Un interrogativo nei testi Zen, di Lafcadio Hearn

018b1670bf5a281e582d4c275bf3c879_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpg

TITOLO:  Ombre giapponesi

AUTORE: Lafcadio Hearn        A cura di: Ottavio Fatica
Con uno scritto di Hugo von Hofmannstha

EDITORE: Adelphi    PAGINE: 302      PREZZO: 15,00

 

Un interrogativo nei testi Zen

i

Il mio amico aprì uno smilzo volumetto giallo contenente quel meraviglioso testo che esalta a colpo d’occhio la pazienza dell’incisore buddhista. I caratteri mobili cinesi saranno ancora utilissimi, eppure il meglio che essi ottengono come risultato è la bruttezza personificata, qualora paragonati alla bellezza delle vecchie riproduzioni xilografate a stampa.
« Ho una storia bizzarra per te » mi fa.
« Giapponese? ».
« No, cinese ».
« Da quale libro? ».
« Secondo la pronuncia giapponese dei caratteri cinesi del titolo, lo chiamiamo Mu-Mon-Kwan, che significa “La barriera senza porta”. È uno di quei libri studiati in particolare dalla setta Zen, o setta di Dhyana. Caratteristica di alcuni testi Dhyana – e questo ne è un buon esempio – è che non sono esplicativi. Si limitano a suggerire. Si pongono degli interrogativi; ma lo studente deve pensare le risposte per se stesso. Deve pensarle, ma non scriverle. Tu sai che Dhyana rappresenta il tentativo umano di raggiungere, attraverso la meditazione, zone del pensiero fuori dalla portata dell’espressione verbale; e non c’è pensiero che una volta ridotto a un enunciato non perda ogni qualità Dhyana... Ordunque, la storia in questione è ritenuta vera; ma si utilizza soltanto per porre un interrogativo Dhyana. Se ne hanno tre versioni cinesi diverse: io posso darti il succo di tutte e tre ».
Ed ecco come fece:

ii

Storia della fanciulla Ts’ing, raccontata nel « Lui-shwo-li-hwan-ki », citata dal « Ching-tang-luh », e commentata nel « Wu-mu-kwan » (chiamato in giapponese « Mu-Mon-Kwan »), un libro della setta Zen:

Viveva a Han-yang un uomo di nome Chang-Kien, la cui figliola, Ts’ing, era di una bellezza incomparabile. Aveva anche un nipote di nome Wang-Chau, un gran bel ragazzo. I bambini giocavano insieme e si volevano bene. Una volta per scherzo Kien disse al nipote: « Un giorno ti farò sposare la mia figlioletta ». Entrambi i bambini ricordarono quelle parole; e si credevano perciò promessi sposi.
Quando Ts’ing fu cresciuta, un uomo d’alto rango la chiese in moglie; e il genitore decise di soddisfare la richiesta. Ts’ing fu oltremodo turbata dalla decisione. Quanto a Chau, ne fu così irritato e afflitto che decise di lasciar la casa e andarsene in un’altra provincia. Il giorno dopo preparò una barca per il viaggio e, dopo il tramonto, senza dire addio a nessuno, risalì il fiume. Ma nel cuore della notte fu spaventato da una voce che lo chiamava: « Aspetta! Sono io! » e scorse una ragazza che correva lungo la sponda verso l’imbarcazione. Era Ts’ing. Chau ne fu indicibilmente rallegrato. La ragazza saltò sulla barca; e gli innamorati giunsero sani e salvi nella provincia di Chuh.
Nella provincia di Chuh vissero felici e contenti per sei anni; ed ebbero due figli. Ma Ts’ing non poteva scordare i genitori e spesso si struggeva dalla voglia di rivederli. Alla fine disse al marito: « Dato che a suo tempo non ce l’ho fatta a romper la promessa che mi legava a te, sono fuggita con te e ho abbandonato i miei genitori, pur sapendo che dovevo loro tutto il rispetto e l’amore possibili. Non sarebbe ora il caso di provare a ottenere il loro perdono? ». « Non fartene un cruccio, » disse Chau « andremo a trovarli ». Fece preparare una barca; e pochi giorni dopo era di ritorno con la moglie a Han-yang.
Come si conviene in simili frangenti, il marito andò per primo alla casa di Kien, lasciando Ts’ing da sola nella barca. Kien accolse il nipote con aperte manifestazioni di gioia, e gli disse:
« Non sai quanto desideravo rivederti! Spesso ho temuto che ti fosse successo qualcosa ».
Chau rispose rispettosamente:
« L’immeritata gentilezza delle tue parole mi mette a disagio. Se sono tornato è per implorare il tuo perdono ».
Ma Kien non sembrava aver capito. E domandò:
« A che cosa ti riferisci? ».
« Temevo che fossi adirato con me per esser fuggito con Ts’ing » disse Chau. « L’ho portata con me nella provincia di Chuh ».
« Di quale Ts’ing parli? » domandò Kien.
« Di tua figlia Ts’ing » rispose Chau, cominciando a sospettare il suocero di qualche malvagia intenzione.
« Ma cosa dici mai? » gridò Kien, manifestando tutto il suo stupore. « Mia figlia Ts’ing è rimasta a letto ammalata tutti questi anni... sin da quando te ne sei andato ».
« Tua figlia Ts’ing » ribatté Chau, infervorandosi, « non è mai stata male. È stata mia moglie per sei anni; abbiamo due figli; e se siamo tornati qui è solo per chiedere il tuo perdono. Vedi perciò di non prenderci in giro! ».
Per un istante i due si guardarono in silenzio. Poi Kien si alzò e, facendo cenno al nipote di seguirlo, gli fece strada fino a una stanza interna dove giaceva una giovane ammalata. E Chau, con sua somma meraviglia, vide il volto di Ts’ing: bellissimo, ma stranamente pallido e scarnito.
« Non è in grado di parlare, » spiegò il vecchio « ma capisce »; e Kien le disse ridendo: « Chau mi ha appena detto che sei fuggita con lui e gli hai dato due figli ».
La ragazza ammalata guardò Chau, e sorrise; ma rimase in silenzio.
« Adesso vieni con me al fiume » disse il visitatore sconcertato al suocero. « Perché ti posso garantire, malgrado ciò che ho visto in questa casa, che tua figlia Ts’ing in quest’istante è sulla barca ».
Andarono al fiume; e lì, in effetti, c’era la giovane moglie, in attesa. E, alla vista del padre, si prostrò innanzi a lui e ne implorò il perdono.
Kien le disse:
« Se tu sei realmente mia figlia, non ho altro che amore per te. Tuttavia, pur sembrando mia figlia, c’è qualcosa che non riesco a capire... Vieni con noi alla casa ».
E tutti e tre si diressero verso casa. Mentre si avvicinavano videro la ragazza ammalata – che da anni non lasciava il letto – venirgli incontro, sorridendo come se fosse oltremodo felice. E le due Ts’ing si avvicinarono l’una all’altra. Ma ecco che – nessuno seppe mai dire come – d’un tratto si fusero l’una nell’altra, diventando un corpo solo, una persona sola, una sola Ts’ing, ancora più bella di prima, e senza segno di malattia o dolore.
Kien disse a Chau:
« Fin dal giorno della tua partenza, mia figlia è ammutolita ed è rimasta quasi tutto il tempo come una persona che ha bevuto troppo vino. Ora so che il suo spirito era assente ».
Ts’ing stessa disse:
« In verità non ho mai saputo di essere a casa. Ho visto Chau andar via muto di rabbia; e quella stessa notte ho sognato che correvo appresso alla sua barca... Ma a questo punto non saprei dire quale fossi realmente io: quella che fuggì via con la barca oppure quella che è rimasta a casa ».

 

iii

« La storia è tutta qui » osservò il mio amico. « Ora, nel Mu-Mon-Kwan c’è una nota che potrebbe interessarti. Dice la nota: “Il quinto patriarca della setta Zen domandò una volta a un prete: ‘Nel caso della separazione dello spirito della fanciulla Ts’ing, la vera Ts’ing qual era?’”. Era soltanto a causa di questo interrogativo che la storia veniva menzionata nel libro. Ma la domanda non ottiene risposta. L’autore si limita a osservare: “Se riuscirai a stabilire quale fosse la vera Ts’ing, allora avrai appreso che uscire da un involucro per entrare in un altro è semplicemente come alloggiare presso una locanda. Ma se non hai ancora raggiunto tale grado d’illuminazione, stai attento a non errare senza meta per il mondo. Altrimenti, quando Terra,
Acqua, Fuoco e Aria all’improvviso si dissolveranno, sarai come un granchio con sette mani e otto gambe gettato nell’acqua bollente. E in quel momento non dire che non ti avevano mai parlato della Cosa...”. Ebbene, la Cosa... ».
« Non voglio sentir parlare della Cosa » interloquii « né del granchio con sette mani e otto gambe. Voglio che mi parli dei vestiti ».
« Quali vestiti? ».
« Al momento dell’incontro, le due Ts’ing dovevano essere vestite in modo diverso – diversissimo, magari; visto che una era nubile e l’altra sposata. Si sono amalgamati anche i vestiti? Mettiamo che una indossasse una veste di seta e l’altra una di cotone, le due vesti si sarebbero mescolate in un tessuto di seta e cotone? Mettiamo che una portasse una fascia azzurra e l’altra gialla, ne sarebbe risultata una fascia verde?... O una delle due Ts’ing non ha fatto altro che sfilarsi l’abito e lasciarlo al suolo, come un guscio dismesso di cicala? ».
« Nessuno dei due testi dice nulla dei vestiti, » replicò il mio amico « perciò non posso dirtelo. Ma l’argomento non è affatto pertinente, dalla prospettiva buddhista. L’interrogativo dottrinale riguarda quella che tu chiameresti, immagino, la personalità di Ts’ing ».
« Eppure non riceve una risposta » dissi.
« Non c’è risposta migliore » replicò il mio amico « che non dargli una risposta ».
« Come mai? ».
« Perché non c’è una cosa come la personalità ».

 

@2018 Adelphi Edizioni spa Milano