Il guardiano del ponte, un racconto di Joy Williams

Piatto_bc_OSPITE_ok-705x1030.jpg

In previsione del Natale, vogliamo proporvi una vetrina speciale, oggi! Un racconto contenuto nella bella antologia di racconti scelti L'ospite d'onore di Joy Williams, nelle librerie dall'11 Dicembre, edita da Black Coffee, tradotta da Sara Reggiani e Leonardo Taiuti.
Ringraziamo l'editore per la gentile concessione.

 

Il guardiano del ponte

Sto provando a pensare. A volte mi sorprendo a dire queste parole dentro di me. Pare che tutto nella mia testa inizi quando qualcosa mi dice di provare a pensare. Ricordo sempre come inizia, ma mai come finisce. Anche se adesso è finita, e non mi sembra giusto. È finita ma io sono ancora qui, qui dove sono sempre stato, al contrario di lei che non so neanche che cosa mi abbia dato né cosa farci. Il ponte è ancora lì, come l’acqua e la baracca. E immagino che anche la città ci sia ancora, nonostante non ci abbia più messo piede da quando lei se n’è andata. La sua bella macchina è ancora là, sulla spiaggia, ma mi sembra che stia svanendo, una fotografia sgualcita. È nera, ma gli uccelli ci hanno cacato sopra facendola diventare bianca come la sabbia. A volte, se la guardo, mi fanno male gli occhi. Le cromature riflettono i raggi del sole. Come ho detto, spesso non riesco neanche a distinguerne i contorni. Ormai non è nemmeno più un’auto. Non potrebbe più portare nessuno da nessuna parte. Quello che penso è che, prima che arrivasse, sapevo che sarebbe successo qualcosa, e ora che è ormai storia vecchia, so che non è stato così. Non si è lasciata niente alle spalle a eccezione di quell’auto. Neanche un paio di mutandine, una confezione di gomme da masticare, nulla. Una volta si è presentata a casa con una scatoletta di paté di fegato d’oca. So di non averlo mai mangiato, il fegato d’oca, quindi deve essere ancora qui, da qualche parte, ma non lo trovo. Ho la testa piena come una zecca su un cane. Piena di sangue, o roba simile. E il mio uccello è talmente mansueto nei jeans che non riesco quasi a credere che abbia passato quello che ha passato. Se n’è andata come fumo. Ma era così anche quando c’era. Mi ricopriva, mi avvolgeva con quel sapore dolce e fresco da cono gelato e quel buonissimo profumo, e ce la metteva tutta per amarmi. Poi si è dissolta, così, e io mi sono riempito di lei come un bicchiere d’acqua. Non ricordo come è finita, l’ho già detto, ma so che è finita. Pioggia nera alle quattro del pomeriggio, come al solito. Alberi neri e cielo sgombro. E una schiuma verde sporco nel golfo, dove inizia il canale. Però ricordo l’inizio. Dunque. Quella prima mattina torno alla baracca e mi trovo un bel cagnolone marrone che beve dalla tazza del cesso. La svuota. E poi mi guarda come se fossi io, e non lui, a non avere alcun diritto di stare lì. Svuota la tazza e si siede a guardarmi, con il muso che gocciola. Beninteso, mi piacciono i cani, ma quello mi sembrava proprio un randagio. Nel Panhandle avevo due cani da riporto, erano uno spettacolo. Adoravano riportare, erano bestie pratiche. Ma quello lì era un randagio. O forse apparteneva a qualcuno. Era un bestione. Grosso, insomma. Non ho fatto in tempo ad avvicinarmi per dargli una pedata che ha aperto la zanzariera con la zampa e se n’è andato. Ero furioso. E provavo a escogitare un modo per prenderlo, quel cane marrone, senza neanche far caso a quanto fosse strano che ci fosse un cane in giro, dato che nella zona del ponte o della spiaggia non vedevo anima viva da sei mesi, a parte qualche animale selvatico. Non avevo neanche più visto un uomo, a pensarci bene, ma non faccio in tempo a finire di formulare quel pensiero che chi ti vedo? La ragazza che passeggia sulla spiaggia col cane. Indossava un bikini a colori vivaci e aveva lunghi capelli bagnati e spettinati. Non ricordo neanche quanto fosse passato dall’ultima volta che avevo visto una ragazza in bikini, o una ragazza in generale, perché mia moglie mi aveva lasciato molto tempo prima, ovvero quando ormai non poteva più essere considerata una ragazza nel senso stretto del termine, ed era tornata a vivere a Lowell, nel Massachusetts, la città in cui era nata e da cui era venuta via solo per rendermi la vita un inferno. Da qualche parte, in quel posto, sul prato di una fabbrica, c’è – o c’era – una sedia abbastanza grande da ospitare le chiappe di un gigante. Quaranta, cinquanta volte più grande di una sedia normale. Lei viene da quella città. E ha venduto i miei cani per tornarci, per comprare un biglietto di sola andata su uno di quegli autobus della Trailways con il tetto bombato. Non l’ho mai davvero conosciuta. Si metteva un mucchio di vestiti, per la miseria, un’eschimese. Strati e strati di roba. Non sapevo se le piacessi o meno, e di certo lei non me lo diceva. Non parlava mai di nulla, solo del New England. Lì era tutto meglio, diceva. Il mais, le strade, le decorazioni natalizie. I cavalli non sono così cattivi, diceva. Anche il pane è più buono, su al nord. Perfino il sole, diceva, è più bello, perché tramonta in un’altra direzione. Da noi non precipita all’orizzonte in quel modo, diceva. All’epoca ero giovane e non l’ho mai tradita. Ero giovane e avevo due palle grosse come arance. E ho gettato tutto al vento. Mi ha rinchiuso l’arnese nelle mutande. Quando ripenso a che razza di orsacchiottone ero, educato e ben dotato, e a come ho sprecato tutto quel ben di dio per una donna incapace di amare… Aveva una lingua larga e viscida come un uovo fritto. L’avesse mai usata una volta! Mi aspettavo che la usasse, lo ammetto, ma tanto valeva sperare di trovare il petrolio nell’orto. Diceva di essere una donna rispettabile, di aver lavorato in un ufficio a Boston. Ma non aveva alcun rispetto per il rapporto fra un uomo e una donna, e di sicuro non aveva un briciolo di cervello. Non riusciva a formulare un pensiero coerente. Gliela risistemerei io, quella testaccia, dovesse mai capitarmi di rivederla. Gliela staccherei e piegherei in due, così potrebbe portarsela in borsa. Vendere i migliori cani da riporto di tutta la Florida per un biglietto dell’autobus. Roba da matti. Dicevo. Ho visto la ragazza col bikini colorato e sono riuscito a pensare soltanto alla mia ex moglie. Era trascorso un sacco di tempo, eppure non mi veniva in mente altro che quella strega che stava con me un tempo, o che forse non c’era mai stata. Passo quasi tutto il mio tempo qui, vicino all’acqua, e non penso mai a niente. L’ho capito solo quando ho visto quella ragazza. E mi sono spaventato. È stato come se mi fossi visto morire. Come se mi fossi visto fare qualcosa di molto stupido. Ho attraversato il ponte, sono entrato nella rimessa e ho preso il binocolo. Appartiene allo Stato, ma finché lo lasciano qui è mio. Lo stesso vale per la ragazza, ho pensato, finché fosse rimasta a tiro. Camminava sulla spiaggia, e ogni tanto si chinava a raccogliere un legnetto. Più che un costume addosso aveva due grossi cerotti. Provocante ma non troppo. Aveva un coltello appeso alla vita e un grosso orologio al polso. E un quaderno. Guardarla mi sfiniva. Si chinava, scriveva qualcosa sulla sabbia e schizzava di nuovo in piedi, con una grazia che era come se sapesse che qualcuno la stava guardando, si sistemava il sotto del bikini con un movimento rapido del dito. L’ho guardata a lungo, anche se non faceva nulla di spettacolare. Mi accontentavo di guardare una donna seminuda che si muoveva. Ogni tanto entrava in acqua e nuotava per qualche decina di metri, con quel cane di merda che le zampettava accanto abbaiando come un matto, e ogni volta che usciva dall’acqua era come se il bikini fosse rimpicciolito un po’ e pezzi morbidi e scivolosi di lei strabordassero da tutte le parti. Sono rimasto a guardarla finché non è sparita dietro una curva della spiaggia, e a quel punto ho iniziato a guardare altre cose. Stormi di uccelli tra le mangrovie. Pescherecci di triglie al largo. E quella che in seguito ho scoperto essere l’auto della ragazza parcheggiata sulla sabbia compatta sotto un gruppo di cedri. Era una macchina strana. Ho capito subito che era europea, o comunque di un qualche paese lontano. Una macchina minacciosa, a forma di bara, che però mi faceva pensare anche al sesso, capite, benché prima di allora non avessi mai visto un’auto che mi facesse pensare al sesso. Quella mi suscitava molte sensazioni, come la ragazza, sensazioni che non provavo da… be’, forse non le avevo mai provate. Ma le conoscevo. Erano sensazioni bellissime. Alla fine ho messo giù il binocolo. Ho pulito la lente che si era appannata per l’umidità. Lì per lì a dire il vero ho pensato che il binocolo si fosse rovinato perché non lo usavo mai, non me ne curavo. E lo stesso vale per un sacco di altre cose. Sapete, la vita marcisce se non la si usa. Ogni cosa si rompe, arrugginisce. Specialmente gli attrezzi. Gli arnesi. Tipo il mio. Ah ah. Il binocolo un po’ mi preoccupa, visto che è dello Stato. Potrebbero darmi delle grane. Per il binocolo e per il ponte. Perché di sicuro il ponte non è venuto come doveva. Se dovesse arrivare una barca con l’intenzione di passarci sotto, se dovessi far alzare quest’inferno insomma, credo che si sfalderebbe, ma completamente, come uno di quei ponti di cartapesta che fanno saltare nei film di guerra. Ma tanto non arriva mai nessuno. Non è un corso d’acqua vero e proprio, il canale va riscavato, o al limite servirebbe un uragano come si deve per dare una bella ripulita qui intorno. È una bella spiaggia, si pesca bene ma non ci sono barche, e neanche persone. Ho sentito dire che è successo qualcosa, diversi anni fa. Un’epidemia, o roba del genere. Una malattia nell’acqua. O un attacco venuto dall’acqua. Ci sono stati dei morti, o comunque qualcuno si è fatto male. Sapete come vanno queste cose. Le cattive notizie se le ricordano tutti e magari manco le hanno sentite davvero. Quindi lo Stato ha lasciato perdere. Però non sai mai quando potrebbero ripresentarsi e piantare un casino, perché le cose non sono proprio come volevano loro. Ma sono stati loro a costruire questa spiaggia assurda, mica io. Io al massimo il primo giorno di lavoro ho notato il cartello appeso ai travetti mezzi marci del verricello del ponte. Diceva: attenzione! cartello non più visibile se il ponte è installato correttamente. Be’, non è un problema mio. E vi dirò una cosa: non mi aspetto che lo Stato venga a darmi delle grane. Sanno di essersela cavata a buon mercato. Solo un uomo particolare può vivere qui. Non verrà proprio nessuno, ve lo dico io. Anche se è un po’ che aspetto quella ragazza. Questo ormai l’avrete capito. Dicevo. Quando è sparita sono tornato alla baracca e mi sono fatto una doccia. Mentre ero sotto l’acqua sono uscite dal bosco certe stramaledette rane e si sono piazzate lì. Ci sono scivolato sopra e manca poco mi spezzo l’osso del collo. Mi sono infilato dei vestiti puliti e mi sono tagliato le unghie. Mi sono fatto bello come un divo del cinema, poi mi sono addormentato sulla sedia, in pieno giorno. Il che non capita spesso. E quando mi sono svegliato fuori era praticamente buio e la ragazza era lì che mi guardava. Dava da mangiare dei fiocchi di mais al cane. Uno alla volta. I miei fiocchi di mais. Era talmente abbronzata che faceva luce e dava la sensazione di emanare così tanto calore che ho iniziato a sudare. Poi mi si è avvicinata, e che Iddio mi fulmini se non mi si è seduta in grembo e mi ha soffiato nell’orecchio. Signore mio se era calda. Era come un forno pieno di biscotti profumati. E quindi è passata la prima notte, riecco il sole. E la mia piccolina mi faceva il solletico con una piuma di uccello rosa. Rosa acceso, come uscita da un cartone animato. Era la piuma di una spatola rosata, mi ha detto, perché gli uccelli erano la sua specialità. Ah ah, ho detto io. Perché lo sapevo eccome qual era la sua specialità. Però per gli uccelli marini andava pazza. Quando non si prendeva cura di me o non inventava qualche diavoleria, non faceva che parlare di quegli uccelli. Aveva una borsa di tela che si portava sempre dietro e che sia dannato se dentro non c’erano due uccelli morti, perfetti sotto ogni aspetto tranne per il fatto di essere morti. Non sapeva di che razza fossero e aveva intenzione di portarseli in giro finché non avesse trovato un libro che parlasse di loro. In quella borsa c’erano anche delle piccole uova maculate, non più grandi dell’unghia del mio pollice, svuotate del contenuto tramite un buchino nel guscio. E altre schifezze che raccoglieva sulla spiaggia. E i coltelli. Oggetti insignificanti. Diceva che le servivano contro i predatori di terra e di mare, e io ribattevo che non potevano fare un bel niente. Rompersi, al massimo. Quando parlava di uccelli le si riempivano gli occhioni di lacrime. Diceva di rispettarli molto, perché vivevano sempre sull’orlo della morte. Come tutti, pensavo io, e la cosa non mi sorprendeva di certo. A sorprendermi erano le sue fantasie. Aveva cominciato sin dal primo giorno. Non mi faceva mai fingere di essere qualcosa che non ero. Solo quello che ero. Ma nei giorni in cui siamo stati insieme avremo attraversato non so più quanti cambiamenti. Non ci travestivamo con dei costumi o roba simile, ovviamente, ma era come se giocassimo a interpretare altre persone che fanno cose. Anche se eravamo noi per tutto il tempo. Sono stato un gangster e lei la figlia del governatore, oppure un bombardiere e lei la cabina dell’aereo. O un predicatore, metodista magari, e lei una baby-sitter. Perfino il cane partecipava, perché a volte era come se fosse un oggetto, capito come? Oppure diventava tipo una sensazione, una presenza nella capanna, smettendo di essere un cane. Mi ha incasinato il tempo e lo spazio. Era solo una, eppure avevo la sensazione di amare le diverse donne di migliaia di uomini diversi. Siamo andati avanti così per cinque giorni, mettendo in scena le sue fantasie, mai la stessa due volte. Ogni tanto lei spariva a bordo della sua bella auto, non so dove andasse. Quando non c’era me ne stavo sdraiato, non mi riusciva né di muovermi né di dormire. Me ne stavo lì con gli occhi aperti, provavo a pensare a cosa stesse accadendo, ascoltavo il rumore che faceva la sua macchina mentre percorreva il ponte e non finiva mai, non avevo mai sentito una macchina rombare per così tanto tempo. Dal retro spuntavano quattro tubi argentati. Non avevo mai visto niente del genere. Provavo a pensarci, ma mai una volta mi è riuscito di pensare che potesse non tornare. Tornava sempre. Il quinto giorno sono sceso in spiaggia con lei. Era la prima volta che uscivo dalla baracca. Faceva più caldo che nella canna di un fucile da due soldi. Zero vento. Stavamo attraversando il ponte quando lei mi ha detto, Questo non è un ponte mobile. È un pezzo unico. Non ci sono i cardini. Quindi dimmi, di cos’è che ti occupi esattamente? Vorrei saperlo. Be’, ovvio che non era un ponte mobile. Credeva davvero che stessi lì da tutti quegli anni, pagato dallo Stato, tutti i giorni dalla mattina alla sera, senza ferie né tempo libero, e che non sapessi che quell’accidenti di coso non si poteva sollevare? Non ho risposto, le ho solo lanciato un’occhiata come per dire che doveva badare alle cose sue, che alle cose mie ci badavo io. La spiaggia era piena di uova. Lei continuava a guidarmi qua e là in modo che non le calpestassi. Tutte quelle uova che ribollivano nel caldo e gli uccelli che impazzivano quando ci vedevano arrivare. Si buttavano in picchiata, strillando, ci cacavano in testa. Mi sono avvicinato all’acqua per togliermeli di torno. Ero ancora scocciato con lei e non le prestavo attenzione mentre corricchiava lungo la spiaggia, sgobbando come una schiava e scrivendo cose sul suo quaderno. Alla fine mi è sfrecciata accanto e si è buttata in acqua. Ha provato a convincermi a entrare. Si è tolta il costume e me l’ha tirato in faccia. Aveva la pelle, lì, come la crema di una éclair al cioccolato. Ma non le ho fatto caso. Il cielo era talmente bianco che mi facevano male gli occhi. Mi sentivo la testa come sott’acqua, non stavo bene. Eppure il sole non mi aveva mai dato problemi. È uscita e mi ha schizzato con l’acqua dei capelli, e neanche quella era fresca. Era calda come l’aria. Ero arrabbiato, perché sentivo che per lei quello che pensavo non era reale. Poi però ho detto, Forza, sono stato troppo tempo senza amare. Perché credevo che il suo amore mi avrebbe tirato su il morale. E siamo tornati alla capanna, io con gli occhi chiusi e le braccia intorno a lei perché mi faceva malissimo guardarmi intorno, quel giorno. Non c’era mai stata così tanta luce da queste parti, né da allora ce n’è più stata. E quindi siamo tornati. Io ero un professore e lei una ragazza timida al ballo. Poi io ero un grande lago scuro e lei una barca alla deriva sopra di me. Ma quella notte, lei e il cane sono spariti. Ci sono gli squali, lo so. Li vedo, là fuori. E le sbarre non tengono. Ballano. Un giorno cadono, così dal nulla, mentre il giorno prima erano belle salde. Ma non ci sono veri pericoli da queste parti. Semplicemente, non so dove sia andata. Non ha lasciato altro che la macchina, che come ho detto è tipo sbiadita. I topi fanno il nido sotto il tettuccio. Li sento quando mi avvicino. E quindi è finita, ma non posso fare a meno di pensare che da qualche altra parte stia andando avanti. Perché non mi ha dato la sensazione di essere finita davvero, anche se si è interrotta. Non ho idea di che cosa mi abbia lasciato. Forse si è addirittura portata via qualcosa. E non lo so, magari è morta e io me ne sto davvero seduto qui come al solito, oppure forse sono sempre stato io quello morto e lei se ne sta tranquilla là dietro, sulla spiaggia del golfo, insieme a tutti quegli uccelli.

download (1).jpg