Lucifero e altri racconti, di Ryūnosuke Akutagawa

Lucifero-e-altri-racconti_large.jpg

Dal 20 Giugno è in libreria la raccolta Lucifero e altri racconti edito da Lindau e tradotto da Andrea Maurizi, che raccoglie i racconti cristiani di Akutagawa, uno dei maestri del racconto breve orientale.

Cattedrale vi propone un estratto della postfazione e il primo racconto della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

*

di Andrea Maurizi

 

Ritengo il tuo racconto molto interessante. È disinvolto e serio, non si limita a frivolezze. Considero inoltre un merito speciale che l’aspetto grottesco non risulti forzato, bensì del tutto naturale, capace di emergere da sé […] Lo stile è conciso e controllato. L’ho molto ammirato. Scrivi altri venti o trenta racconti come questi. Ti creerai una nicchia tutta tua nel mondo delle lettere.

Questo il caloroso incoraggiamento con cui Natsume Sōseki (1867-1916) elogia lo stile narrativo di Hana (Il naso, 1916), uno dei primi e più famosi racconti di Akutagawa Ryūnosuke (1892-1927), lo scrittore che forse più di altri rappresenta lo spessore, l’originalità e l’insuperata eleganza che contraddistingue la letteratura giapponese prodotta nel corso del periodo Taishō (1912-1926). Le parole di encomio che Sōseki dedica al giovane scrittore furono senza alcun dubbio «profetiche», visto che nell’arco di appena un decennio Akutagawa è riuscito non solo a crearsi una nicchia tutta sua nel mondo delle lettere del proprio paese, ma a diventare uno degli autori più letti e apprezzati in Giappone come in Occidente, il cui nome oggi è indissolubilmente legato all’Akutagawashō, il prestigioso premio letterario per autori esordienti istituito nel 1935 da Kikuchi Kan (1888-1948) per onorare la memoria dello scrittore da lui così fortemente amato e sostenuto.
Nell’incipit del saggio Aru chiteki erīto no horobi (La caduta di un’élite intellettuale, 2006), Murakami Haruki (n. 1949) definisce AkutagawaRyūnosuke come «uno scrittore di statura nazionale» (kokuminteki sakka no hitori). Secondo Murakami, uno scrittore può definirsi tale solo se risponde a tre requisiti: 1) se ha lasciato opere di altissimo livello in grado di rappresentare in modo vivido lo spirito e la mentalità dei suoi contemporanei; 2) se ha incarnato, nella vita come nella produzione letteraria, i principi condivisibili dalla maggior parte della popolazione; 3) se ha gettato le fondamenta della cultura e della sensibilità del proprio paese, non solo attraverso la scrittura di opere «classiche», ma anche di storie che possano essere lette e studiate dagli alunni di elementari e medie.
La produzione letteraria di Akutagawa, da Rōnen (Gli anni della vecchiaia, 1914) a Zoku Saihō no hito (L’Uomo da Occidente, II parte, 1927), si snoda attraverso un percorso che, per quanto formalmente non si discosti mai troppo dalla compattezza propria del racconto breve, si apre a un ventaglio pressoché inesauribile di ambientazioni, epoche storiche, tematiche, metodi narrativi, fonti di ispirazione e virtuosismi linguistici. Secondo Murakami, per definire la capacità dimostrata dallo scrittore di saper maneggiare la propria lingua e di appropriarsi di elementi narrativi propri della tradizione letteraria occidentale e orientale c’è solo un’espressione: «talento letterario» (saihitsu). Un talento che gli ha permesso, nel corso della sua breve ma intensa carriera, di scrivere oltre centocinquanta racconti e di affermare ripetutamente e con forza la sua volontà di prendere le distanze dai dettami propugnati dal romanzo dell’io e del naturalismo europeo, le correnti letterarie al tempo più amate da molti esponenti dei circoli letterari più importanti del Giappone.
Non è quindi un caso che molti dei suoi racconti più celebri siano ambientati nel passato, una sorta di «apparato scenico» di cui l’autore sfrutta tutte le potenzialità non per presentare verità e leggi che hanno regolato lo svolgersi della storia, ma per svelare i complessi meccanismi psicologici dell’uomo moderno L’ambientazione storica che spesso fa da cornice a narrazioni che prediligono «situazioni strane, grottesche, fantasiose, al limite del surreale» va quindi interpretata come un espediente narrativo con cui l’autore dissimula la propria presenza all’interno del racconto, esorcizzando al contempo anche il malessere esistenziale che minò nel profondo la sua breve e tormentata esistenza.
Il legame tra scrittura e libera rielaborazione delle fonti storico-letterarie è forse la caratteristica più evidente della sua produzione in prosa, in modo particolare di quella storica. Come è stato più volte evidenziato, per Akutagawa una delle finalità irrinunciabili della letteratura risiede proprio nel farsi portavoce di false verità, di «mistificare e confondere, spacciare per vero ciò che è falso e per falso ciò che è vero in un gioco di rimandi». Il narratore, in altre parole, deve creare racconti che si spingono nell’ambito del meraviglioso sfruttando, per quanto possibile, la forza seducente e irrinunciabile dell’immaginazione.
A tutt’oggi, il lettore italiano può contare su un nutrito numero di traduzioni dei racconti di Akutagawa. Dal 1961 a oggi sono uscite nove antologie dedicate alla presentazione delle opere e delle tematiche più ricorrenti della produzione narrativa e poetica dell’autore. Si tratta, nel suo complesso, di un grande ed encomiabile lavoro con cui le case editrici hanno proposto un’accurata selezione delle migliori e più celebri narrazioni del «padre del racconto breve», come spesso viene definito Akutagawa dagli esperti del settore. Leggendo l’indice di queste raccolte, la cosa che più colpisce è il grande numero delle ritraduzioni di alcuni racconti, a cominciare da Il tabacco e il diavolo (1916), di certo la sua opera più famosa e ritradotta. Il processo di ritraduzione delle opere oggi considerate classiche – quindi anche i grandi «classici» della letteratura del primo ’900 – è un’esigenza a cui né gli editori né i traduttori, anche se per motivi diversi, possono o sanno sottrarsi.

Il presente lavoro offre una selezione di racconti che Akutagawa scrisse tra il 1916 e il 1927, l’anno in cui decise di togliersi la vita assumendo una dose letale di Veronal. I testi appartengono tutti ai cosiddetti kirishitan mono (o nanban mono), i «racconti cristiani», o «racconti dei barbari del sud» che Akutagawa scrisse prendendo liberamente spunto dalle modalità con cui, a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, il cristianesimo fu recepito e interpretato dai giapponesi del tempo. Al fine di proiettare con maggiore efficacia il lettore nell’epoca storica in cui le vicende hanno luogo, Akutagawa utilizza in più di un caso una lingua che tende a riprodurre più o meno fedelmente lo stile epistolare del Giappone premoderno, ricorrendo al contempo anche a espressioni o modi di dire provenienti sia dalla classicità della Cina sia da quella del Giappone.

Il primo racconto qui presentato, Tabako to akuma (Il tabacco e il diavolo), fu pubblicato nel numero di novembre del 1916 della rivista letteraria «Shin shichō». Nella storia, la voce di un narratore extradiegetico si alterna ai dialoghi e alle riflessioni condotte dai due protagonisti: il diavolo e un mercante di bestiame. Come in altre opere ambientate nel passato, anche in Il tabacco e il diavolo Akutagawa inquadra la narrazione in un preciso momento temporale, fornendo al lettore l’illusione di trovarsi di fronte a una storia liberamente ispirata a fatti realmente accaduti. Apprendiamo quindi che il diavolo arriva in Giappone nel 1549, a bordo della nave su cui si trovava Francesco Saverio (1506-1552), il fondatore dell’ordine dei Gesuiti e uno dei primi missionari a evangelizzare il paese. Deluso però dalla povertà delle persone e dal numero pressoché inesistente di cristiani, il diavolo decide di dedicarsi alla coltivazione della pianta di tabacco, operazione in cui si getta con sorprendente vigore ed entusiasmo. Dopo qualche mese l’incontro con un mercante giapponese di buoi seguace del cristianesimo gli dà finalmente l’occasione di indurre in tentazione un uomo. Il mercante, incuriosito da quella misteriosa coltura, accetta la sfida lanciatagli dal diavolo: se fosse riuscito a scoprire il nome della pianta, l’intero campo sarebbe passato nelle sue mani; in caso contrario, il diavolo si sarebbe impossessato del suo corpo e della sua anima. La scommessa viene alla fine vinta dall’uomo, che con uno stratagemma riesce a ingannare il demonio e a scoprire il nome della pianta. La sua vittoria, però, è solo illusoria. Il racconto, in apparenza dai toni lievi di una favola, è in realtà una metafora con cui l’autore rappresenta quanto realmente era avvenuto nel Giappone del periodo Meiji, quando il paese era riuscito a gestire e a controllare l’incontro con l’Occidente ma aveva irrimediabilmente perso la purezza della propria identità. Poco prima della fine, la voce narrante afferma:

La storia, come molti racconti del genere, ha un lieto fine. Con uno stratagemma, il mercante indovinò il nome della pianta e tutto quello che cresceva nel campo diventò suo. Questi i fatti. Da tempo però sono convinto che la leggenda abbia un significato più profondo. È vero. Il diavolo non si impossessò del corpo e dell’anima del mercante, ma riuscì comunque a introdurre nel nostro paese la coltivazione del tabacco. La salvezza del mercante non fu quindi in qualche modo offuscata da una forma di corruzione? E la sconfitta del diavolo non portò forse con sé una sorta di vittoria? Quando il diavolo cade, non si limita a rialzarsi. E quando gli uomini pensano di aver avuto la meglio sulle tentazioni, in realtà ne sono al contempo anche intaccati.

Il racconto veicola quindi una doppia verità. Il diavolo (l’Occidente) perde la sfida lanciata al mercante (il Giappone), ma riesce comunque a diffondere la coltivazione del tabacco, assurto a simbolo della dipendenza che il paese svilupperà nei confronti della cultura dei paesi occidentali. Non ci sono vincitori né vinti. In questo senso, i due protagonisti esemplificano il timore e la fascinazione provati dai giapponesi di fronte al processo di ibridazione culturale che, stimolando un’acuta nostalgia per il passato ma anche un irrefrenabile desiderio di accettazione di nuovi valori e usanze, mutò nel profondo la loro identità a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Visto sotto questa prospettiva, il racconto fantastico può essere quindi assimilato agli espedienti utili a raggiungere l’illuminazione (giapp. hōben; sansc. upāya) della tradizione buddhista, trasformandosi, qualora sapientemente utilizzato, in uno strumento indispensabile per operare una più approfondita e veritiera lettura della realtà.

Il tabacco e il diavolo

 di Ryūnosuke Akutagawa

Il tabacco è una pianta che una volta in Giappone non esisteva. Le fonti non concordano sul periodo in cui fu introdotto nel nostro paese. In alcuni documenti si riporta che avvenne nel corso dell’era Keichō, in altri si fa riferimento all’era Tenmon. Sembra comunque che intorno al X anno dell’era Keichō la sua coltivazione fosse attestata in diverse regioni, e che nell’era Bunroku il fumo fosse ormai un’abitudine consolidata, come ben testimoniano questi versi umoristici:

Ignorati da tutti

sono le leggi sul fumo

i decreti sulla circolazione del denaro

le parole dell’imperatore

e i consigli dei guaritori.

Ma chi avrà introdotto in Giappone la pianta del tabacco? A questa domanda, tutti gli storici risponderanno che saranno stati i portoghesi o gli spagnoli. Forse però questa non è la sola risposta possibile. Ce n’è un’altra, quasi una leggenda, secondo cui a portarlo in Giappone fu il diavolo, che arrivò nel nostro paese al seguito di un gesuita (forse lo stesso santo padre Francesco).
Probabilmente i cristiani mi accuseranno di voler calunniare un loro santo padre, ma io sono convinto che ciò possa rispondere al vero. Sarebbe forse strano se insieme al dio dei barbari del sud fosse arrivato per mare anche il loro diavolo, e se insieme al bene dell’Occidente fosse entrato nel nostro paese anche il male?
Non posso affermare con certezza che a introdurre il tabacco sia stato davvero il diavolo, ma se è vero – come afferma in un suo scritto Anatole France – che una volta il demonio aveva tentato un monaco con dei fiori di reseda, allora non si può neanche escludere che non sia stato lui a introdurre la pianta in Giappone. Ma se anche così non fosse, si tratterebbe comunque di una menzogna in un certo senso molto più vicina alla verità di quanto non si possa supporre. Ecco perché ho deciso di riportare qui di seguito la leggenda sull’introduzione del tabacco in Giappone.

 Nel XVIII anno dell’era Tenmon il diavolo assunse l’identità di un chierico al seguito di Francesco Saverio e, dopo un lungo e pericoloso viaggio via mare, approdò sano e salvo in Giappone. Se riuscì a non farsi scoprire fu solo perché nessuno, a bordo della nave nera su cui erano imbarcati i religiosi, si era accorto che il loro confratello era sbarcato a Macao o in qualche altro porto. Fino a quel momento, il diavolo era rimasto appeso a testa in giù con la coda arrotolata a un pennone in attesa che arrivasse il momento propizio per sostituirsi a qualcuno e stare giorno e notte accanto al santo padre Francesco: un gioco da ragazzi per chi, come lui, si era presentato al cospetto di Faust indossando uno splendido mantello rosso da cavaliere.

Giunto in Giappone, però, si trovò in un paese molto diverso da quello che aveva immaginato leggendo in Occidente il diario di viaggio di Marco Polo. Da quanto vi aveva appreso, infatti, il Giappone doveva essere stracolmo d’oro, ma nulla di quanto vedeva lasciare supporre che le affermazioni di Polo fossero veritiere. In siffatte circostanze, non sarebbe stato difficile per lui indurre qualcuno in tentazione trasformando, con una semplice unghiata, il legno dei crocefissi in oro. Marco Polo aveva mentito anche quando aveva affermato che i giapponesi erano in grado di resuscitare i morti sfruttando l’energia delle perle o di altri oggetti. Se, sputando nei pozzi, avesse diffuso terribili malattie, nessuno, a causa delle sofferenze indotte dall’avvelenamento dell’acqua, avrebbe più pensato al paradiso. Su tutto questo rifletteva il diavolo in cuor suo, facendosi ogni tanto sfuggire dei sorrisini compiaciuti mentre camminava per il paese al seguito del santo padre Francesco.
Aveva però un cruccio che lo rattristava e che lo gettava nello sconforto: l’assenza di persone da indurre in tentazione, visto che Francesco Saverio era appena arrivato in Giappone e che la sua opera di conversione non aveva ancora dato i suoi frutti. La situazione era imbarazzante perfino per lui, per non parlare poi della noia da cui era oppresso per non sapere come impiegare il tempo.
Dopo lunghe riflessioni, decise allora che si sarebbe distratto dedicandosi al giardinaggio. In fondo era per questo che, quando aveva lasciato l’Occidente, aveva nascosto nelle orecchie i semi di tante varietà di piante. Il terreno lo avrebbe facilmente trovato affittando un campo nei pressi della sua abitazione. Il santo padre Francesco, illudendosi che questo suo confratello volesse trapiantare in Giappone le erbe officinali occidentali o qualche altra pianta, accolse con entusiasmo l’idea.
Il diavolo affittò una vanga e una zappa e, con estrema pazienza, iniziò a dissodare un terreno ai margini di una strada. La primavera era da poco iniziata e, attraverso l’umidità e la foschia di cui era intrisa l’aria, risuonavano i rintocchi solenni e sonnolenti della campana di un tempio lontano: era un rumore che trasmetteva serenità, una sensazione ben diversa da quella procurata dai battiti freddi e metallici delle campane delle chiese occidentali. L’atmosfera era idilliaca, ma non per questo il diavolo era sereno. Gli bastò udire i rintocchi della campana del tempio buddhista per esibire una smorfia di disgusto ancora più accentuata di quella che si era lasciato sfuggire ascoltando le campane della cattedrale di San Paolo. Si gettò quindi con grande fervore nei lavori dei campi. E questo perché, per quanto strano possa sembrare, i rintocchi soavi della campana e i raggi tiepidi del sole avevano su di lui un effetto talmente rilassante che, pur non invogliandolo a compiere del bene, non lo spingevano neppure a fare del male. Aveva attraversato l’oceano per indurre in tentazione i giapponesi. Ma se non lo faceva, allora, cos’era venuto a fare? Non aveva mai amato il lavoro, tant’è vero che una volta la sorella di Ivan lo aveva rimproverato perché non aveva calli sul palmo delle mani. Adesso però, pur di scrollarsi di dosso il torpore morale che si stava impossessando di lui, non esitò ad afferrare la zappa e a gettarsi anima e corpo nel lavoro. E quando, pochi giorni dopo il terreno fu pronto per la semina, gettò nei solchi i semi che custodiva nelle orecchie.

Nel giro di qualche mese i semi piantati dal diavolo germogliarono, e per la fine dell’estate il terreno fu completamente ricoperto dalle grandi foglie verdi spuntate dovunque lungo gli steli. Nessuno però conosceva il nome di quella pianta. Perfino quando glielo chiese il santo padre Francesco il diavolo si limitò a sogghignare senza però dare una vera risposta. Poco dopo sulle estremità degli steli germogliarono numerose infiorescenze violacee a forma di imbuto. Pare che la fioritura delle piante abbia riempito di gioia il diavolo, che per farle crescere sane si era spaccato la schiena recandosi quotidianamente nel campo dopo le funzioni religiose del mattino e della sera.
Un giorno, quando il santo padre Francesco era in viaggio per diffondere la fede cristiana, un mercante di bestiame passò accanto al campo tirando un bue dal manto baio. Gettò lo sguardo oltre lo steccato che recintava quel terreno ricoperto di fiori violacei, e vide che un chierico gesuita in tonaca nera e cappello a larghe tese era intento a liberare dai parassiti le foglie delle piante. Il mercante non aveva mai visto quei fiori, cosicché istintivamente si fermò e, dopo essersi tolto il cappello di paglia, con estrema gentilezza domandò al religioso:
«Potreste dirmi di che fiori si tratta?».
Il chierico si voltò dalla sua parte: era un occidentale dall’espressione cordiale, con il naso poco pronunciato e gli occhi piccoli.
«Questi?».
«Sì!».
Il religioso si appoggiò allo steccato e scosse la testa.
«Mi dispiace, ma non posso rivelarlo a nessuno!», rispose in un giapponese incerto.
«Ve lo ha forse proibito il santo padre Francesco?».
«No!».
«E allora perché non potete dirmelo? Grazie agli insegnamenti del santo padre Francesco ormai anch’io, anche se non da molto, ho abbracciato la vostra fede».
Il mercante si indicò con orgoglio il petto, dove penzolava un piccolo crocefisso d’ottone. Il chierico, forse a causa dei bagliori emanati dalla croce illuminata dai raggi del sole, fece una smorfia e abbassò leggermente la testa, per poi rivolgersi all’uomo in tono più cordiale, tra il serio e il faceto:
«Non posso. Le leggi del mio paese me lo impediscono. Perché invece non provate voi a indovinare? I giapponesi sono intelligenti, quindi sono sicuro che ci riuscirete. Se indovinerete, tutto quello che cresce in questo campo sarà vostro!».
Il mercante, forse perché convinto che l’altro si stava prendendo gioco di lui, chinò in maniera volutamente esagerata la testa e, abbozzando un sorriso sul viso bruciato dal sole, disse:
«Che piante potranno mai essere? Così su due piedi, non sono in grado di rispondere!».
«Non dovete rispondermi adesso. Vi do tre giorni per pensarci. Potete anche consultarvi con qualcuno di cui vi fidate. Se indovinerete, tutto questo sarà vostro. Vi darò anche del vino rosso, oppure, se preferite, un’immagine del paradiso terrestre».
Il mercante non sapeva spiegarsi il motivo di tanto fervore.
«Ma se non ci riesco cosa accadrà?».
Il fratello si portò il cappello all’indietro e, agitando una mano, esplose in una risata stridula, simile al verso di un corvo. Il mercante di buoi rimase senza parole.
«Se non ci riuscite, sarete voi a dare qualcosa a me. È una scommessa. Uno vince e l’altro perde. E se a vincere sarete voi, vi darò tutto questo!», concluse il chierico occidentale con immutata cordialità.
«E sia! Non voglio essere da meno. Se perdo, vi darò qualunque cosa desideriate!».
«Proprio tutto? Mi dareste anche il bue?».
«Certo! Se lo volete, posso darvelo anche adesso!» replicò il mercante accarezzando con un sorriso la fronte dell’animale. Era certo che si trattasse solo di una burla ideata da quel prete mattacchione.
«Se però a vincere sarò io, voglio tutte queste piante in fiore».
«Perfetto. Affare fatto. Ogni promessa è debito!».
«Assolutamente. Lo giuro sul nome di nostro Signore Gesù Cristo!».
A quelle parole, i piccoli occhi del chierico si illuminarono. Poi, dopo aver tirato su col naso due o tre volte con aria soddisfatta, poggiò la mano sinistra su un fianco e, chinandosi leggermente in avanti, sfiorò con la mano destra i fiori viola.
«Se non indovinerete, mi prenderò la vostra anima e il vostro corpo!», esclamò facendo roteare ampiamente la mano destra prima di togliersi il cappello. Tra i capelli in disordine, troneggiavano due corna simili a quelle di una capra. Il mercante cambiò all’improvviso espressione e, pallido come la morte, lasciò cadere in terra il cappello di paglia che aveva in mano. Forse fu perché in quel momento il sole fu oscurato da banchi di nuvole, fatto sta che i fiori e le foglie delle piante del campo persero d’un tratto tutta la loro lucentezza. Perfino il bue, come spaventato da qualcosa, abbassò il muso lanciando un muggito simile a un boato.
«Avete promesso. E una promessa non può essere disattesa. Avete giurato su colui il cui nome io non posso pronunciare. Non ve lo dimenticate! Avete tre giorni di tempo. Arrivederci!».
Il diavolo pronunciò queste parole con beffarda cortesia, dopodiché si congedò piegandosi in un profondo inchino.

Il mercante era pentito di essere stato così ingenuo da cadere in quel tranello. Se nulla o nessuno fosse intervenuto in suo soccorso entro tre giorni, il demonio si sarebbe impossessato del suo corpo e della sua anima, condannandolo a bruciare nel fuoco eterno. A che scopo, si chiese, aveva quindi rinnegato la propria fede e si era fatto battezzare?
Non poteva certo infrangere una promessa fatta nel nome del Signore Gesù Cristo. Se ci fosse stato il santo padre Francesco, questi avrebbe senz’altro trovato una soluzione, ma purtroppo il sant’uomo era ancora in viaggio. Per i successivi tre giorni l’uomo non chiuse occhio nella speranza di trovare un modo con cui vanificare l’astuto piano ideato dal diavolo. Ma per farlo doveva prima di tutto scoprire il nome della pianta. E come poteva sperare di apprendere qualcosa che perfino il santo padre Francesco ignorava?
La sera in cui avrebbe dovuto incontrare il diavolo, il mercante si avvicinò di soppiatto alla casa in cui questi abitava, portando di nuovo con sé il bue dal manto baio. L’abitazione sorgeva a fianco del campo, e dava sulla strada. Probabilmente il diavolo stava dormendo, visto che le finestre non erano illuminate. La luna rischiarava il cielo velato da una leggera foschia e qua e là, nel terreno avvolto dal silenzio, i fiori fendevano mesti con il loro colore la penombra della notte. Il mercante non era certo che il piano escogitato avrebbe funzionato. Di conseguenza, quando nel pieno della notte si trovò da solo davanti alla casa del diavolo, fu colto dal terrore e fu quasi sul punto di andarsene. Il pensiero che dietro la porta dell’abitazione l’uomo con le corna simili a quelle di una capra stesse sognando l’inferno lo gettava in uno sconforto tale da dissolvere quel poco coraggio su cui poteva contare. Non poteva però permettersi di vacillare, anche perché se si fosse mostrato debole avrebbe consegnato la propria anima e il proprio corpo nelle mani del demonio.
Invocando la protezione della Vergine Maria, si risolse quindi a mettere in pratica il suo piano. L’idea non era niente di speciale. Doveva semplicemente slegare il bue che aveva con sé, colpirlo con violenza sul sedere e spingerlo a forza nel campo. Per il dolore, l’animale prima scalciò, poi ruppe lo steccato e iniziò a correre all’impazzata nel campo coltivato, colpendo più volte con le corna le assi di legno che rivestivano la casa. Il rumore degli zoccoli e i muggiti fecero vibrare la bruma di quella sera, riverberandosi con violenza nell’aria. A quel punto qualcuno aprì gli scuri di una finestra e si affacciò. L’oscurità della notte non permise al mercante di vederlo in faccia, ma doveva per forza trattarsi del diavolo travestito da chierico. Forse fu solo una sua suggestione, ma all’uomo sembrò di scorgere con chiarezza le corna che gli spuntavano sulla testa.
«Maledetta bestiaccia! Stai distruggendo le mie piante di tabacco!», gridò il diavolo con voce assonnata sbracciandosi a più non posso. Era furente, anche perché si era appena addormentato e tutto quel frastuono lo aveva svegliato di soprassalto.
Alle orecchie del mercante, acquattato in prossimità del campo per non farsi vedere, le parole pronunciate dal diavolo sembrarono la voce di Dio.
«Maledetta bestiaccia! Stai distruggendo le mie piante di tabacco!».

La storia, come molti racconti del genere, ha un lieto fine. Con uno stratagemma, il mercante indovinò il nome della pianta e tutto quello che cresceva nel campo diventò suo. Questi i fatti. Da tempo però sono convinto che la leggenda abbia un significato più profondo. È vero. Il diavolo non si impossessò del corpo e dell’anima del mercante, ma riuscì comunque a introdurre nel nostro paese la coltivazione del tabacco. La salvezza del mercante non fu quindi in qualche modo offuscata da una forma di corruzione? E la sconfitta del diavolo non portò forse con sé una sorta di vittoria? Quando il diavolo cade, non si limita a rialzarsi. E quando gli uomini pensano di aver avuto la meglio sulle tentazioni, in realtà ne sono al contempo anche intaccati.
Visto che ci sono, permettetemi di dirvi in breve cosa accadde in seguito. Non appena il santo padre Francesco rientrò dal suo viaggio, cacciò il diavolo ricorrendo ai poteri del sacro pentagramma, anche se qualcuno afferma di averlo in seguito visto girovagare qua e là nel paese fingendosi un chierico. In una fonte storica si afferma che è stato avvistato spesso a Kyōto all’epoca della costruzione del tempio Nanban. Si tramanda anche che fosse lui l’uomo di nome Kashin Koji che si prese gioco di Matsunaga Danjō, ma non entrerò qui nei dettagli visto che sull’argomento ha già scritto il grande Lafcadio Hearn. Del diavolo si continuò a parlare ancora per qualche tempo dopo la messa al bando delle religioni straniere a opera dei Toyotomi e dei Tokugawa, ma alla fine scomparve definitamente dal Giappone. In quasi tutte le fonti, le informazioni relative al diavolo non vanno oltre questo periodo. Sembra comunque che sia tornato in Giappone dopo l’inizio dell’era Meiji. Ma di questi suoi ultimi spostamenti, mi dispiace, non so nulla.