Le figlie di Saffo e tutte noi


di Giordana Restifo

«io dico che qualcuno si ricorderà di noi»

Saffo, fr. 147[1]

 

La prima voce femminile della letteratura greca, la donna attorno alla quale sono nate moltissime leggende, la prima poetessa conosciuta al mondo. Chi era Saffo? Cosa ha significato la sua figura per il mondo contemporaneo? L’esordio letterario di Selby Wynn Schwartz, Le figlie di Saffo, pubblicato da Garzanti nel marzo 2024 e tradotto da Mariagiulia Castagnone, è un ottimo punto di partenza per ripercorrere la vita della poetessa di Lesbo e di alcune donne venute dopo di lei.
L’opera, il cui titolo in lingua originale è After Sappho, è un «tale ibrido tra il romanzo d’immaginazione e il romanzo-verità, tra la biografia speculativa e i ‘suggerimenti per pezzi brevi’ (come li chiamava Virginia Woolf mentre cominciava la stesura di Orlando) che è impossibile inquadrarla in una categoria», come suggerisce l’autrice stessa nella nota bibliografica finale. Lasciandosi ispirare, o per meglio dire pervadere, dallo spirito di Saffo, Schwartz compone insieme frammenti di vite di donne che hanno lottato per la propria libertà, per potersi esprimere artisticamente senza sottostare alle convezioni sociali e al patriarcato.
Le storie sono raccontate da una narratrice che utilizza la prima persona plurale, quasi a spogliarsi del proprio “io” e a farsi “coro”, come quello che accompagnava e circondava Saffo. Espressione di una collettività composta dapprima da fanciulle e poi da donne. Ragazze che non si conoscono e che per qualche motivo sono attirate da una figura che faccia loro da faro, attorno alla quale riunirsi. 
Nel tìaso (θίασος – ha molti significati tra i quali associazione, schiera di persone che celebra sacrifici e danze in onore di una divinità) ove Saffo era sacerdotessa ed educatrice, a Mitilene, le giovani venivano preparate alla futura vita matrimoniale ed erano considerate sia “allieve” che “compagne”, a indicare la poliedricità dei rapporti che intercorrevano tra loro. Il tìaso di cui scrive Schwartz è composto da donne ribelli che vogliono essere indipendenti e colte; prende forma dalle letture giovanili delle poesie di Saffo e trova in Cordula Poletti la prima delle sue figlie contemporanee. Nata nel 1885 a Ravenna, cresciuta in una famiglia in cui la concezione del matrimonio rappresentava un bene irrinunciabile, ha sempre preferito scappare in biblioteca per leggere i manuali di latino e greco al ricamare il corredo di lino per la dote. Durante l’infanzia l’unica compagnia che aveva era quella «delle costellazioni che riempivano il cielo notturno»; anche nella poesia di Saffo le immagini della notte, soprattutto la luna e le stelle, rivestono un ruolo importante, ma non è l’unica analogia tra le due donne vissute a più di duemila anni di distanza l’una dall’altra.
Nel 1899 decise di cambiare nome e da Cordula diventò Lina Poletti, così la conosciamo oggi e così la conobbero le donne che incontrò nel suo cammino verso la libertà.
Al suo percorso si intreccia quello di una ragazza dovuta diventare adulta troppo presto, Marta Felicina Faccio, detta Rina. A dodici anni fu costretta da un padre intransigente a lavorare nella fabbrica di famiglia e a diciassette a sposare il suo aguzzino, l’uomo che l’aveva violentata sul posto di lavoro. Rina, che aveva provato a cambiare più volte nome, iniziò a odiare aspramente la sua vita. Nel 1902, dopo aver tentato il suicidio qualche anno prima, fuggì a Roma, abbandonando la famiglia, un marito violento e un figlio, le Marche, il suo nome e una vita finita già da tempo con l’assunzione di un’intera bottiglia di laudano. È nella capitale che diventa Sibilla Aleramo, una nuova esistenza la attende, un taccuino bianco tutto da scrivere, e, infatti, da quel momento in poi si dedicherà alla scrittura.
Ben prima di Lina e Sibilla, nel 1854, era nata, nel Sud dell’Ucraina, Anna Kuliscioff. Una donna che per tutta la vita ha lottato per i diritti umani, in special modo per quelli delle donne italiane. Ha esportato il proprio credo, ovvero che le donne non potevano essere considerate delle proprietà, in tutti i luoghi in cui ha vissuto, motivo per il quale è stata più volte esiliata, arrestata, incarcerata e oggetto di critiche e insulti. Di animo sovversivo, Anna Kuliscioff è andata dritta per la sua strada, riuscendo anche a laurearsi in medicina nel 1886 all’Università di Napoli, traguardo non scontato per una donna vissuta in quel secolo. Divenne un medico, «specializzandosi in ginecologia e anarchismo», scrive Schwartz.
Il primo incontro tra Lina, Sibilla e Anna avvenne nel 1908 in occasione del primo Congresso nazionale delle donne, al quale parteciparono in più di un migliaio. In un’Italia governata per la terza volta dallo stesso uomo, nella quale un padre, avvalendosi dell’articolo 544 del codice penale (abrogato solo nel 1981), poteva dichiarare estinto il reato di stupro nei confronti della figlia concedendola in moglie al colpevole, le donne affrontavano tutte insieme le loro esigenze:

Le suffragette volevano il voto, le insegnanti chiedevano che venissero organizzate delle campagne per la scolarizzazione, le direttrici degli orfanotrofi invocavano un aiuto per le madri nubili. Tuttavia due furono le proposte sostenute da tutte; la fine dell’odiosa autorizzazione maritale e la decisione che gli uomini presenti al congresso non avessero diritto di voto.

A intricare ancor più il racconto appare Eleonora Duse che, calcando le scene dei teatri milanesi con Casa di bambola di Ibsen, aveva raccontato a tutti la storia di Laura Kieler attraverso il personaggio di Nora. Nel frattempo, in Gran Bretagna e in Francia nascevano e crescevano altre donne le cui vite si sarebbero annodate tra loro, seppur seguendo sentieri diversi. Così, procedendo con la lettura si incontrano Miss Adeline Virginia Stephen, che nel 1912 diventò Virginia Woolf, Romaine Brooks, Natalie Barney, Eva Palmer e Pauline Tarn, la quale

 

aveva ucciso il suo nome con violenza. La pratica Pauline e la noiosa Tarn vennero entrambe bruciate dal fuoco azzurro e penetrante della sua repulsione, dopodiché lei partì subito per Parigi. Si ripromise di adottare un nuovo nome, scuro come l’inchiostro ed enigmatico, con cui avrebbe firmato le sue poesie, simili a viole che fioriscono la notte. Niente più Pauline che consumava la sua cena, niente più Miss Tarn che rammendava le calze. Lei si sarebbe nutrita solo dell’aria della sera e avrebbe cucito solo frammenti di versi. […] Nel 1899 la vediamo appoggiata a un gomito vestita con una redingote e dei pantaloni alla zuava di lana spessa, che legge Saffo. Alla luce della lampada la sua figura è una linea slanciata e scura.
Era diventata Renée Vivien. 

 

Nonostante né Saffo né Schwartz facciano mai riferimento al tìaso, queste donne facevano parte di veri e propri movimenti, votati all’arte, alla letteratura, alla politica. Così agli inizi del ‘900 le ritroviamo radunate nei loro circoli: il Tempio à l’amitié, al numero 20 di Rue Jacob presso l’abitazione di Natalie Barney a Parigi; The Girls of the Future Society; il Lyceum, nel palazzo della contessa Gabriella Rasponi Spalletti a Roma, del quale si diceva «fosse un luogo sovversivo, dove le donne si abbandonavano a tentazioni saffiche»; l’annuale Congresso internazionale delle donne che si svolgeva a Roma; Odéonia, regno di Gertrude Stein, poco lontano dalla casa di Natalie Barney, un luogo piccolo ma pieno di libri che le donne potevano consultare o prendere in prestito se non potevano permettersi di acquistarli; la Libreria delle Attrici, aperta da Eleonora Duse vicino via Nomentana, un posto dove le attrici potevano recarsi «per imparare a pensare con la propria testa, quello che gli inglesi definivano ‘una stanza tutta per sé’».
Anche se molto attive e impegnate, la maggior parte di queste donne conviveva con un pensiero rivolto sempre altrove: «guai a chi cercava di ostacolare il nostro viaggio verso Lesbo!». Irrequiete, desiderose di salpare verso l’isola sulla quale era nata la loro genitrice, utilizzavano tra loro, per comprendere meglio questo stato d’animo, l’ottativo, il modo verbale del greco antico per esprimere speranza o desiderio. «Dal latino desiderium, formato da de-sidera, preposizione che indica lontananza e ‘stelle’. Fissare con lo sguardo una cosa o persona che attrae, come si fissano di notte i geroglifici delle stelle. Allontanamento, cioè togliere lo sguardo, rivolgerlo altrove. Le stelle non si vedono più. Mancare. Fissare allora con il pensiero una cosa o una persona che non si possiede e che si brama. Quindi, desiderare. In greco antico, tutto questo si dice al modo ottativo» (A. Marcolongo, La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco, Laterza, 2017).
Tra loro c’era chi davvero era partita verso Lesbo, verso Delfi, chi aveva ripiegato su Capri, chi si era imbarcata alla volta di Creta o di Atene e chi ancora bramava di raggiungere Mitilene. Leggevano la poetessa e pensavano alle sue sofferenze, al suo esilio da un’isola (Lesbo) a un’altra (Sicilia); ognuna cercava il proprio locus amoenus, luogo fisico ma anche mentale della pace e della bellezza, un’immagine diventata topos di immensa fortuna letteraria proprio grazie a Saffo. Come accadeva nel tìaso tra le fanciulle greche, anche tra loro gli affetti erano sinceri ma spesso effimeri, i rapporti di sorellanza e quelli amorosi venivano vissuti con intensità per poi abbandonarsi alla tristezza per la partenza, alla nostalgia e al ricordo. 
Allo stesso modo di Saffo, queste donne contemporanee sentivano la tensione che c’è nel momento prima che accada qualcosa, si affidavano alle stelle e alla luna. Quest’ultima è un elemento tipico nell’opera della poetessa poiché scandisce il tempo interiore dell’attesa e della solitudine ed è caratterizzato da una potenza evocativa tale da poterlo utilizzare anche per parlare e scrivere d’amore. Dopo tutto questo attendere, qualcosa avvenne, gli uomini avevano deciso per tutti, la pace e la bellezza vennero messe da parte per fare la guerra, che forzò la separazione dalle donne amate, lodate, ammirate, «Ci giunse soltanto voce che la nazione italiana non permetteva più certe cose». Lina Poletti scomparve, «Avevamo temuto per la sua vita, ma in verità lei aveva molte vite, tutte le sue e le nostre intrecciate insieme». Non vollero credere alla morte di Lina ma pensarla rifugiata in qualche villaggio e tra «le rovine più polverose della Grecia», come mai credettero alla leggenda del suicidio di Saffo dalla rupe di Leucade per amore di un uomo, Faone, che l’aveva rifiutata. Lina Poletti è rimasta tra le donne e con le donne a parlare di letteratura e di diritti, di emancipazione, a fare politica senza dire di farla. D’altronde anche a Mitilene le donne erano istituzionalmente escluse dalla sfera politica e nel tìaso non se ne faceva menzione, ma ditemi se istruire giovani ragazze non è un atto politico. Saffo nel frammento 147 (riportato nell’esergo di questo articolo), prendendo in prestito da Cassandra la facoltà della preveggenza, sa che non ci si dimenticherà di lei e delle sue ragazze, l’opera di Selby Wynn Schwartz lo testimonia, come lo dimostrano i tanti gruppi di donne che si riuniscono quotidianamente in Italia (e nel mondo) per resistere attraverso la letteratura, la musica, la danza, il teatro, l’arte e la lotta. E se per caso una donna dovesse sentirsi sola o afflitta potrebbe provare a riunirsi con altre, interpretare un inno cletico ad Afrodite, a Saffo, a Lina Poletti, e chiedere soccorso; «ci deve essere in qualche lingua un verbo che indica il fatto di lasciare le lampade accese per qualcuna che non è ancora arrivata».
Dei tanti brevi paragrafi che compongono Le figlie di Saffo non sono qui citati quelli dedicati a William Seymour, Florence Nightingale, Miss Case, Liane de Pougy, Giacinta Pezzana, Sarah Bernhardt, Penelope Sikelianos e Isadora Duncan, Nancy Cunard e a molte altre donne le cui storie si intrecciano safficamente e sorprendentemente, fino ad arrivare a oggi, «un frammento è qualcosa di incompiuto, ma noi andremo avanti insieme».
Per provare a dare una risposta agli interrogativi iniziali, Saffo è una musa ispiratrice, il bagliore di una stella, Espero, la rottura di un equilibrio e l’inizio di uno nuovo, un chiaro di luna:

Piena splendeva la luna
e allorché esse intorno all’altare si disposero.
fr. 154[1]

 

 

[1] Saffo, Poesie, Ilaria Dagnini (a cura di), Roma, Newton Compton, 1982, p. 93.

[2] Questa traduzione è riportata direttamente dall’opera di Schwartz, ne esistono altre, tra le quali: Piena splendeva la luna/quando presso l’altare si fermarono, S. Quasimodo, Lirici greci, Milano, Mondadori, 2020, p. 29.