cosa poter guardare in tv; e naturalmente come ogni regina che si rispetti aveva anche le sue Fedelissime che – tra pettegolezzi adulazioni e gelosie – mal volentieri la lasciavano andare. Perché soprattutto aveva conquistato Anita.
Diventarono inseparabili, per i giorni o le ore in cui Anita era presente in collegio, perché lei non era un’ospite fissa ma un’esterna, assimilata al gruppo delle Grandi anche se ormai da un anno frequentava le superiori e godeva di una certa libertà.
Suo padre, un nobile decaduto impegnato in campo diplomatico, aveva ancora il cuore stregato da quella popolana di sua madre che aveva sposato contro ogni convenzione e ancora la voleva al suo fianco quando viaggiava per il mondo; anche Anita li aveva seguiti per parte della sua vita ma raggiunta un’età in cui la formazione richiedeva un po’ più di costanza e stabilità, la soluzione del convitto aveva messo tutti d’accordo: genitori, istitutore, tata e Anita stessa, a cui un po’ mancava metter su radici.
C’era la scuola, che le teneva lontane (addirittura Anita prendeva l’autobus per raggiungere la città vicina), così come altri momenti tipo i compiti in sale studio separate o la notte in dormitori su piani diversi, ma quando gli spazi diventavano comuni Clara brillava agli occhi di Anita nella sua vivacità inattesa quanto incontenibile, e nella sua capacità di calamitare il gruppo; così come Anita catturava lo sguardo di Clara con quei lunghi capelli rossi e la pelle opalescente, e quel seno già morbido su cui – soprattutto la sera in quel tempo sospeso tra la cena e il sonno – la Piccola poteva appoggiare la testa, una volta acciambellata sulla sedia vicina, a recuperare una sicurezza ancestrale. Così abbracciate, parlavano fitto fitto di case abitate, sogni e segreti, di un nonno garibaldino a cui Anita doveva il nome e le canzoni di Guccini, di una nonna che invece Clara non l’aveva voluta tenere e lei chiamava la megera; di guai che insieme avrebbero potuto combinare; della vita di Anita fuori dal collegio, che andava anche a equitazione, dove c’era Gianni che le piaceva ma «mi raccomando non dirlo a nessuno» «ma sei matta, giurin giuretta»; e poi arrivava Suor Maria «cosa fate lì, così morbose, sempre addosso sempre appiccicate, non sta bene!» e le strattonava lontane e le fedelissime di Clara che assistevano con soddisfazione.
Accadde poi la storia della frutta.
La mamma di Clara in una delle sue visite le aveva portato un’enorme scatola con su scritto Esercito Italiano e che invece proveniva dall’ospizio in cui lavorava: conteneva gallette per la colazione finalmente non stantìe e belle croccanti; Clara le custodiva gelosamente nel suo armadietto e ne tirava fuori a piccole porzioni nei giorni di festa o in quelli in cui era più triste, e in quelle occasioni ne offriva volentieri – ché non era tirchia, voleva solo durassero a lungo – ad Anita, alle Fedelissime o a qualche compagna che in alcuni momenti sembrava averne bisogno più di altre.
Una mattina Clara aprì l’armadietto ma la scatola era sparita; fece finta di nulla ma nel raggiungere la sua tavolata scrutava con sospetto ogni postazione, ogni viso delle sue compagne e se ne convinse: nessuna di loro poteva averle fatto un torto simile e nessuna di loro era riuscita a dissuaderla dall’idea che c’entravano quelle arpie delle suore, che le avevano risposto con sufficienza: «Le avrai finite!»; così decise di verificare con un’incursione alla dispensa a cui non avevano accesso. Serviva un piano d’azione: ogni momento libero era utile per raggrupparsi con le Fedelissime per escogitarlo, e tra un suggerimento, un diniego, una distribuzione di compiti, un ‘così funzionerà’, si decise per una missione notturna.
La sera stabilita, se ne andarono a dormire lanciandosi segni d’intesa, ma quando Clara – caduto il buio e il silenzio più profondo in camerata – si alzò per chiamare le complici, una si tirò il lenzuolo sulla testa bofonchiando qualcosa nel sonno e l’altra le disse: «Non credevo facessimo sul serio, lasciamo perdere». Mammolette, pensò.
Salì al piano superiore, dove invece Anita aspettava puntuale e silenziosa appena oltre il pianerottolo. E guardinghe percorsero il corridoio fino a raggiungere la porticina che dava sulla scala di servizio e che mai avevano attraversato ma sapevano portare proprio lì dove volevano andare.
Clara tirò fuori il passe-partout trafugato dal portachiavi appeso in cucina non appena aveva visto che la testa di Suor Anna – adagiato il suo posteriore, voluminoso al punto da far scomparire la sedia vicino alla stufa, cullata dall’acciottolio dei piatti – era definitivamente crollata, senza più rimbalzi, sul suo grande seno. Anita si era procurata una piccola torcia nel fine settimana a casa («Dove vai con quella?» «Mi serve») e così cominciarono quella che sembrava una discesa agli inferi in mezzo a muri scrostati che a tratti dal buio restituivano fiammelle dalle forme inquietanti; eppure, non potevano permettere che le loro paure causassero alcun rumore.
L’ultimo scalino le portò direttamente in dispensa e, ai loro occhi increduli e meravigliati tanto da cercare l’interruttore della luce all’unisono, apparve un tesoro di frutta lucida e colorata che pareva martorana tanta era la perfezione: un tripudio di fragole e pesche e ciliegie e albicocche, persino l’anguria, che riscattavano mesi, anni di privazioni nel mangiare in qualsiasi stagione mele gialle raggrinzite.
E chi ci pensava più alla scatola di biscotti!
«Ma tu guarda ’ste stronze», e poi non ci fu più bisogno di parlare.
Clara e Anita si misero a lavorare alacremente e in men che non si dica, in una spola rapida e precisa da dispensa a refettorio, preparano un piatto per ogni posto a tavola con porzioni di frutta miste e generose e altrettanto rapidamente risalirono le scale per tornare trionfanti nei loro letti per il resto della notte.
A colazione fu un delirio. Le ragazze tutte ridevano e urlavano e addentavano frutta e battevano posate sui bicchieri, comprese Clara e Anita e le Fedelissime. Le suore si aggiravano tra i tavoli come cornacchie, tra veli svolazzanti e voci stridule: «Chi è stata?» «Sarete punite tutte!» «Mai più ricreazione» «Fate vergognare i vostri genitori» e via così, mentre la Madre Superiora osservava la scena dall’ingresso con occhi indagatori e pronti a carpire ogni piccolo svelamento. Poi il dovere della scuola rimandò le indagini e l’euforia e la soddisfazione di Clara si raggelarono nell’incrociare lo sguardo torvo delle Fedelissime, da cui non sapeva cosa aspettarsi.
Passarono alcuni giorni di convocazioni, interrogatori, minacce, nomi sussurrati, sguardi ammirati, sguardi dubbiosi e poi la consuetudine riprese il suo corso. Solo Clara era inquieta.
Fu un giovedì sera, la serata delle scenette.
Le Fedelissime si offrirono volontarie dicendo di avere un loro canovaccio da seguire e nessuna obiettò, compresa Clara che di norma organizzava il programma.
Cominciarono mimando una cavalcata a due, cloppete cloppete, parlando del più e del meno e del tempo; poi si fermarono in quella che all’improvviso diventava una radura e con grazia si sdraiavano una accanto all’altra, tirando su una coperta immaginaria… poi una si alzò e declamò con voce stentorea: «Anita bacia Gianni con la lingua e dice che sa di rum e tabacco».
Inchino, fischi, applausi.
Clara seppe così che avevano letto il suo diario segreto.
Anita a ottobre non tornò: si diceva che avesse ripreso a viaggiare con i genitori ma qualcuna diceva di averla intravista in paese.
Clara smise nuovamente di parlare.
«Padre Figlio Spirito Santo, questo è il mio posto, giusto in un canto.
E tutti i Santi del Paradiso, so che non merito il suo sorriso.
Mio piccolo dolce Bambin Gesù, fa che non possa tradire, mai più.
E cari Gesù Giuseppe Maria, fate che la morte mi porti via».
Tratto da Trenta Cartelle, edito da LiberAria.
