Comportati da uomo, di Giovanni Battista Menzani

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TITOLO: Comportati da uomo

AUTORE: Giovanni Battista Menzani

EDITORE: LiberAria   PREZZO: 12,00

Le mani dietro la schiena

Un uomo e una donna camminano sul marciapiede. L’uomo è davanti alla donna di qualche metro. Cammina chino in avanti, con le mani dietro la schiena. Indossa un abito di velluto nero, di diverse taglie più grandi della sua, e un cappello in feltro, nero, con un nastro di raso. La punta della cravatta infilata nei pantaloni. Le scarpe nere, di vernice. Fischietta un’aria da romanza. Dietro di lui, la donna arranca per provare a raggiungerlo. Con quelle sue gambette corte e sottili, deve fare il doppio dei suoi passi. Intorno al capo porta un fazzoletto di seta a fiori e uno scialle fatto a mano, del colore della ruggine, le copre le spalle strette. Ai piedi ha un paio di stivaletti di cuoio che le arrivano sopra le caviglie, che tiene fasciate con una garza elastica, non se la toglie nemmeno durante il sonno.

Lei oramai ci è abituata, a inseguirlo. È tutta la vita che lo fa.

Dopo il loro matrimonio – era stata una sobria cerimonia per pochi intimi nella chiesa del P.E.E.P., appena inaugurata e costruita con un innovativo sistema prefabbricato in ferro, e poi via, in viaggio lungo l’autostrada con la Cinquecento nuova fiammante – lo ha sempre dovuto rincorrere, a causa dei suoi continui spostamenti per lavoro. Sino in capo al mondo. Ogni volta una città diversa. Facce diverse. Erano diversi gli accenti delle voci, quelle inflessioni dialettali che non riusciva a comprendere fino in fondo. E ogni volta bisognava ricominciare da capo. Senza nessun aiuto. E non era una cosa facile, allevare due figli senza nessuno che ti dava una mano. Lui lavorava tutto il giorno, e tutti i giorni. Tornava a casa all’imbrunire. Beveva il latte direttamente dal cartone, poi lo riponeva nello sportello laterale del frigorifero. Si sfamava appena con una zuppa riscaldata, mentre leggeva i fumetti western che si faceva spedire da sua madre. Poi restava appoggiato all’uscio della stanza dei bambini. Di rado, si avvicinava al più piccolo per sfiorargli una guancia con le sue labbra secche e rimanere così, come sospeso, ad ascoltare il suo respiro. Infine si infilava nel letto matrimoniale, tirava le coperte dalla sua parte e le chiedeva se era andato tutto bene. Sì: andava sempre tutto bene. Eppure, lei se lo ricordava come stavano le cose, al principio della loro storia. Al principio era lui che correva. Oh, se correva. Ovunque lei andasse – al lavatoio pubblico per il bucato, dal calzolaio per rifare i tacchi perché le scarpe ti dovevano durare più di una stagione (ne aveva un paio per la scuola e un paio per le cerimonie), o a messa, alla domenica mattina (lei non ne perdeva una per nessuna ragione al mondo) o ancora al sabato pomeriggio quando si concedeva di passeggiare spensierata sul corso con la sua amica più cara – se lo ritrovava sempre in mezzo ai piedi. Nascosto da una palizzata o dallo spigolo di una casa, in penombra, lui restava a osservarla in silenzio per ore. Non si avvicinava mai. C’erano voluti mesi perché le rivolgesse la parola. C’era voluto l’intervento della sua amica, che lo aveva convinto a invitarla al ballo di Carnevale che avevano allestito nel salone dell’oratorio della cattedrale, tra festoni colorati e i ritratti di Don Bosco e Padre Pio appesi alle pareti. Che cosa aspetti a parlarle?, gli aveva detto a brutto muso l’amica. Ancora un po’ e diventate vecchi, tutti e due. E poi era stata lei a correre. Avevano vissuto un lungo periodo su una piattaforma in mezzo all’oceano, un anno o forse due, lei non rammentava con precisione, la memoria da un pezzo le giocava brutti scherzi. Erano come prigionieri: la terraferma distava più di due miglia e mica si potevano farle a nuoto. Da lì, erano emigrati in Africa, e a quei tempi andare in Africa era come andare su un altro pianeta. Era come andare su Marte. Avevano preso alloggio in un container in vetroresina adagiato su una sabbia torrida e finissima, di quelle sabbie che quando le raccogli non ti resta in mano nulla, come una specie di disco volante che riverbera in mezzo al deserto. Nel container c’era un letto di legno così pesante che per portarlo dentro c’erano voluti quattro uomini, e una sola finestrella minuscola in soggiorno, perché così il caldo non entrava. Non c’era nemmeno un terrazzino per stendere i panni, li doveva appendere a un cavo che penzolava sopra la vasca da bagno. Per comprare una confezione di farina o un casco di banane doveva trascinarsi per più di un’ora su quella maledetta sabbia che scottava. Oppure c’era il torpedone delle sette del mattino, ma la preparazione dei figli comportava un tale dispendio di tempo e di energie che era quasi impossibile fare in tempo. Poteva accadere che la accompagnasse un giovane di colore, era il guardiano del villaggio della compagnia petrolifera: aveva a disposizione una Jeep e si divertiva a sgommare tra le dune e le sterpaglie, sollevando enormi nubi di polvere. Lo ricordava bene, quel giovane. Era alto e muscoloso, con i denti così bianchi che brillavano sotto i raggi del sole. Per un po’ di tempo le aveva fatto la corte. Le lasciava dei bigliettini nascosti ovunque, noncurante del fatto che il marito li avrebbe potuti trovare. Erano dei biglietti scritti con una brutta grafia e in un inglese stentato. Lei sulle prime si era indignata, ed era restata a lungo incerta se mandargli a dire di non permettersi più. Ma era poco più che un ragazzo. E poi, presto si era accorta che quelle sue frasi ingenue, quelle similitudini lette da qualche parte e maldestramente riciclate, la riempivano di gioia, addolcendole quelle lunghe ore immobili e – in apparenza – senza senso. Le gentilezze di quel giovane uomo con i denti così bianchi erano l’unico rimedio a quell’inquietudine che l’aveva contagiata pochi istanti dopo il loro arrivo laggiù. Al suo mal di vivere. Ma ora le sue corse e le sue rincorse erano terminate. Ora quel loro continuo spostarsi, quel loro vagabondare intorno al mondo era solo un ricordo, un ricordo lontano. Quando era arrivata l’ora di mettere le radici, lui aveva detto che un posto valeva l’altro. Perché non andiamo a vivere al mare?, le aveva proposto. Ma lei aveva preteso di tornare ad abitare nel quartiere dove era nata, un dedalo di vicoli stretti e angusti e di basse casupole dominate dalla mole della cattedrale, per scoprire presto che, in fondo, aveva ragione suo marito. Un posto valeva l’altro. In quel quartiere, infatti, lei non conosceva più nessuno. Anche lì, facce diverse da quelle che lei ricordava. Erano diversi gli accenti delle voci, con quelle inflessioni dialettali e quelle lingue straniere che lei non riesce a comprendere fino in fondo. Era il suo destino: doveva sempre ricominciare da capo. Anche stavolta. Lui adesso usciva di casa a metà mattino per andare al circolo degli ufficiali, e non rientrava che a ora di cena, quando mangia- vano insieme davanti alla tv che trasmette il quiz preserale. E poi subito a letto. A fissare il soffitto imbiancato di fresco. E lei? Come poteva riempire quelle sue giornate che sembravano interminabili? Ci fossero almeno i figli, i nipoti. Ma abitano lontano. Sempre in giro per il mondo, anche loro. Il destino di un’intera famiglia.
Lei allora si era messa ad aiutare il reverendo. Era un brav’uomo, il reverendo. Ma era anche lui vecchio, vecchissimo, non ricordava nemmeno da quanti anni era in servizio presso la parrocchia della cattedrale. E beveva. Soltanto mezzo bicchiere, diceva lui. Ma a volte era poco lucido. C’erano momenti in cui, durante la messa, si dimenticava di leggere il Vangelo. Interrompeva i salmi a metà. Saltava addirittura l’eucarestia. La gente andava a chiedergli l’ostia dopo la cerimonia, e lui si arrabbiava. Ma se anche per una volta non lo prendete, il corpo di Cristo, cosa credete che possa succedervi?, sbraitava il reverendo mentre si sfilava la tonaca di colore viola in sacrestia. Credete che per questo il Signore non vi accolga più nel Regno dei Cieli? Lei passava in chiesa tutte le mattine. Aiutava il parroco nella gestione amministrativa. Lui non era mai stato un uomo pratico. Non era nemmeno capace di andare a pagare le bollette in posta, anni fa gli avevano persino tagliato il gas e un fedele che vende ceramiche e arredobagno gli aveva installato nottetempo una stufa a pellet, per evitare che morisse assiderato in quelle vecchie stanze d’altri tempi e spoglie. Lui dava la colpa al fatto che le finanze della comunità erano così limitate. Adesso la gente non vuole più nemmeno il funerale, si lamentava con i fedeli che incrociava all’ora del tramonto sul sagrato. La gente preferisce farsi cremare, pur di non di versare il suo obolo alla madre chiesa. Lui diceva che erano riti pagani. Lui diceva che per quella gente, per quella gente sì, non si sarebbero aperte le porte del Cielo. Lei lo aiutava nella pulizia della sacrestia. La chiesa no, non poteva farcela. Tre navate lunghe cinquanta metri, e quei muri alti, altissimi, in pietre squadrate, così grandi che lei si chiedeva come fossero mai riusciti a impilarli uno sull’altro, nel tredicesimo secolo poi, quei muri in pietra ricoperti da quadri antichi. Erano così grandi quei quadri. C’erano quadri lunghi anche più di cinque metri. E gli stucchi dorati. I candelabri. Le statue di legno che raffiguravano i vescovi e i cardinali. La più bella era quella dell’angelo d’oro che sormontava il campanile in mattoni con le trifore, da lassù in alto l’angelo d’oro dominava la città, di più, la pianura smisurata. E chi ci arrivava, lassù in alto? No, alla chiesa ci pensava un’impresa di pulizie. E proprio sotto il campanile della cattedrale, l’uomo all’improvviso si ferma. Senza voltarsi indietro, aspetta che la donna lo raggiunga. Ma quando la donna è ormai al suo fianco, l’uomo riprende il cammino. L’uomo e la donna viaggiano a velocità diverse. Lui è incapace di rallentare e di tenere il passo della donna. Così, dopo pochi istanti, i due sono ancora da capo. L’uomo e la donna camminano sul marciapiede. Lui è davanti di qualche metro. Cammina chino in avanti, con le mani dietro la schiena.