Un bicchiere di rabbia, di Raduan Nassar

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Per la vetrina di oggi, desideriamo proporvi l'incipit di un libro che non è né una raccolta di racconti né propriamente un romanzo. Lo facciamo per due motivi: il principale, è perché è un bellissimo libro. L'altro motivo, è perché con questa vetrina vi anticipiamo l'apertura di una nuova rubrica che inaugureremo a settembre e che si chiamerà CONFINI.

Un bicchiere di rabbia è di Raduan Nassar, ripubblicato recentemente da Sur, per la traduzione di Amina Di Munno, con una postfazione di Matteo Nucci.

 

L’arrivo


E quando arrivai la sera a casa mia, al 27, lei mi aspettava già camminando sull’erba, venne ad aprirmi il cancello per farmi entrare con la macchina e, appena uscito dal garage, salimmo assieme le scale che portavano alla veranda dove, appena giunti, aprii le tende centrali e ci sedemmo sulle sedie di vimini, restando con gli occhi volti in alto nella direzione opposta, lì dove il sole cominciava a tramontare, e stavamo entrambi in silenzio quando lei mi domandò «che cos’hai?», ma io, del tutto assorto, rimasi distaccato e taciturno, il pensiero perduto nel rosseggiare del ponente, e fu solo per l’insistenza della domanda che risposi «hai già cenato?» e, poiché mi disse «più tardi», mi alzai e andai senza premura in cucina (lei mi venne dietro), presi un pomodoro dal frigorifero, andai verso il lavandino e lo passai sotto il getto dell’acqua, poi andai a prendere la saliera dalla credenza e mi sedetti a tavola (lei dall’altro lato seguiva ogni mio movimento, benché io, indifferente, facessi finta di non accorgermi) e fu sempre sotto il suo sguardo che cominciai a mangiare il pomodoro, salando a poco a poco quello che mi restava nella mano, simulando un impegno nel morderlo per mostrare i miei denti forti come i denti di un cavallo, poiché sapevo che i suoi occhi non si staccavano dalla mia bocca e sapevo che sotto il suo silenzio lei si contorceva di impazienza e sapevo, soprattutto, che quanto più indifferente le sembrassi tanto più mi desiderava, so solo che quando finii di mangiare il pomodoro la lasciai in cucina e andai a prendere la radio che era sulla mensola della sala e, senza tornare in cucina, ci ritrovammo nel corridoio e, senza dire una parola, entrammo quasi assieme nella penombra della camera.

 

A letto

All’inizio nella stanza sembravamo due estranei che fossero osservati da qualcuno e questo qualcuno eravamo sempre io e lei e spettava a tutti e due badare a ciò che io facevo, non a ciò che faceva lei, perciò mi sedetti sulla sponda del letto e cominciai a sfilarmi lentamente le scarpe e le calze, prendendomi i piedi scalzi fra le mani, li sentivo deliziosamente umidi come se fossero stati strappati alla terra in quell’istante e cominciai, dopo, con uno scopo preciso, a camminare sul pavimento, facendo finta di avere qualche motivo per quell’andirivieni nella stanza, lasciando che l’orlo dei pantaloni sfiorasse leggermente il pavimento e allo stesso tempo mi coprisse in parte i piedi con un certo mistero, poiché sapevo che in essi, scalzi e molto bianchi, c’era il preludio possente della mia nudità preannunciata e sentivo subito il suo respiro profondo vicino a quella sedia dove lei forse già si abbandonava alla disperazione, mentre si spogliava, impacciata, le si impigliavano persino le dita sulla spallina che scivolava lungo il braccio e io, sempre fingendo, sapevo che tutto ciò era vero, conoscendo, come conoscevo, quel suo incubo ossessivo per i piedi e, soprattutto, per i miei, saldi nel portamento e ben scolpiti, con le dita un po’ nodose, segnati nervosamente sul dorso da vene e tendini, che non perdevano, tuttavia, l’apparenza timida di radice tenera, e io andavo e venivo con i miei passi calcolati, dilatando sempre l’attesa con piccoli pretesti, ma non appena lei lasciò la stanza e andò per qualche istante in bagno, mi sfilai velocemente i pantaloni e la camicia e mi buttai sul letto dove rimasi ad attenderla già eccitato e pronto, godendomi in silenzio il cotone del lenzuolo che mi copriva, e poi chiudevo gli occhi pensando alle diavolerie che avrei messo in atto (delle tante che sapevo) e così da solo cominciai a ripassare nella testa tutte le cose che facevamo, come lei vibrava alle prime smorfie della mia bocca e al luccichio che infondevo nei miei occhi, dove facevo affiorare quel che c’era in me di più turpe e sordido, sapendo che lei, trascinata dal mio doppio, avrebbe gridato sempre «è questa canaglia che amo», e ripassai nella testa quell’altra mossa triviale del nostro gioco, preambolo, tuttavia, di insospettate trame posteriori e così necessaria come fare avanzare da subito una semplice pedina sulla scacchiera e in cui io, chiudendo la mia mano nella sua, disponevo le sue dita, infondendo loro coraggio, sospingendole sotto il mio comando verso i peli del mio petto, affinché queste, sull’esempio delle mie stesse dita sotto il lenzuolo, svolgessero da sole una straordinaria attività clandestina o, allora, in una tappa successiva, dopo aver attentamente esplorato i nostri peli, ghiandole e tanti odori, quando tutti e due in ginocchio misuravamo il percorso più prolungato di un unico bacio, con i palmi delle nostre mani che si univano, le braccia che si aprivano in un esercizio quasi cristiano, i nostri denti che mordevano all’altro la bocca come se mordessero la carne tenera del cuore e, a occhi chiusi, abbandonando l’immaginazione nelle curve di queste circonvoluzioni, mi ritrovai avvinto in altri maneggi, sia quando, ormai in estasi, superbamente sollevato dalla sella del suo ventre, rispondevo intempestivo a una delle sue (delle mie) stravaganze più insolite, spruzzando getti improvvisi e violenti di vischio lattiginoso che le aderiva alla pelle del viso e alla pelle dei seni, oppure quando, svolgendo un esercizio meno impulsivo e di lenta maturazione, il frutto si sviluppava in un crescendo muto e paziente di turgide contrazioni, mentre io ero forte dentro di lei, senza muoverci, e arrivavamo con grida esasperate agli affanni della più alta esaltazione, e pensai ancora al salto pericoloso del rovescio, quando lei prona mi offriva generosamente un altro pasto, mentre le mie braccia e le mie mani, simmetriche e quasi meccaniche, la tiravano su per le spalle, comprimendo e adattando, punto per punto, la massa unta dei nostri corpi, e pensavo sempre alle mie mani dal dorso largo, che erano molto usate in tutta quella geometria passionale, così bene elaborata da me e che la portava immancabilmente a dire con franca perdizione «magnifico, magnifico, tu sei speciale», e a quel punto cominciai a pensare ai momenti in cui ci si rinnova, alle sigarette che fumavamo dopo ogni bolla avvelenata di silenzio, quando non accadeva nel corso delle conversazioni di fronte a un caffè mantenuto al caldo nel thermos (saltavamo dal letto nudi e andavamo a profanare il tavolo della cucina), e in cui lei cercava di descrivermi la sua confusa esperienza del godimento, menzionando sempre la mia sicurezza e audacia nel condurre il rituale, celando appena lo stupore per il fatto che io affiancassi spesso il nome di Dio alle mie oscenità, parlandomi soprattutto di quanto le avessi insegnato, specialmente della consapevolezza dell’atto attraverso i nostri occhi che molte volte seguivano, pietra dopo pietra, tutti i tratti di una strada dissestata, ed era allora che parlavo della sua intelligenza, che ho sempre esaltato come la sua migliore qualità a letto, un’intelligenza agile e operosa (sia pure solo sotto la spinta dei miei stimoli), eccezionalmente aperta a tutte le incursioni, e io come per caso finivo col parlare anche di me, meravigliandola con le contraddizioni intenzionali (alcune nemmeno tanto) del mio carattere, insegnandole tra le altre frottole che io, canaglia, ero puro e casto, e lì, sempre a occhi chiusi, pensavo ancora a molte altre cose mentre lei non arrivava, giacché l’immaginazione è molto veloce o il suo ritmo diverso, poiché prepara e mescola contemporaneamente cose spaiate e insospettate, quando mi accorsi dei suoi passi di ritorno nel corridoio, e fu solo allora che aprii gli occhi per controllare la posizione corretta dei miei piedi che uscivano fuori dal lenzuolo e mi resi conto come sempre che i peli castani, che spuntavano sul dorso e sulle dita più lunghe, conferivano loro allo stesso tempo grazia e gravità, ma cercai di richiudere subito gli occhi, poiché sentivo che lei stava per entrare in camera e indovinavo già il suo corpo ardente nelle vicinanze e sapevo come sarebbero cominciate le cose, voglio dire che lei, piano, molto piano, si sarebbe dapprima accoccolata sui miei piedi, che un giorno aveva paragonato a due gigli bianchi.
 

© Raduan Nassar, 1978. Tutti i diritti riservati