Gràcia dei colombi, di Amaranta Sbardella

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TITOLO: Barcelona desnuda

AUTORE: Amaranta Sbardella 

EDITORE: Exorma   PAGINE: 192   PREZZO: 14,90

 

Da oggi nelle librerie, è il libro Barcelona Desnuda, un testo di Amaranta Sbardella. 
Nella Barcellona dei nostri giorni, i protagonisti di alcune delle maggiori opere letterarie sulla città catalana, Petra Delicado, Clara Barceló, Pepe Carvalho e molti altri con loro, scappano da una stanzetta malridotta del Raval e tornano come spettri in libertà alla Barcellona narrata nei libri. Vagano indisturbati, entrano in caffè e teatri, si calano di nuovo nei luoghi che conoscono, oggi mutati profondamente se non addirittura scomparsi, svelandoci una città più intima e segreta. Grazie a loro scopriamo una Barcellona a tratti sconosciuta, ben lontana dalla cristallizzazione turistica e modernista che da sempre ne accompagna l’immaginario.

Pubblichiamo uno dei racconti per gentile concessione dell'editore.


 

GRÀCIA DEI COLOMBI
LA CITTÀ DI COLOMETA A VOLO D’UCCELLO
(Liberamente ispirato a La piazza del Diamante di Mercè Rodoreda, 1962)

SULL’AMORE DELLA GIOVANE NATÀLIA PER QUIMET, CONOSCIUTO A UNA FESTA IN PLAÇA DEL DIAMANT — SARÀ QUIMET A CONVINCERLA A METTER SU UNA COLOMBAIA, CHE DOPO LA MORTE DI QUESTI IN GUERRA DIVENTERÀ PER NATÀLIA, “COLOMBELLA”, UNA VERA E PROPRIA OSSESSIONE.

L’occhio rosso, vivido, acceso. Veccia, bevitoio, piolo, colombaia: fuori! Tutto a spasso! Vola via il colombo, fugge da quella forsennata, scatta nel vuoto, come un grido. Le penne si distendono verso i pinnacoli di Palau Güell e poi le lontane baracche gitane di Somorrostro, virano ancora verso le punte in ferro battuto della Casa de les Punxes, i boschi di Collserola, la ruota panoramica del Tibidabo, la torretta di un quartiere signorile e verde dove, più di vent’anni prima, era nata in un bel palazzetto fiorito Mercè Rodoreda i Gurguí.

Aspetta agitato, attende che lei, Natàlia, si allontani, se ne vada dai suoi figli smunti, che lo faccia tornare alla cova. Assieme agli altri, ai cappucci, ai monaci, ai colombacci. Tutti assieme. Quieti, anche se affamati. Uniti, anche sotto le bombe. Sereni, come un tempo.
Era già cambiata, lei, pure se Quimet non se n’era ancora andato a combattere in Aragona con moto e rivoltella. Aveva preso a odiarli. Lo capivano, lo sapevano: dal modo in cui li toccava, li feriva con i mazzetti di ortiche o rigirava l’acqua allo zolfo, da come li fiutava nauseata, da come li scrutava, con gli occhi rossi, vividi, in fiamme.
Dal silenzio, calato in casa al pari di una coltre di gas. Dall’aria nervosa con cui si aggirava per ore e ore tra sedie e cesti di biancherie, avanti e indietro, indietro e avanti, in agguato, attenta a ogni loro mossa, a ogni ala stesa e a ogni collo rigonfio.
Vola via, il colombo, gira attorno a carrer del Montseny, perde tempo, aspetta. Poi torna, sporge la testa da un lato della botola e la sorveglia. È ancora lì, le pupille fisse su una corda di sparto.
E allora via, fuori, a spasso: giù a folle velocità per Gran de Gràcia, dopo il Café Monumental, lungo le rotaie del tram, fra i negozi, le balie con i passeggini e i gentiluomini in bastone, giù in direzione dei giardini che si affacciano sulla Diagonal.
Un tempo paesino di masie, campi e conventi, l’allegra e variegata Gràcia fa presto gola a Barcellona che, dopo averle concesso brevi periodi d’indipendenza, la richiama a sé e, pur di collegare al proprio centro quel chiassoso coacervo di gitani, anarchici, artisti e operai, dà il via a progetti urbanistici come il Passeig de Gràcia, culla dell’architettura modernista, o il piano Cerdà, all’origine dell’Eixample.

Vola piano adesso il colombo, scanzonato, allunga le zampette sul busto di Cervantes in cima al tetto di Casa Servent, fa capriole davanti al grosso gatto nero che dormicchia dietro le trifore di Casa Fuster, celebre opera liberty di Lluís Domènech i Montaner. Nel primo dopoguerra, negli anni più bui della sua vita, da lì il vate catalano Salvador Espriu osserva l’umanità dei giardinetti, oggi a lui intitolati, il viavai disordinato di uomini d’affari e poveri bigliettai del tram. La Barcellona di Espriu, la Lavínia corrotta dai rumori, dalla tristezza e dall’oblio, trascorrerà affranta proprio tra questa verde insenatura e l’inizio del Passeig de Gràcia, dove il rassegnato poeta lascia scivolar via le giornate presso il notaio Antoni Gual.
Sotto il becco rosato dell’animale si distende ora un reticolo confuso di vie e piazze, dai nomi libertari e dai colori terrigni, con le grida scomposte in caló, cui tanto attingerà Espriu, e i boleri animati. Da qui si elevano al cielo i ritmi di Antonio González, “El Pescaílla”, da molti ritenuto il creatore della rumba catalana, come testimonia la targa in carrer de la Fraternitat, al numero otto; salgono i primi gorgheggi della grande soprano Montserrat Caballé; giungono gli accordi delle numerose orchestrine che suonano alle feste di Gràcia, tra cui pure quella che aveva permesso al tronfio Quimet di avvicinare la timida orfana Natàlia, allora vestita di bianco come una colombella.
Non fossero mai nati, quei suoni… Non fossero mai nate, quelle idee, che Quimet girava a divulgare per Gràcia sventolando la bandiera repubblicana, prima di partire e morire nella guerra contro i ribelli di Franco.
Gli odori confondono il suo volo, lo distraggono, richiamano, respingono. Si abbassa, lentamente: il pane non profuma come quello di prima della guerra, ma sempre meglio di ortiche e zolfo. A volte, quando Quimet trascurava Natàlia bighellonando per le osterie con Mateu e Cintet, lui, il colombo, aveva seguito i passi di lei, di nascosto, dall’alto dei palazzi modesti: l’aveva vista dirigersi verso il mercato de la Llibertat o dell’Abaceria Central. Dai banchi delle trippaiole veniva sempre un odore dolciastro di morte, con i fegati ancora umidi di sangue appesi ai ganci, le trippe bagnate, le teste bollite. E attorno gli scampanellii sordi di cozze e vongole, che le venditrici in manichette azzurre spostavano da un cesto all’altro smuovendo attorno il profumo di mare. Dall’alto della pensilina il colombo aveva osservato Natàlia svuotarsi, cedere, sedersi davanti a muggini, pesci volanti, branzini, l’aveva vista impallidire e tacere al cospetto di pizzicagnoli, trippaiole e pesciaiole. E uscire sempre a mani vuote.
Ora è ormai spoglio e lugubre il mercato dell’Abaceria, sorto sull’ossatura della fabbrica rossa che aveva attirato centinaia di lavoratori nella Vila de Gràcia: il cotonificio Vapor Nou. Dal 1892 banchi e verdure, bestie e grembiuli avevano sostituito sgranatrici, spazzole e griglie; lo scalpiccìo dei passanti, le urla dei venditori e il fruscìo dei rami d’erica degli spazzini avevano messo a tacere i rumori assordanti e monotoni di fusi e filatoi.
L’umile gente del paesino divenuto quartiere si ritrova qui o negli altri mercati, nelle numerose e disordinate piazzette che i proprietari terrieri avevano edificato al centro dei loro possedimenti, e che per lungo tempo ne hanno conservato il nome. Una di queste piazze, a qualche centinaio di metri verso la montagna, non porta però il nome di un abbiente latifondista ma quello di un architetto, Antoni Rovira i Trias, lo stesso che aveva progettato la torre del campanile di plaça de la Vila, il mercato di Sant Antoni e, per Barcellona tutta, un elegante piano urbanistico a espansione radiale.
Nel lontano 1859 il progetto di Trias aveva vinto il concorso indetto dal Municipio, ma poi l’appalto era andato al Signor Ingegner Ildefons Cerdà i Sunyer, nominato direttamente dal monarca spagnolo. Nella lontana Madrid preoccupava già allora che Barcellona potesse darsi le arie da capitale europea, emulare Haussmann o ambire all’atmosfera maestosa di Vienna…
E infatti oggi Antoni Rovira i Trias se ne sta seduto su una panchina in marmo nella piazza omonima: portamento dignitoso ed eretto, sguardo fiero e triste, mostra ai propri piedi il progetto che tanti consensi aveva guadagnato in terra catalana.
I suoni si diradano, così come i passanti; le gonne sporche, di cotone grezzo, diventano nuovamente plissettate e morbide al tatto; i bambini tornano a rincorrere composti il cerchio con le asticelle in legno. Il colombo si avvicina a Vallcarca, alle villette con giardino, alle dimore signorili, ma prima risale l’ultimo tratto di carrer Verdi, quello in cui il charnego Faneca dell’Amante bilingue di Juan Marsé si innamora della povera cieca Carmen e dove uno scelto pubblico attende la trita conferenza sulla struttura mitica dell’eroe di Cyrano, protagonista del romanzo di Vila-Matas Strana forma di vita.
Ed eccolo giungere nell’ariosa plaça de Lesseps, l’antica plaça dels Josepets, dal convento dei carmelitani scalzi che un tempo ne occupava il posto, punto nevralgico della città. Sfiora i fili del B23, partito dalla Boqueria, vola rasente a due smilzi gendarmi in bicicletta, si rialza sul campo vuoto di bocce e plana quindi sullo stagno senza barchette di carta. Qualche rado bimbetto gioca a nascondino tra gli alberi, spingendosi su fino alle scale della chiesa della Mare de Déu de Gràcia i de Sant Josep.
Quarant’anni più tardi, la stessa piazza che nel 1924 aveva assistito all’inaugurazione della prima linea metropolitana vedrà cadere molti suoi edifici, casette e masie, sacrificati in nome della moderna urbanizzazione voluta dal sindaco franchista Porcioles. Spruzzi di luce, piccole oasi di colore nel grigio del vetro e del cemento rimarranno solo le palazzine moderniste, come Casa Vicens, in carrer Carolines numero ventiquattro, opera di un giovanissimo Antoni Gaudí i Cornet. Costruita tra il 1883 e il 1888 perché Manuel Vicens i Montaner, industriale nel ramo delle ceramiche, potesse trascorrervi le estati lontano dal caos barcellonese, Casa Vicens mostra a tutti le sue meraviglie policrome, d’ispirazione mudéjar-moresca e gotica, dietro un suggestivo cancello in ferro dai motivi vegetali.
Proprio lì sosta un momento il pennuto, sulla punta di un torricino biancoazzurro. E, prima di riprendere il volo di ritorno verso carrer del Montseny, si concede uno dei pochi, pericolosi lussi che un colombo possa offrirsi: girare all’impazzata lungo il muro rosso e frastagliato di Casa Vicens, lungo gli inserti in ceramica, per poi infilarsi nella veranda d’angolo e mandare così all’aria il vassoio che la servetta sta portando al nipotino del signore. Piatti, bicchieri, spremuta d’arancia, fragrante pane caldo con pomodoro e corned beef, anche durante la guerra, tutto a spasso!
Non si volta a vedere la cameriera in lacrime. Quel giorno perderà il lavoro, come Natàlia, e mesi dopo scenderà in strada, come Natàlia, con in mano una cesta di vimini e una bottiglia, regalo per i suoi tre bambini fiaccati dalla guerra. Andrà dritta dal droghiere: acido muriatico. Stavolta, però, non ci sarà il droghiere delle vecce a parlarle, a offrirle una vita tranquilla e sicura.
Finalmente il colombo è tornato a casa, tra la paglia e gli escrementi, gli occhi iridescenti color malva e cangianti verde mela. Lei non si è mossa, non ha sceso i gradini di logora graniglia. Possibile che sia ancora lì? Sì, la pazza, la serpe. Sta infilando la mano sotto il petto dei suoi colombi. Loro fanno cenno di beccarla, arruffano le piume, svolazzano. Afferra un uovo, poi un altro. Un cappuccino febbricitante allunga la testa in avanti, apre il becco, prova a prenderla. Niente, lei è più forte, più ostinata. Scuote le uova, le sbatte, le agita con forza, le rimette a posto.
Ed ecco, in un angolo dimenticato, il suo, di uovo. Pure lei l’ha scorto, in mezzo alle piume che cadono, nel grugare dei colombacci, le grida dei pennuti. Si avventa sul povero uovo, su quella scorza ancora calda che profuma di vita. Occhiaie, rughe di fame: sembra un fantasma. Ma i fantasmi non uccidono le uova. Il braccio fine e la mano screpolata si precipitano su quel pulcino non ancora nato, gli percuotono la testa contro il guscio. Marcirà pure lui, immobile, in mezzo al nido di sparto.
Il colombo si fa in avanti, guizza dalla botola, la colpisce, nulla può. E allora di nuovo via, affranto, folle di dolore. Su, colombo, vola, colombo… Con la faccia come una macchia bianca sul nero del lutto… Su, colombo, ché dietro di te c’è tutta la pena del mondo. Vola, vola, con gli occhietti tondi e il becco con sopra i buchi del naso.
Sopra Gràcia, sulle case basse. Sopra plaça del Sol, con le fucilazioni nella guerra civile, la chiassosa movida di oggi. Non vede niente, cieco dal dolore, non sente nulla, sordo per l’angoscia. S’inclina, smarrito, si confonde, sbatte contro il campanile di plaça de la Vila, prima di Rius i Taulet. L’ala si spezza in alto, su un lato della torre progettata da Rovira, vicino all’orologio di Albert Billeter, proprio sotto la Marieta, la mitica campana che in quei sette giorni dell’aprile 1870, durante la rivolta de les Quintes, la popolana Herbetes de Montserrat aveva suonato notte e giorno per incitare la sua gente, le madri e le mogli, a opporsi al generale spagnolo Eugenio de Gaminde y Lafont. A non lasciare che i loro cari morissero in una guerra estranea. Erano stati bombardati, dopo, erano morti in molti, come ora. La campana azzittita e distrutta, i palazzi sventrati, gli insorti lasciati per strada, con l’asfalto a mo’ di bara.
Sofferente, il colombo torna indietro, passa ancora per carrer del Montseny, attirato da una calamita di morte, verso casa, ma perché? E allora ancora via… Sfiora stordito l’angelo modernista di Can Pardal, quindi si lancia nel vuoto, nella trama di viuzze. Terol, Or, Jaén, Topazi, Verdi, Robí, Guilleries, Perla, Astúries…
Diamant, plaça del Diamant, dove tutto era cominciato. La banda suonava, i festoni variopinti coloravano palazzi e lampioni, la siepe di asparagina faceva da ringhiera attorno alla pedana, addobbata di fiori di carta: ritmi e confusione, allegria e spensieratezza che da lì si ripetono ed espandono ancora oggi, a quasi duecento anni dal primo accordo, subito dopo ferragosto.
A plaça del Diamant il giovane ridanciano con gli occhi da scimmietta e la camicia bianca a righine blu, Quimet, aveva invitato la schiva commessa Natàlia a ballare. Una canzonetta, poi un’altra, e un’altra ancora. Vorticano volti, scarpe della festa, colombi. Bambini, bottiglie, vecce, risate acute, occhi iridescenti, spille, cappellini.
Un volto di ragazza nella folla giuliva: Mercè Rodoreda, adolescente triste perché i suoi le proibiscono di partecipare alle danze. Per questo nell’esilio di Ginevra, nei primi anni Sessanta, tornerà con la piuma alla piazza e alla storia d’amore e oppressione.
Pure Natàlia, ormai moglie del droghiere delle vecce, tornerà alla piazza, una cassa svuotata, fatta di tante cose vecchie con il cielo per coperchio. In mezzo a quel coperchio vedrà volare ancora delle piccole ombre, e le pareti delle case si allungheranno verso l’alto, cominceranno a piegarsi l’una contro l’altra e il buco del coperchio si stringerà sempre più a formare una sorta di imbuto.
Un vento di tempesta inizierà allora a vorticare in quell’imbuto di dolore e ricordi finché finalmente Natàlia esploderà in un grido di inferno.
Ma non ci pensare ora. Un’ultima corranda, su, Colometa, Colombella, un ultimo volteggio, un ultimo sorriso.
Volteggia Natàlia raggiante, volteggia Quimet spaccone, con la camicia bianca.
Volteggia il colombo morto.
Cade a terra.
Lì, a plaça del Diamant, colpito da una fionda, dove sorgerà la statua di Xavier Medina Campeny, bruna come le piume dei piccioni cappuccini, imprigionata nella lava della disperazione, còlta in quell’urlo straziante che scaccerà finalmente via da sé colombi e morte, balli e miseria.