La sfortuna di Bidarshik, di Jack London

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TITOLO: Il grido del corvo

Autore: Jack London  A cura di: Lorenzo di Paola 

EDITORE: Alessandro Polidoro Editore   PAGINE: 176   PREZZO: 12,00

A fine Febbraio 2018 sarà in libreria Il grido del corvo, di Jack London, pubblicato da Polidoro Editore, che riporta tra gli scaffali un classico della narrativa breve, dimenticato e scomparso dalle librerie.

Cattedrale ve ne da un'anticipazione, pubblicando uno dei racconti della raccolta.
 

La sfortuna di Bidarshik

«Fare la mia cucina al vostro fuoco, e dormire sotto il vostro tetto questa notte».
Ecco quel che avevo detto al vecchio Ebbits, entrando nella sua capanna; egli mi aveva guardato con un occhio cisposo e vago, mentre Zilla mi aveva gettato uno sguardo corrucciato e un grugnito di disprezzo. Zilla era la moglie, e sullo Yukon non si sarebbe trovata una vecchia squaw più implacabile, né una lingua più cattiva. Non mi sarei fermato lì se i miei cani fossero stati meno stanchi o se il resto del villaggio fosse stato abitato; ma quella capanna era la sola occupata, e fui costretto a cercarvi ricovero.
Di tanto in tanto il vecchio Ebbits raccoglieva le sue idee, mentre scintille e segni d’intelligenza andavano e venivano nei suoi occhi. Durante la preparazione della mia cena, cercò varie volte di rivolgermi qualche domanda cortese a riguardo della mia salute, dello stato e del numero dei miei cani e della distanza che avevo percorso quel giorno. E ogni volta Zilla aveva assunto un’aria più imbronciata e aveva brontolato ancora con maggiore disprezzo.    
Tuttavia, confesso che non c’era nulla che potesse incoraggiarli alla gioia. Erano lì entrambi rannicchiati accanto al fuoco, alla fine dei loro giorni, vecchi, pieni di acciacchi, senza forza, lancinati dai reumatismi, morsi dalla fame e tentati dagli odori di frittura e di carne che io avevo in abbondanza. Si dondolavano in avanti e indietro con un movimento lento e macchinoso, e ogni cinque minuti, regolarmente, Ebbits gemeva sordamente. Non era tanto un gemito di dolore, quanto un lamento che derivava dal peso e dal tormento di quella cosa chiamata vita, e più ancora dal timore della morte.
Quando la mia carne di alce crepitò vivamente nella padella, notai che le narici del vecchio Ebbits si contraevano e si aprivano all’odore del cibo. Cessò un momento di dondolarsi e dimenticò di gemere, mentre un lampo d’intelligenza sembrava illuminargli il volto.
Zilla, dal canto suo, si dondolava più presto, e per la prima volta diede voce al suo dolore con piccoli gridi acuti. Pensai che agivano come cani affamati, e dopo tutto non sarei stato sorpreso se Zilla avesse improvvisamente mostrato la coda e l’avesse dimenata sul pavimento alla maniera dei cani. Ebbits cessò a varie riprese di dondolarsi, per chinarsi in avanti e avvicinare il naso palpitante al focolare.
Quando passai loro un piatto di carne fritta, mangiarono golosamente facendo rumore; si udiva lo stritolare dei denti logori, le aspirazioni fischianti accompagnate da mormorii e da grugniti continui. Dopo questo, quando diedi a ciascuno di loro una tazza di tè bollente, i rumori cessarono. Il sollievo e la soddisfazione apparvero sul loro volto. Zilla rinunciò per un istante alla sua smorfia amara, per lanciare un sospiro di soddisfazione. Né l’uno né l’altro si dondolavano più; sembravano caduti in una meditazione placida. Poi gli occhi di Ebbits si bagnarono e compresi che era il dolore della pietà di se stesso. Le ricerche che fecero per trovare le loro pipe mi mostrarono chiaramente che erano stati senza tabacco per lungo tempo, e l’impazienza del vecchio per il narcotico lo rese impotente al punto che mi occorse accendergli la pipa.
«Perché siete così soli nel villaggio?» domandai. «Sono forse tutti morti? O vi sono state molte malattie? Siete i soli viventi che restano?».
Il vecchio Ebbits scosse il capo, dicendo:
«No, non ci sono state molte malattie. Il villaggio è andato a caccia per avere della carne. Noi siamo troppo vecchi, le nostre gambe non sono forti e non possiamo più portare sulle spalle i pesi del campo e del viaggio. Perciò restiamo qui e ci chiediamo quando i giovani torneranno con la carne».
«Supposto che i giovani torneranno con la carne!» disse Zilla bruscamente.
«Forse torneranno con molta carne» riprese con voce tremula il vecchio.
«E anche con molta carne!» continuò la squaw ancora più bruscamente.
«Ma che ne guadagneremo, tu e io? Qualche osso da rosicchiare nella nostra vecchiaia sdentata. Ma il grasso, i rognoni, la lingua, tutto questo andrà in altre bocche e non nella nostra, vecchio!».
Ebbits dondolò il capo e pianse in silenzio.
«Non ci sarà nessuno per cacciare della carne per noi!» gridò la donna, volgendosi con collera dalla mia parte.
C’era un’accusa nel suo gesto, e io mi strinsi nelle spalle per mostrare che non ero colpevole del delitto sconosciuto di cui ero accusato.
«Sappi, Uomo Bianco, che proprio a causa della tua razza, a causa di tutti i bianchi, il mio uomo e io non abbiamo cibo nella nostra vecchiaia, e siamo seduti senza riparo contro il freddo e senza tabacco».
«No» disse gravemente Ebbits, il cui senso di giustizia era più sviluppato. «Ci hanno fatto torto, è vero, ma l’uomo bianco non aveva intenzione di farci torto».
«Dov’è dunque Moklan?» chiese lei. «Dov’è il tuo figlio vigoroso, e il pesce che egli era sempre pronto a portare affinché tu potessi mangiare?».
Il vecchio dondolò il capo.
«E dov’è Bidarshik, il tuo figlio forte? Era sempre un gran cacciatore e sempre ti portava il buon grasso, e le lingue secche dell’alce e del caribù. Il tuo stomaco è pieno di nulla per giorni interi e deve venire un uomo di una razza miserabile e bugiarda perché tu possa mangiare».
«No» interruppe il vecchio Ebbits con bontà; «l’uomo bianco non è bugiardo. L’uomo bianco dice la verità: dice sempre il vero».
Si fermò guardandosi intorno come per cercare delle parole che addolcissero la severità di quello che stava per dire.
«Ma il bianco dice la verità in differenti modi. Oggi dice il vero in una maniera, domani dirà il vero in un’altra maniera, ed è difficile comprenderlo o comprendere i suoi modi».
«Dire oggi la verità in un modo, domani dirla in un altro, è mentire» concluse Zilla.
«Non si può comprendere il bianco» continuò Ebbits ostinato.
La carne, il tè e il tabacco sembravano averlo ricondotto alla vita, ed egli padroneggiò più fortemente la sua idea dietro gli occhi cisposi di vecchio. Si raddrizzò, s’irrigidì, la sua voce perse la nota lamentosa e divenne ferma e positiva. Si girò verso di me con dignità e mi parlò come un uomo si rivolge a un suo simile.
«Gli occhi del bianco non sono chiusi» cominciò. «Il bianco vede tutte le cose, pensa profondamente ed è molto saggio. Ma il bianco d’un giorno non è quello del giorno successivo e non lo si può comprendere. Non fa sempre le cose nello stesso modo: quale sarà la sua prossima azione, non si sa».
Tacque, tirò una boccata dalla pipa, vide che era spenta e la passò a Zilla, le cui labbra, rinunciando a dimostrare lo sdegno per l’uomo bianco, si appoggiarono sul cannello della pipa. Ebbits sembrava ricadere nella sua insensibilità senza aver finito la storia, quando gli domandai:
«Che avvenne dei tuoi figli Moklan e Bidarshik? E com’è che tu e la tua vecchia siete senza carne fino alla fine dei vostri giorni?».
Egli sembrò uscire da un sonno e si raddrizzò con sforzo.
«Non è bene rubare» disse. «Quando il cane prende la vostra carne, voi picchiate il cane col bastone... è la legge. È la legge che l’uomo diede al cane, e il cane deve seguirla sotto pena di essere bastonato. Quando l’uomo prende la vostra carne, il vostro canotto, la vostra donna, voi uccidete quest’uomo... È la legge e una buona legge. È male dunque rubare, è legge che l’uomo che ruba dovrà morire. Chiunque infrange la legge deve soffrire. È una grande sofferenza morire».
«Ma se tu uccidi l’uomo, perché non uccidi il cane?». Il vecchio Ebbits mi guardò con una sorpresa infantile, mentre Zilla ghignava apertamente, tanto la mia domanda era assurda.
«È la maniera dei bianchi!» brontolò Zilla.
Allora il vecchio Ebbits insegnò la saggezza all’uomo bianco e disse dolcemente:
«Il cane non è ucciso perché deve tirare la slitta dell’uomo. Nessun uomo tira la slitta di un altro uomo: per questo l’uomo è ucciso».
«Oh!» mormorai.
«È la legge» continuò il vecchio Ebbits. «Ora ascolta, Uomo Bianco, e ti racconterò una grande follia. C’è un indiano, il suo nome è Mobits. Egli ruba due libbre di farina a un bianco; che fa il bianco? Picchia forse Mobits? No... Lo uccide? No... Che fa a Mobits? Te lo dirò, Uomo Bianco. Egli ha una casa, vi mette Mobits. Il letto è buono, i muri sono spessi. Egli accende un fuoco affinché Mobits abbia caldo, dà a Mobits molto da mangiare, e buon nutrimento. Mobits non ha mai mangiato così bene in vita sua: c’è del lardo, pane, e fagioli in quantità.
«C’è una grossa serratura alla porta, affinché Mobits non fugga:anche questa è una grande follia. Mobits non se ne va... perché ha tutto il tempo molto da mangiare, coperte calde e un gran fuoco. Sarebbe sciocco andarsene e Mobits non è sciocco. Per tre mesi, egli resta in questa casa: ha rubato due libbre di farina, e a causa di ciò il bianco ha gran cura di lui. Mobits mangia molte libbre di farina, molte libbre di zucchero, lardo e fagioli in quantità. Dopo tre mesi, il bianco apre la porta e dice a Mobits che deve andarsene. È come un cane che è stato nutrito a lungo in un posto; egli vuole restare in quel posto, e il bianco deve cacciare Mobits. Così Mobits torna al suo villaggio ed è molto grasso. È il modo di fare del bianco e non si comprende. È una grande follia».
«Ma i tuoi figli» insistei «i tuoi figli così forti e la fame che ti segue negli ultimi tuoi giorni di vita?».
«C’era Moklan» cominciò Ebbits.
«Un uomo forte» interruppe la madre. «Poteva manovrare la pagaia tutto un giorno e tutta una notte senza mai arrestarsi per riposare. Conosceva il salmone e conosceva l’acqua. Era molto saggio».
«C’era Moklan» ripetè Ebbits, senza considerare l’interruzione. «Durante la primavera discese lo Yukon coi giovani per trafficare a Fort Campbell. Là c’è un posto pieno di cose dell’uomo bianco e un commerciante che si chiama Jones. C’è anche uno stregone bianco che voi chiamate missionario. C’è pure a Fort Campbell un sito pericoloso, dove lo Yukon diventa sottile come una fanciulla e le acque sono rapide e le correnti si slanciano da tutte le parti e s’incontrano, e ci sono dei mulinelli e dei buchi. Le correnti cambiano senza posa e le acque cambiano in modo che non è mai la stessa cosa. Moklan mio figlio, è coraggioso».
«Mio padre forse non era un uomo coraggioso?» domandò Zilla.
«Tuo padre era coraggioso» ammise Ebbits, con l’aria di un uomo che vuole la pace domestica a ogni costo. «Moklan è mio e tuo figlio, dunque è coraggioso. Forse a causa di tuo padre che è coraggiosissimo. Moklan è troppo coraggioso. È come quando si mette troppa acqua in un vaso, esso trabocca: così il troppo coraggio in Moklan, lo fa traboccare.
«I giovani temono molto le cattive acque di Fort Campbell, ma Moklan non ha paura. Ride fortemente, oh! oh! e va nelle acque pericolose. Ma là dove le acque si incontrano, il canotto è capovolto. Un gorgo prende Moklan per le gambe, egli gira e gira, scende sempre più giù e non lo si rivede».
«Ahi! Ahi!» gridò Zilla. «Era bravo e saggio, il mio primo nato!».
«Io sono il padre di Moklan» disse Ebbits, dopo aver pazientemente atteso che la moglie avesse finito la sua rumorosa interruzione. «Montai nel canotto e discesi il fiume fino a Fort Campbell per farmi pagare il debito».
«Il debito?» esclamai. «Quale debito?».
«Il debito di Jones che è il capo commerciante» fu la risposta. «È la legge, quando si viaggia in paese straniero».
Scossi il capo in segno d’ignoranza; Ebbits mi guardò con compassione, mentre Zilla sbuffava sdegnosamente, secondo la sua abitudine.
«Ascolta, Uomo Bianco; nel tuo campo c’è un cane che morde; quando il cane morde un uomo, tu dai a quest’uomo un regalo perché ti rincresce e perché è il tuo cane. Tu paghi, non è vero? Così pure, se c’è nel paese cattiva caccia o acqua pericolosa, bisogna pagare. È giusto, è la legge. Il fratello di mio padre non andò forse al paese di Tanana, dove fu ucciso da un orso? La tribù di Tanana non pagò forse a mio padre molte coperte, e belle pellicce? Era giustizia: la caccia era stata cattiva e la gente di Tanana pagò per la cattiva caccia.
«Dunque io, Ebbits, andai a Fort Campbell per recuperare il debito. Jones, il capo commerciante, mi guardò e rise. Rise fortemente e non volle pagare. Andai dallo stregone, voi lo chiamate missionario, e gli parlai a lungo delle acque cattive e del pagamento che mi era dovuto. E il missionario parlò di altre cose. Mi parlò del posto dove era andato Moklan, ora che era morto: c’è molto fuoco in quel posto; se il missionario dice il vero, io so che Moklan ora non avrà più freddo. Il missionario mi disse anche dove andrò io quando morirò e disse cose cattive. Disse che sono cieco, che è una menzogna. Disse che sono in una grande oscurità, che è un’altra menzogna. E gli risposi che il giorno e la notte vengono ugualmente per ciascuno, e che nel mio villaggio non c’è più buio che a Fort Campbell. Dissi pure che la luce e le tenebre e il posto dove andiamo quando moriamo non hanno nulla a che fare col pagamento di un debito giusto per le acque cattive. Allora il missionario si mise in grande collera, mi diede dei brutti nomi e mi disse di andarmene. Così partii da Fort Campbell, dove non mi pagarono affatto: e Moklan era morto, e nella mia vecchiaia sono senza pesce né carne».
«Per colpa del bianco» disse Zilla.
«Per colpa del bianco» approvò Ebbits. «Ci sono altre cose che sono colpa del bianco. C’era Bidarshik. L’uomo bianco lo trattò in un modo e tuttavia trattò Yamikan in un’altra maniera. E devo dirti che Yamikan era un giovane di questo villaggio al quale accadde di uccidere un uomo di un’altra razza: ciò ha sempre gravi conseguenze.
«Non fu colpa di Yamikan se uccise un bianco. Yamikan parlava sempre dolcemente e fuggiva la collera come un cane fugge il bastone. Ma quel bianco beveva molto whisky, e una sera andò alla casa di Yamikan e voleva battersi. Yamikan che non voleva morire, uccise il bianco.
«Allora tutto il villaggio ne fu scosso; temevano molto di dover pagare una grossa somma ai parenti del bianco: nascondiamo dunque le nostre coperte, le nostre pellicce e tutta la nostra ricchezza allo scopo di sembrare poveri e di pagare solo una piccola somma.
«Molto tempo dopo vennero i bianchi. Erano soldati, condussero via Yamikan con loro. La madre fece un gran chiasso e mise le ceneri nei capelli perché credeva che Yamikan stesse andando incontro a morte certa. Tutto il villaggio lo sapeva e si rallegrava di questo, perché nessuna somma era stata richiesta.
«La cosa accadde in primavera, quando il ghiaccio era scomparso dal fiume. Un anno passò, due anni. La primavera tornò, il ghiaccio sparì. Allora Yamikan, che era considerato morto, ritornò. Ma non era morto ed era molto grasso, e scoprimmo che aveva dormito caldamente e che aveva avuto molto da mangiare. Aveva begli abiti ed era in tutto come un bianco; aveva acquistato molta saggezza, così che divenne presto capo del villaggio.
«Aveva strane cose da raccontare sulle maniere del bianco, perché aveva visto molti bianchi e aveva viaggiato molto nel loro paese. In principio, il soldato bianco lo condusse lontano discendendo il fiume: lo condusse fino in fondo al fiume, in un posto dove le acque cadono in un lago che è più grande di tutte le terre e più grande del cielo; sembra una cosa impossibile, ma Yamikan giura di averlo visto. Egli mi disse anche che le acque di quel lago sono salate, e ciò è strano e difficile da comprendere.
«Ma il bianco conosce anche lui tutte queste meraviglie, e io non lo stancherò raccontandogliele. Soltanto, voglio dirgli quel che accadde a Yamikan. Il bianco diede a Yamikan molto buon cibo; tutto il tempo, Yamikan mangiava e ce n’era sempre ancora. Il bianco viveva sotto il sole, a quanto dice Yamikan, in un paese dove c’era molto calore. Lì gli animali avevano solo peli, non pelliccia, le piante verdi erano grandi, e là coltivavano la farina, i fagioli e le patate. E sotto il sole la fame non si soffriva. C’era sempre molto da mangiare: io non so come, diceva Yamikan. Una cosa strana accadde a Yamikan: il bianco non gli fece mai alcun male. Gli diedero un letto caldo la notte e molto buon cibo. Lo condussero attraverso il gran lago salato che è grande quanto il cielo. Egli era sul battello a fuoco del bianco, quello che voi chiamate battello a vapore; ma il battello era venti volte più grande di quello dello Yukon. Quel battello è fatto in ferro, eppure non affonda. Questo non lo comprendo; ma Yamikan disse: “Ho viaggiato lontano sul battello di ferro, e, guardate, sono ancora vivo”. È il battello per i soldati dei bianchi, con molti soldati a bordo.
«Dopo molte notti di viaggio, tanto, tanto tempo dopo, Yamikan arrivò in un paese dove non c’era neve. Questo non posso crederlo. Non è nella natura delle cose che quando l’inverno viene non ci sia neve. Ma Yamikan ha visto: ho chiesto ai bianchi e loro hanno detto che non c’è neve in quel paese. Ma non posso comprenderlo, e ora domando a voi se veramente la neve non cade in quelle contrade. Vorrei anche sapere il nome di quel paese: l’ho inteso già; ma vorrei udirlo ancora, se è lo stesso. Saprò così se ho udito delle menzogne o la verità».
Il vecchio Ebbits mi guardò; gli occorreva la verità a ogni costo, quantunque il suo desiderio fosse di conservare la propria fede in quella cosa meravigliosa che non aveva mai visto.
 «Sì» risposi «è la verità che avete sentito. Non c’è neve in quel paese e il suo nome è California».
«Ca-li-for-ni-a» mormorò due o tre volte, ascoltando con attenzione il suono delle sillabe che cadevano dalle sue labbra. «Sì, è lo stesso paese di cui Yamikan ha parlato».
Compresi che l’avventura di Yamikan era avvenuta quando l’Alaska era da poco passata nelle mani degli Stati Uniti. Un caso di assassinio di quella natura, prodottosi prima dell’istituzione dei tribunali sul territorio, era stato giudicato negli Stati Uniti, davanti alla corte federale.
«Quando Yamikan giunse nel paese dove non c’è neve» continuò il vecchio Ebbits «lo condussero in una grande casa dove numerosi uomini parlano molto. Essi parlano a lungo e domandano a Yamikan molte cose. Più tardi gli dicono che non gli daranno noie. Yamikan non comprende, perché non l’hanno mai annoiato; perché tutto il tempo gli hanno dato un posto caldo per dormire e molto da mangiare.
«Ma dopo questo gli diedero un cibo ancora migliore, gli diedero del denaro, lo condussero in molti posti del paese dei bianchi ed egli vide tante cose strane che sono al di là della comprensione di Ebbits, che è un uomo vecchio e che non ha viaggiato lontano. Dopo due anni, Yamikan tornò al suo villaggio, e divenne il capo pieno di saggezza fino alla sua morte.
«Ma, prima di morire, egli sedeva spesso accanto al fuoco, e raccontava le cose strane che aveva visto. E Bidarshik, che è mio figlio, sedeva accanto al fuoco e ascoltava, e i suoi occhi s’ingrandivano a causa di quello che ascoltava. Una sera, dopo che Yamikan era rientrato nella sua casa, Bidarshik si levò così, altissimo, e, battendosi il petto col pugno, disse:
«“Quando sarò un uomo, viaggerò lontano, anche fino al paese dove non c’è neve e vedrò le cose coi miei propri occhi”».
«Bidarshik ha sempre fatto dei viaggi lontano» interruppe Zilla fieramente.
«Questo è vero» assentì Ebbits gravemente: «e sempre egli tornò per sedersi accanto al fuoco e sospirare per altri paesi più lontani ancora».
«E sempre ha ricordato il lago salato che è così grande come il
cielo, e il paese sotto il cielo, dove non c’è neve» disse Zilla.
«E sempre ha detto: “Quando avrò tutta la forza di un uomo, andrò a vedere io stesso se le parole di Yamikan sono vere”» disse Ebbits.
«Ma non c’era mezzo di andare al paese dei bianchi» disse Zilla.
«Non è andato fino al lago salato grande come il cielo?» domandò Ebbits.
«Ma non c’era mezzo per lui di attraversare il lago».
«Tranne nel battello a fuoco dei bianchi, che è fatto con ferro e che è più grande di venti battelli a vapore dello Yukon» disse Ebbits.
Guardò con aria corrucciata Zilla, le cui labbra avvizzite già si aprivano per parlare, e le impose silenzio.
«Ma il bianco non voleva lasciarlo attraversare il lago nel battello a fuoco» riprese Ebbits «ed egli tornò al focolare, sospirando per il paese sotto il sole dove non c’è neve».
«Eppure, aveva visto sul lago salato il battello a fuoco fatto in ferro e che non andava giù» gridò Zilla, incorreggibilmente.
«Sì» disse Ebbits «e vide che Yamikan aveva detto il vero, parlando di quello che aveva visto. Ma non c’era alcun mezzo perché Bidarshik viaggiasse nel paese dei bianchi, ed egli divenne malato e scoraggiato come un vecchio e non volle lasciare il fuoco. Non uscì più per cacciare la carne».
«Né mangiò più il cibo che gli mettevamo davanti» aggiunse Zilla. «Scuoteva il capo e diceva: “Non voglio mangiare che il cibo dei bianchi e ingrassare come Yamikan”».
«E non mangiò il cibo» continuò Ebbits, «e la malattia di Bidarshik aumentò a tal punto che credetti stesse per morire. Non era una malattia del corpo, ma della testa: era una malattia del desiderio. Io Ebbits, suo padre, feci una grande riflessione. Non ho più figli e non voglio che Bidarshik muoia. È una malattia della testa e non c’è che una cosa per guarirla. Bisogna che Bidarshik faccia il viaggio attraverso il lago grande come il cielo, nel paese sotto il sole e dove non c’è neve. Penso a lungo e allora trovo un modo.
«Così una sera che egli è seduto accanto al fuoco, molto malato, la testa bassa, gli dico “Figlio mio, ho appreso il mezzo col quale tu andrai al paese dei bianchi”. Egli mi guarda, e il suo viso è gioioso. “Va”, dissi, “come Yamikan è andato”. Ma Bidarshik è malato e non comprende. “Va”, dissi, “e trova un bianco, e come Yamikan uccidilo. Allora il soldato bianco verrà a prenderti e, come hanno fatto per Yamikan, tornerai molto grasso, con gli occhi pieni di quel che avrai visto e con la testa piena di saggezza”.
«E Bidarshik si leva subito e la sua mano si tende per afferrare il suo fucile. “Dove vai?”, dico. “A uccidere il bianco”, risponde. E vedo che le mie parole sono state buone per le orecchie di Bidarshik e che egli sta per recuperare la salute. Vedo anche che le mie parole sono sagge.
«Un bianco venne nel villaggio, non cercava l’oro nel suolo, né le pellicce nella foresta. Cercava tutto il tempo mosche e scarabei. Non mangiava né le mosche, né gli scarabei, perché li ricercava? Non so. Tutto quel che so, è che egli era un bianco di aspetto strano: cercava le uova degli uccelli, non mangiava le uova; tutto quello che è nell’interno, lo gettava via e conservava solo il guscio. I gusci d’uovo non sono buoni da mangiare; egli non li mangiava, ma li metteva dentro scatole molli dove non si rompono. Prendeva molti piccoli uccelli, non prendeva che le penne e le metteva dentro scatole. Amava anche le ossa; le ossa non sono buone da mangiare: quell’uomo strano preferiva le ossa vecchie che dissotterrava dal suolo.
«Ma non era un bianco pericoloso e sapevo che sarebbe morto molto facilmente. Allora dissi a Bidarshik “Figlio mio, ecco il bianco che devi uccidere”; e Bidarshik disse che le mie parole erano sagge. Allora andò in un posto dove sapeva che c’erano molte ossa nel suolo, dissotterrò molte di queste ossa e le portò al campo dello strano uomo bianco. Il bianco ne fu molto contento, il suo volto brillava come il sole, sorrideva con molta felicità guardando le ossa. Abbassò la testa, così per vedere le ossa, e allora Bidarshik lo colpì fortemente sulla testa con l’ascia una sola volta, in questo modo, e il bianco strano diede un colpo di piede e morì.
«“Ora” dissi a Bidarshik “il soldato bianco verrà a prenderti per condurti nel paese sotto il cielo dove tu mangerai molto e diverrai grasso”. Bidarshik era felice: la sua malattia era già passata, stava seduto accanto al fuoco e attendeva l’arrivo dei soldati bianchi.
«Come potevo sapere che la maniera del bianco non è mai due volte la stessa?» domandò il vecchio, volgendosi verso di me con ferocia. «Come potevo sapere che ciò che il bianco ha fatto ieri non lo farà oggi, e che quello che ha fatto oggi non lo farà domani?».
Ebbits scosse il capo tristemente:
«Impossibile comprendere il bianco: ieri conduce Yamikan nel paese che è sotto il sole e lo ingrassa con molto cibo. Oggi prende Bidarshik e che ne fa? Lasciami dire quello che fa di Bidarshik. «Io, Ebbits, suo padre, te lo dirò. Egli condusse Bidarshik a Fort Campbell, gli annodò una corda intorno al collo, e così, quando i suoi piedi non toccarono più il suolo, morì».
«Ahi, ahi» pianse Zilla «e mai egli attraversò il lago grande come il cielo, né vide il paese sotto il sole dove la neve non discende mai».
«E così» disse il vecchio Ebbits con una dignità grave «non c’è nessuno per cacciare il cibo per me nella mia vecchiaia, e io seggo accanto al fuoco e dico la mia storia al bianco che mi ha dato il nutrimento, il tè e il tabacco per la mia pipa».
«A causa del bianco miserabile e bugiardo» disse Zilla.
«No» rispose il vecchio con dolcezza «a causa della maniera del bianco che non si comprende, e che non è mai due volte la stessa».