Una coltre di verde, i racconti di Eudora Welty

Dall'11 Maggio 2017 è in libreria Una coltre di verde, di Eudora Welty, pubblicato da Racconti edizioni. Un libro importantissimo, per la prima volta tradotti in Italia i racconti di una grande scrittrice, ispiratrice di Alice Munro. 

Pubblichiamo la prefazione di Katherine Anne Porter, per gentile concessione dell'editore.


Due anni e mezzo fa, amici comuni sono venuti a trovarmi in Louisiana e mi hanno portato Eudora Welty per la prima volta. Era piena estate, faceva caldo, e loro si erano fatti tutto il viaggio in macchina dal Mississippi, dove Miss Welty è nata e cresciuta. È stata una serata piacevole, passata a chiacchierare al fresco della vecchia casa con tutte le finestre spalancate. Miss Welty, come certamente ha fatto in tante occasioni simili, se n’è rimasta seduta ad ascoltare. Allora come oggi era una ragazza silenziosa, dall’aria tranquilla e riservata, e al contrario del giovane inglese del racconto, qualche buon motivo per essere riservata ce l’ha davvero, come dimostra Una coltre di verde. A sentir lei, della sua storia personale non vale realmente la pena di parlare – fatto di per sé già abbastanza sorprendente.
«Non faccio alcun tipo di vita letteraria» ha scritto una volta, «non è granché come confessione, magari. Ma sento che le persone e le cose che amo appartengono alla vita reale, e su questo non ho dubbi… Non sarei in grado di vivere una vita letteraria.» Miss Welty si abbevera alla fonte che le è più consona: la sua vita non solo le è bastata, ma è stata precisamente ciò che le serviva. Ha cominciato a scrivere spontaneamente da bambina: è nata scrittrice. Ha continuato senza progettare di farne una professione, senza alcun tipo di incoraggiamento e, come si è visto, senza neppure sentirne la necessità. Per parecchi anni ha creduto che avrebbe finito col fare la pittrice, e si è dedicata con zelo alla pittura continuando a scrivere senza nessuna fatica. Aveva a portata di mano la tipica biblioteca che immancabilmente si ritrova in certe famiglie del Sud e così, prima ancora di rendersi conto di cosa stesse leggendo, aveva già passato in rassegna tutti i classici, le storie e le favole greche e romane, e poi Shakespeare, Milton, Dante, gli inglesi del Settecento e i romanzieri francesi dell’Ottocento, con una spruzzata di Tolstoj e Dostoevskij. E quando scoprì la letteratura contemporanea, era proprio nell’età giusta per cogliere W.B. Yeats e Virginia Woolf nell’aria attorno a lei. 
Ma da quando ha iniziato e sino a oggi, la costante è stata il suo amore per i racconti popolari, le fiabe, le vecchie leggende; le piace ascoltare le canzoni e le storie di chi vive in comunità antiche dove la cultura si raccoglie e si tramanda oralmente. Poiché non andava di fretta, Miss Welty aveva già ventisei anni quando inviò il suo primo racconto – Morte di un commesso viaggiatore – al direttore di una piccola rivista senza i mezzi per pagarla, essendo lei stessa convinta che nessuno le avrebbe mai offerto denaro per un suo racconto. La rivista era Manuscript, il direttore John Rood, che accettò volentieri lo scritto. Piuttosto meravigliata, la volta successiva Eudora ci provò con la Southern Review, dove venne accolta con un grande entusiasmo e incontrò il favore duraturo di Albert Erskine, che l’ha sempre considerata un po’ una sua scoperta. Il racconto era Un pezzo sul giornale, e fu seguito da altri pubblicati sulla Southern Review, sull’Atlantic Monthly e su Harper’s Bazaar. Da allora Miss Welty non è mai stata trascurata, mai incompresa, e per questo si considera semplicemente fortunata. Ha scritto a un’amica: «Quando penso a Ford Madox Ford! Ricorderai che gli facesti il mio nome, e che lui cercò in ogni modo di trovarmi un editore proprio nel suo ultimo anno di vita; e mi scriveva una quantità biglietti carini, e dedicava tutto il tempo che aveva alla sua piccola nidiata di scrittori promettenti, la classica cosa che poteva andare avanti per sempre. Ho letto una volta sulla Saturday Review un suo articolo su chi e come veniva trascurato dagli editori; mi usava come esempio preso a caso e chiudeva il suo lamento dicendo: “Cosa succederà alla letteratura di entrambe le sponde anglosassoni, se andiamo avanti così?”. Non ti sembra una cosa meravigliosa, e proprio tipica di lui? Forse ha colpito più me, rispetto ad altri lettori che lo conoscevano meglio. Io non lo conoscevo, ma ho capito che era una cosa da lui. E adesso eccomi qui, è finita che non sono affatto una promettente scrittrice martire, bensì una a cui ha arriso tutta la fortuna e le cose belle che Ford rimproverava al mondo di volermi negare, a me e agli altri come me». 
Poi però c’è una trappola appena dietro l’angolo, e tutti gli scrittori di racconti sanno di cosa si tratta: il Romanzo. Il romanzo che ciascun editore spera di ottenere da ogni scrittore di racconti di un qualche talento e che alla fine, nove volte su dieci, riesce a ottenere. Gli editori le hanno già detto: «Dacci un romanzo, e poi ti pubblicheremo i racconti». È una specifica trappola destinata anche ai poeti, benché un bravo poeta possa e il più delle volte riesca a scrivere un bel romanzo. Miss Welty si è già cimentata con i romanzi: laboriosa, corretta e innocente com’è, ha pensato di poter essere nel torto a rifiutare, visto che così tante autorità del campo le dicevano che quello era il passo successivo. Ma non è il passo successivo, neanche un po’. Eudora Welty può tranquillamente diventare una maestra del racconto breve, e in Una coltre di verde ve ne sono di pressoché perfetti. La sua è una forma letteraria precisa e difficile, e al contrario di quel che vorrebbe una diffusa e popolare superstizione, non risponde a formule che si possano apprendere per corrispondenza. Naturalmente non c’è nulla che possa impedire a Miss Welty di scrivere romanzi, se lo desidera o ritiene di esserne in grado; dico solo che ora come ora il suo dono, vivido e florido, non ha bisogno di assoggettarsi a richieste del tutto artificiose e di adeguarsi alle convenzioni. È vero che il pubblico dei racconti è più esiguo di quello dei romanzi; ma non mi pare una buona ragione per privare quella minoranza di qualcosa. Mi torna in mente un lettore che scrisse a un editor lamentandosi che non gli piacevano le raccolte di racconti, perché non appena si era abituato a una certa atmosfera o sensazione, subito era chiamato a passare a un’altra. Se questa è un’obiezione di qualche rilievo, allora possiamo applicarla anche alla musica: potremmo paragonare il romanzo a una sinfonia, e una raccolta di racconti a un bel recital concertistico. In ogni caso, il lettore che protestava non è il nostro, ma i nostri esistono e certamente crescerebbero di numero, se crescesse la qualità e il numero dei racconti che si pubblicano. 
 

Le storie di Una coltre di verde offrono una gamma straordinaria di stati d’animo, ritmi, toni e varietà di spunti. La scena si limita a una cittadina che l’autrice conosce bene, o quantomeno non oltrepassa mai i confini dello Stato, e molti fra i suoi personaggi sono gente con cui uno di Boston non vorrebbe aver mai niente a che spartire. Lily Daw è una ragazza ritardata, preda del controllo sociale rappresentato da un gruppetto di signore benintenzionate che hanno fatto della sua cura una missione, a dispetto di ogni conseguenza. Keela, l’indianina reietta, è in realtà un negretto zoppo, e rappresenta quel genere d’uomo che Yeats avrebbe definito sventurato: uno le cui esperienze risultano più importanti di lui, che è totalmente incapace di comprenderle. Anche se il vero sventurato, in questa vicenda, è il ragazzo bianco e ignorante che senza colpa ha assistito ai torti procurati al negretto, e che per motivi assai XIII complessi scoprirà non solo che nessuna riparazione è possibile, ma che la vittima nemmeno la desidera. La protagonista di Com’è che abito all’ufficio postale è un terrificante spettro di famiglia, ma durante la lettura è divertente da matti. Nel primo gruppo – giacché queste storie si possono blandamente suddividere in tre livelli separati – lo spirito è satirico e la chiave è la commedia nera. Tra questi, L’uomo di pietra costituisce un eccellente studio clinico della volgarità: una volgarità assoluta, chimicamente pura, esposta senza misericordia nei suoi ultimi recessi subumani. Ottusità, amarezza, rancore, autocommiserazione, bassezze di ogni tipo possono essere materia interessante, per una storia, purché non siano anche gli elementi principali nella testa dell’autore; ma non c’è nulla di neppure lontanamente volgare o frustrato nel pensiero di Miss Welty, che è semplicemente dotata d’occhio e orecchio acutissimi, scaltri e affidabili come un diapason. E infatti è riuscita a regalare a questa breve storia tutta la sua verve e il suo spirito di osservazione, il suo umorismo feroce e la crudeltà necessaria; perché in lei non alberga né la debole tolleranza né il sentimentalismo verso i sintomi del male che portano a una collusione criminale tra autore e personaggio. L’utilizzo di questo materiale innalza questa breve storia sordida e terribile a un livello superiore rispetto al suo habitat naturale, e il realismo dei suoi tratti arriva a essere caricatura, come spesso accade con il realismo assoluto. Tuttavia i mostriciattoli umani di Miss Welty non sono affatto caricature, ma individui presentati in maniera limpida e precisa: probabilmente un ottimo argomento in un ideale processo al realismo, se proprio volessimo affrontarlo. Miss Welty fa addirittura meglio su un altro piano – per la ragione non trascurabile che i suoi temi sono ben più ricchi – in storie del calibro di Morte di un commesso viaggiatore, Un ricordo e Un sentiero battuto. Mi si lasci confessare una preferenza tutta personale per questo tipo di racconti, in cui l’azione esterna e la muta vita interiore dell’umana fantasia si incontrano e si confondono, quasi, sulla soglia misteriosa tra sogno e veglia, là dove ciascuna realtà si rifiuta di ammettere o confermare l’esistenza dell’altra, ma nondimeno entrambe congiurano a ottenere il medesimo scopo. Questa non è una cosa facile a realizzarsi, ma sempre degna di un tentativo: e a Miss Welty riesce così bene che pare sia questo, il suo territorio più congeniale. Non ci sono margini sfocati, ma solo prove di un’immaginazione disciplinata e attiva, saldamente all’opera dentro una forte continuità, la cosciente abilità della ragione diurna che rievoca e registra la logica folle del sogno. Nessuna di queste storie offre la minima traccia d’autobiografia propriamente detta, se non per il fatto che l’autrice è onnipresente, e conosce ogni personaggio di cui scrive come solo l’artista conosce la sua creazione, che ha esperito anzitutto nella fantasia. Ma forse in Un ricordo, uno dei racconti migliori, potrebbe esserci un elemento di primissima storia personale: in quella ragazzina sulla spiaggia, estraniata dal mondo degli adulti, che spera di imparare i segreti della vita osservando ogni cosa dentro una cornice fatta con le mani per inquadrare l’oggetto in osservazione. È il gesto di chi è nato per selezionare, disporre e comporre  elementi solo all’apparenza disparati in un’armonia che rispetti confini tracciati consapevolmente.
Ma l’autrice è già liberata in gioventù dall’amor proprio, dall’autocommiserazione e dall’autoreferenzialità, la tripla dannazione di troppi giovani di talento, e ha già raggiunto un’ammirevole oggettività.
In racconti come Il vecchio Mr Marblehall, Powerhouse e Gli autostoppisti riesce a combinare il resoconto oggettivo con un finissimo intuito per gli stati emotivi e mentali, e in Clytie la forma stessa della follia si manifesta di fronte ai nostri occhi in una limpida cronaca di azioni e parole, dell’aspetto individuale e dell’abbigliamento della protagonista e della sua famiglia. In tutti questi racconti, per quanto diversi tra loro in termini di eccellenza, non trovo nulla di falso o elaborato, nessuna dispersione d’interesse, nessuna caduta di tono: l’approccio è diretto e semplice nel metodo, sebbene i temi e i registri siano tutto fuorché semplici, e anche il più piccino lascia percepire una riserva d’energie talmente abbondante da farmi credere fermamente che, per splendido che possa essere, questo sia solo l’inizio.

I racconti secondo Virginia Woolf

In libreria, da Novembre 2016, i racconti di Virginia Woolf: Oggetti solidi, pubblicato da Racconti edizioni. Riportiamo un estratto dalla prefazione a cura di Liliana Rampello. 


 

Quel che affiora comunque in questi scritti, più che in altri, è la lezione che ha imparato dalla lettura di Čechov, una lezione di libertà sulla «inconcludenza», ovvero proprio su quella sensazione che dapprima genera «sconcerto» e poi si trasforma nella scoperta di «un gusto squisitamente originale ed esclusivo», in grado di scegliere e ordinare infallibilmente tutti i suoi elementi. I russi mettono in gioco e al centro della loro ricerca l’anima, il loro «principale personaggio», e della loro letteratura insegnano un senso «assai coraggioso», perché per riconoscere la loro melodia bisogna mettere insieme note fatte suonare una volta qui e una volta là. Per quanto la letteratura inglese sia differente in tutto e per tutto – come potrebbe la leggerezza dell’ironia inglese andare d’accordo con la gravità dell’anima russa? –, anche alla generazione della Woolf tocca muoversi in un’età «di frammenti». Frammenti che cercano di arrivare a comporre un mosaico in grado di esprimere quella vita che è invariabilmente più ricca di ogni narrazione. Proprio per questo l’esercizio del racconto diventa per lei imprescindibile. Non importa se frammento inconcludente. Se questi sono i tempi in cui la poesia deve imparare ad armonizzare «i tassì» con «i narcisi», la prosa dalla poesia deve imparare l’essenziale, deve, come i poeti, semplificare, ricomporre bellezza e realtà «escludendo quasi tutto». Benché tutti abbaglianti di bellezza, per concludere scelgo solo tre racconti di questo gruppo. La signora nello specchio perché il suo primo spunto, trasparente, e per questo esemplare di un metodo e di un’abitudine, si trova nelle righe del diario del 20 settembre 1927: «Quante storielle mi girano per la testa! Per esempio: Ethel Sands che non legge le sue lettere. Ciò che implica questo. Si potrebbe scrivere un libro di scene isolate, brevi e significative. Ella non apriva le sue lettere». 
Un libro, un racconto, una scena, non importa, quell’immagine comincia a lavorare e finisce per narrare milioni di cose. Fra le prime, l’importanza di due elementi spesso ricorrenti in ogni registro della sua scrittura, lo specchio e la finestra, oggetti solidi o metafore: del riflesso, della rifrazione, del mutevole/immobile, del dentro/fuori, interno/esterno, superficie/fondo, verità/miraggio? E ancora e infine della metamorfosi cui l’immaginazione sottopone la realtà, caricandola di simboli che la traducono trascendendola. Eppure tutto questo vive unicamente della magnifica semplicità dell’immagine di una donna in un giardino e del suo riflesso in uno specchio attraverso una finestra, dello splendore di una prosa che sa farci entrare in una stanza, nella sua luce leggera, tremula di colore, una luce alla fine così spietata da far cadere ogni maschera. Di nuovo, con La fascinazione dello stagno, siamo davanti a uno specchio, se pure d’acqua, a un riflesso, a un fondo e una superficie, di nuovo siamo chiamati a ricordare come con questa metafora Virginia Woolf ci faccia intendere la vita inconscia, gli intrecci misteriosi della mente nello scorrere del tempo, la stratificazione insensibile ma senza scampo del nostro io con l’ignoto, e su quanto, di tutta questa vita, resti «pur sempre qualcosa d’altro». Qualcosa che, alludendo ad altro e oltre, ipnotizza il nostro sguardo, immobilizza il nostro corpo, sospendendo la verità del tempo. Il lascito, poi, con al centro il diario di Angela Clandon, chiude il grande cerchio aperto con uno dei suoi primi racconti: «Quindici piccoli volumi, rilegati in pelle verde», eredità di un silenzio che sarà la straordinaria miccia con cui Virginia Wolf racconta l’esplosione della vita di una coppia. Il narcisismo di un marito, irriso con sarcasmo feroce, la vita segreta di una moglie, il suo coraggio di vivere e morire oltre il destino che le è stato assegnato. È uno dei molti momenti in cui la Woolf mette in scena uomini e donne e l’eterno conflitto che li divide quando l’uomo è confinato, felice prigioniero, di un patriarcato che lo acceca e gli impedisce di capire dov’è la vita che vale vivere. Un finale terribile, stupendo, secco. Rovinoso quanto in Lappin e Lapinova. Spesso la perfezione di un grande scrittore si mostra anche nella sua capacità di farci vivere dentro a una speciale atmosfera, e l’incandescente grandezza di Virginia Woolf è quella di saper creare in molti di questi suoi racconti un’atmosfera che accoglie, insieme alla bellezza del mondo, la guerra, la morte, le grida, i colpi di pistola inattesi, i suicidi, la paura, la frustrazione, e di riuscire a immetterli tutti nel flusso della vita stessa, che è sempre più forte, che è sempre esperienza palpitante di emozioni; la morte con lei, per lei, non è mai mortifera. Per questo i suoi «gomitoli di spago» sanno raccontare l’unica verità possibile, «la vita nuda come un osso».

Imparare a scrivere con i grandi, Guido Conti

Come si scrive un incipit d’impatto? Ce lo insegna Anton Čechov. In che modo si può tenere alta la tensione narrativa? Basta chiederlo a Jack London. Come si costruisce un colpo di scena perfetto? La risposta la dà Aleksandr Puškin. Se lette nel modo giusto, le opere dei grandi scrittori rappresentano una fonte inesauribile di idee, stimoli e strumenti per imparare a scrivere. Guido Conti – di cui abbiamo analizzato i lavori sulla lettura e la scrittura di racconti classici anche qui– raccoglie in questo volume i racconti di alcuni tra i massimi esponenti della letteratura mondiale, per svelarci le tecniche che rendono uniche le loro opere: il modo di impostare la trama, l’impiego di uno specifico punto di vista, l’equilibrio tra detto e non detto, la scelta dello stile, i trucchi per rielaborare un’idea, e la distribuzione di tutti questi ingredienti a seconda dei diversi generi letterari. Un manuale fuori dagli schemi, per apprendere dai più grandi i segreti della scrittura. Dal 17 Novembre in libreria, per Rizzoli.

Pubblichiamo un estratto dal secondo capitolo del libro: L'apertura, in cui Guido Conti analizza alcuni racconti di Anton Čechov. Ringraziamo l'editore e l'autore. Tutti i diritti sono riservati.


Proviamo a concentrarci su alcuni dei suoi attacchi più riusciti, analizzandoli attraverso i loro elementi comuni.

1) Spesso lo scrittore russo inizia con un’indicazione temporale molto precisa, quasi una didascalia, seguita da una breve descrizione. In tali casi, solo alla fine della frase o del paragrafo pone il protagonista al centro dell’azione. Rileggiamo l’incipit di Angoscia: «Crepuscolo serale. A grosse falde la neve bagnata turbina pigramente intorno ai lampioni appena accesi e si depone in lieve, morbido strato sui tetti, i dorsi dei cavalli, le spalle, i berretti. Il vetturino Iona Potapov è tutto bianco come un fantasma». Ma questo è solo uno dei molti esempi possibili.

«Andava annottando. Il segretario Savelij Gykin se ne stava coricato nella portineria della chiesa sull’enorme letto e non dormiva, sebbene avesse sempre l’abitudine di addormentarsi all’ora stessa delle galline», da La strega.

«Un limpido meriggio invernale... Il gelo compatto scricchiola, e a Nadèn’ka, che mi tiene a braccetto, si coprono d’una brina argentea i riccioli delle tempie e la peluria sopra il labbro superiore», da Uno scherzetto.

«È notte. La piccola bambinaia Ver’ka, una ragazzetta sui tredici anni, sta dondolando una culla in cui giace un bimbo e in modo appena udibile canticchia», da Voglia di dormire.

2) Un’altra tecnica usata da Čechov consiste nell’attaccare definendo immediatamente il luogo dove si svolgerà l’azione.

«Alla stazione della ferrovia di Nikolaev s’incontrarono due amici: uno grasso e l’altro smilzo», da Il grasso e lo smilzo.

«Nel cortile dell’ospedale sorge un piccolo padiglione, circondato da tutto un bosco di lappole, ortiche e canapa selvatica», da Il reparto n. 6.

«L’ospedale provinciale. In assenza del dottore, che è partito per prender moglie, riceve i malati l’aiuto medico Kuriatin, un uomo grasso, sui quaranta, in giacchetta lisa di seta greggia, e calzoni frusti di tessuto a maglia», da Chirurgia.

«Attraverso la piazza del mercato va il commissario rionale di polizia Ocumelov in cappotto nuovo e con un fagottino in mano», da Il camaleonte.

3) Talvolta, però, l’autore mette subito in scena il protagonista. Anche in questo caso, come nei precedenti, Čechov sa cogliere un particolare che incuriosisca il lettore.

«Al Maggiore generale a riposo Buldeev avevano preso a dolere i denti», da Un cognome cavallino.

«Il tornitore Grigorij Petròv, da gran tempo noto come magnifico mastro artigiano e, al tempo stesso, come il contadino più sregolato di tutto il comune di Gàl’cino, porta la sua vecchia, inferma, all’ospedale provinciale», da Crucci.

«La seducentissima Vanda o, come si chiamava sul passaporto, la cittadina emerita Nastàs’ja Kanavkin, dimessa dall’ospedale, si trovò in una condizione in cui prima non era mia stata: senz’asilo e senza un soldo. Come fare? », da Un uomo di conoscenza.

4) Seguendo la sua innata vocazione per il teatro, inoltre, Čechov inizia molti racconti con una battuta di dialogo, creando una forte tensione drammatica.

«“Ascoltate carissimo!” disse gettandosi sul padrone rossa di rabbia l’inquilina del numero 47, la colonnella Našatyrina», da Camere d’albergo.

«“Ehi! Tu, individuo!” gridò un signore grasso, bianco di corpo, intravedendo nella nebbia del vapore un uomo alto e magro, dalla barbetta rada e con una gran croce di rame sul petto. “Aumenta il vapore!”», da Ai bagni pubblici.

«“Signori, si è alzato il vento e già comincia a imbrunire. Non è il caso di andarcene finché siamo in tempo?”», da Al cimitero.

Già da questi pochi esempi si può subito intuire come Čechov usi una strumentazione essenziale, per certi aspetti povera, ma fortemente significativa. Basta un aggettivo o una situazione particolare per mettere in moto il racconto, suscitando così la nostra curiosità. Come mai la «seducentissima» Vanda è finita all’ospedale? E come farà a cavarsela? Quale malattia avrà la vecchia mamma del tornitore Grigorij Petròv? Cosa conterrà il fagottino del commissario di polizia? L’autore definisce con pochi cenni, già dal primo paragrafo, tempo, luogo e protagonista del racconto, creando un’attesa che spinge il lettore ad andare avanti. È una sua peculiarità stilistica ben precisa.

In generale, possiamo dire che Čechov ha fatto della reticenza, del non detto, il punto di forza della propria arte narrativa; una caratteristica che nasce, appunto, dal saper cogliere ciò che e essenziale nel vasto mare di ciò che è transitorio.


* Le citazioni dei racconti sono tratte tutte dal volume A. Čechov, Racconti, a cura di Eridano Bazzarelli, Bur, Milano 2015, eccetto quelle di Nervi scossiFilastroccaMalumore,Camera d’albergoAi bagni pubblici e Al cimitero, tratte dal volume A. Čechov, Racconti e teatro, Sansoni, Firenze 1966.

Grazie per la vostra attenzione, D'J Pancake

Ringraziamo l'editori italiano del libro Trilobiti che contiene questa lettera, Minimum Fax. L'università West Virginia & Regional History Center, West Virginia University Libraries. E il traduttore Marco Piazza (https://countryzeb.wordpress.com/)

 

 

Mille grazie per la vostra attenzione
una lettera di Breece D’J Pancake

 

Alla Mary Roberts Rinehart Foundation, One Blue Ridge Lane Charlottesville, va 21 marzo 1978 Mary Roberts Rinehart Foundation 516 Fifth Ave. Room 504 New York, ny 10036

Gentili Signori: Desidero essere preso in considerazione come candidato per il premio della vostra fondazione, in modo da poter completare cinque racconti e gettare le basi per una raccolta e per il mio primo romanzo. Il mio primo racconto, «Trilobiti», è apparso sul numero di dicembre 1977 dell’Atlantic Monthly, e la stessa rivista ne ha da poco acquistato un secondo, «Legno secco», per una prossima pubblicazione. Un terzo racconto, «Quante volte», è stato accettato e verrà pubblicato a breve su Nightwork (una rivista locale di Richmond). Vorrei completare i seguenti racconti: In «Joe Holly and Buck», due campagnoli, uno nero e uno bianco, diventano amici a bordo dell’autobus che dalle colline e le miniere di carbone del West Virginia li sta portando verso le fabbriche di auto di Detroit, alla ricerca di [qualcosa di] meglio che fare i minatori. Una volta arrivati, il nero si adatta velocemente alla vita di città, mentre [ 189 ] il bianco si ritrova risucchiato in un ghetto di campagnoli, e il suo unico contatto con le luci della città è quando incontra il suo amico nero nelle sale da biliardo. 
 

Il racconto parla del tentativo di Joe di lasciare il ghetto, che però alla fine ha la meglio, e all’uomo non rimane che tornarsene sconfitto alle colline. «Conqueror» è una storia di alcolismo e di guerra. Un veterano, cinquantanovenne e invalido, porta suo figlio a fare un’ultima gita in tenda prima che il ragazzo parta per il college e, per la prima volta davanti a lui, l’uomo si sbronza con vodka e Pepsi. Il ragazzo rimane stupito, e l’uomo gli spiega perché una volta beveva (per via di ciò che aveva visto in Germania, per quello che gli uomini si facevano a vicenda), perché sta bevendo in quell’istante (a causa delle atrocità che non ha mai raccontato a nessuno), e perché si aspetta che il figlio vada a compiere il suo dovere in Vietnam. I due litigano, mentre il ragazzo tracanna un liquoraccio. Poi il vecchio si ritira in tenda, lasciando il ragazzo davanti al fuoco per tutta la notte. Il ragazzo non ha paura, se non forse per suo padre. «Of Time and Virgins» è il flusso di coscienza di un giovane che cerca di decidere se fare una proposta di matrimonio a una vergine appena conosciuta. Il giovane ripercorre le quattro grandi storie d’amore della sua vita e si rende conto che ogni volta, seppur con modalità diverse, la promiscuità sessuale ha avuto la meglio. Alla fine capisce di essere impuro, ma non in modo irreversibile. E poiché è rimasto con questa ragazza per più di un anno senza andarci a letto, capisce che per lui è più importante di qualsiasi altra e il giorno seguente si decide a farle la proposta. «Una stanza per sempre» è pressappoco ciò che ne sarebbe di Huck Finn se gli si togliesse la zattera. Un narratore, senza nome e orfano, lavora temporaneamente a bordo di un rimorchiatore sul fiume Ohio, come rifugio dopo il recente congedo dalla Marina. Durante l’ultima notte di libera uscita, incontra una giovane prostituta che lo schernisce per tutto ciò che lui vuole: casa, famiglia, amore. Dopo aver litigato, in un bar sulla banchina, l’ultimo giorno dell’anno, la ragazza va in un vicolo dove più tardi lui la ritroverà con entrambi i polsi tagliati. Ma la pioggia fredda ha coagulato il sangue, quindi la ragazza si salverà. Fino a quel momento il ragazzo si è sempre inzuppato di autocommiserazione e whisky, ma adesso capisce che la sua vita non è poi così male. Lascia la ragazza al bar, affinché la soccorrano, e torna sulla sua imbarcazione. «Southern Crescent» è un tributo alla morte di un buon impiegato dei trasporti e di un uomo onesto. Claude, veterano in pensione dalla Air Force e distrutto da un cancro allo stomaco, fa un’ultima corsa sul treno che prendeva ai vecchi tempi. Nel vagone ristorante si mette a conversare con un giovane studente universitario che sta andando dalla Virginia a Washington per un colloquio di lavoro. Lungo il tragitto lo studente non vuole riconoscere che la vita di Claude sia migliore della sua. È soltanto quando i due vengono aggrediti, coltello alla mano, nel bagno della Union Station, e Claude respinge gli aggressori facendo finta di avere una pistola, che lo studente riconosce la propria inettitudine. Penso di poter completare questi racconti in cinque mesi. Per l’affitto di questa cella di tre metri quadrati (anche la  volpe ha una tana) spendo cinquantacinque dollari al mese, e per mangiare ne spendo circa 125 al mese. Ho venticinque anni, sono single e ho un contratto come assistente per insegnare la prossima sessione autunnale all’Università della Virginia. Mi sono laureato (nel ’74) alla Marshall University, e spero di ottenere un Master dall’Università della Virginia l’anno prossimo. In precedenza, per due anni, ho insegnato alle scuole superiori militari. Mille grazie per la vostra attenzione.

 

Cordialmente,
[firmato] Breece D’Jon Pancake

1. Di queste cinque proposte di racconto è rimasto solo un frammento di «Conqueror» e la versione finale di «Una stanza per sempre». L’idea per «Joe Holly and Buck» deriva senza dubbio dall’amicizia di Breece con James Alan McPherson, «Of Time and Virgins» dalla sua relazione con Emily Miller, e «Southern Crescent» dalla sua amicizia con Wyatt «Duck» Gay.